Marc Bloch.
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La societ feudale.
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Parte 3.
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Titolo originale: La socit fodale.
Traduzione di: Bianca Maria Cremonesi.
1949. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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CAPO 6: Vassallo e signore.
1. L'aiuto e la protezione.
2. Il vassallaggio al posto del lignaggio.
3. Reciprocit e rottura dei vincoli.
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CAPO 7: Il paradosso del vassallaggio.
1. Le contraddizioni delle testimonianze.
2. I vincoli giuridici e il contatto umano.
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Libro terzo: I vincoli di dipendenza nelle classi inferiori.
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CAPO 1: La signoria.
1. La terra signorile.
2. Le conquiste della signoria.
3. Signore e censuario.
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CAPO 2: Servit e libert.
1. Il punto di partenza; le condizioni personali all'epoca franca.
2. La servit in Francia.
3. La Germania.
4. In Inghilterra: le vicissitudini del "vilainage".
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CAPO 3: Verso le nuove forme del regime signorile.
1. La stabilizzazione degli oneri.
2. La trasformazione dei rapporti umani.
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PARTE SECONDA: Le classi e il governo degli uomini.
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Libro primo: Le classi.
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CAPO 1: La nobilt come classe di fatto.
1. La scomparsa delle vecchie aristocrazie del sangue.
2. Diversi sensi della parola "nobile" nella prima et feudale.
3. La classe dei nobili, classe signorile.
4. La vocazione guerriera.
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CAPO 2: La vita nobile.
1. La guerra.
2. II nobile nella sua casa.
3. Occupazioni e svaghi.
4. Le regole di condotta.
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CAPO 3: La cavalleria.
1. L'"adoubement".
2. Il codice cavalleresca.
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CAPO 4: La trasformazione della nobilt di fatto in nobilt di diritto.
1. L'ereditariet dell'"adoubement" e la nobilitazione.
2. Costituzione in classe privilegiata dei discendenti di cavalieri.
3. Il diritto nobiliare.
4. L'eccezione inglese.
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FINE Indice.
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Capitolo sesto.
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Vassallo e signore.
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1. L'aiuto e la protezione.
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"Servire" o, come anche si diceva, "aiutare", "proteggere": in questi termini molto semplici i pi antichi testi riassumevao gli obblighi inversi del fedele armato e del suo capo. Il vincolo non fu mai sentito cos fortemente come nell'epoca in cui i suoi effetti venivano espressi cos nella forma pi vaga e, quindi, pi comprensiva. Definire non significa sempre limitare? Era fatale, tuttavia, che si provasse con crescente vivezza il bisogno di precisare le conseguenze giuridiche del contratto d'omaggio: soprattutto per quanto concerneva gli oneri del subordinato. Appena il vassallaggio usc dall'umile cerchia della lealt domestica, nessun vassallo avrebbe ritenuto compatibile con la propria dignit di venir considerato, come nei primi tempi, obbligato "a servire il signore in tutti i servizi che gli saranno ordinati"(206). D'altro canto, non era pi possibile continuare ad attendersi tale disponibilit sempre pronta da parte di personaggi che, ormai insediati per la maggior parte in feudi, vivevano lontani dal signore.
Nel lavoro di precisazione che si comp a poco a poco, i giuristi professionali non esercitarono che un'azione tardiva e, in fondo, mediocremente efficace. Certo, gi nel 1020 circa, vediamo il vescovo Fulberto di Chartres, educato dal diritto canonico ai metodi della riflessione giuridica, tentar di compiere un'analisi dell'omaggio e dei suoi effetti. Ma tale tentativo, interessante come sintomo della penetrazione del diritto dei dotti in un campo sino allora rimastogli affatto straniero, non riusc a elevarsi al di sopra di uno scolasticismo alquanto vacuo. L'azione decisiva, qui come altrove, fu compiuta dalla consuetudine, nutrita di precedenti e progressivamente cristallizzata dalla giurisprudenza di corti dove vivevano molti vassalli. Sorse poi, con sempre maggior frequenza, l'abitudine d'inserire queste stipulazioni, un tempo puramente tradizionali, nello stesso accordo. Il giuramento di fedelt, allungabile a volont, si prestava alla loro minuzia molto meglio delle poche parole che accompagnavano l'atto di omaggio. Cos, un contratto prudentemente particolareggiato sostitu la sottomissione dell'intero uomo. Per un sovrappi di precauzione, che la dice lunga sull'indebolimento del vincolo, il vassallo, di solito, non promise pi solamente aiuto; dovette impegnarsi inoltre a non nuocere. In Fiandra, gi agl'inizi del secolo XII, queste clausole negative avevano assunto tale importanza da dar luogo ad un atto a parte: la sret, che, giurata dopo la "fede", autorizzava verosimilmente il signore, in caso di mancamento, alla confisca di determinati pegni. S'intende che, per molto tempo, gli obblighi positivi continuarono nondimeno ad avere la prevalenza.

Il dovere fondamentale era, per definizione, l'aiuto militare. L'uomo di bocca e di mano deve, per prima cosa e soprattutto, servire in persona, a cavallo e con equipaggiamento completo propri. Tuttavia, solo di rado lo vediamo comparire da solo. Oltre ai suoi vassalli che, qualora ne possegga, si raccolgono naturalmente sotto la sua insegna, le sue possibilit, il suo prestigio, la consuetudine gli impongono talvolta di farsi seguire da almeno uno o due scudieri. Invece, per regola generale, non troviamo nel suo contingente nessun fante. La loro funzione nel combattimento  giudicata troppo mediocre, la difficolt di nutrire masse umane un po' considerevoli  troppo grande, perch il capo d'esercito non si accontenti di quella pedonaglia contadina fornitagli dalle sue terre o dalle chiese di cui egli si  ufficialmente costituito protettore. Il vassallo  costretto altres a tener sovente guarnigione nel castello del signore, sia nel solo periodo delle ostilit, sia - una fortezza non potendo rimanere senza custodi - in ogni tempo, a turno coi suoi pari. Qualora egli possegga una fortezza, dovr aprirla al proprio signore.
A poco a poco le differenze di grado gerarchico e di potenza, il formarsi di tradizioni necessariamente divergenti, gli accordi particolari e, persino, gli abusi convertiti in diritti introdussero in tali obblighi innumeri varianti. E ci, quasi sempre, col risultato di alleviarne, in ultima istanza, il peso.
Dalla gerarchizzazione degli omaggi nasceva un grave problema. In pari tempo suddito e padrone, pi d'un vassallo disponeva a sua volta di vassalli. Sebbene il dovere di aiutare il proprio signore con tutte le sue forze sembrava dovesse imporgli come legge di presentarsi all'esercito signorile circondato dall'intera schiera dei suoi dipendenti, la consuetudine lo autorizz assai presto a condurre seco solo un certo numero di dipendenti, fissato una volta per tutte, e molto inferiore al numero di quelli  che poteva impiegare nelle proprie guerre. Ecco, ad esempio, sul finire del secolo XI, il caso del vescovo di Bayeux. Pi d'un centinaio di cavalieri gli devono il servizio delle armi; ma egli  tenuto a fornirne al duca, suo signore immediato, soltanto venti. Peggio ancora: se il duca chiede il soccorso del prelato a nome del re, da cui la Normandia dipende come feudo, la cifra  ridotta, in questo grado superiore, a dieci. Questa progressiva riduzione verso l'alto dell'obbligo militare - contro cui, nel secolo XII, la monarchia dei Plantageneti si sforz di reagire senza grande successo - fu, senza dubbio, una delle principali cause della inefficacia finale del sistema del vassallaggio, come mezzo di difesa o di conquista nelle mani dei pubblici poteri(207).
I vassalli, grandi e piccoli, aspiravano, anzitutto, a non essere trattenuti indefinitamente in servizio. Le primitive consuetudini del vassallaggio e le tradizioni dello stato carolingio non offrivano precedenti diretti per limitare la durata di quest'ultimo: il suddito, e il guerriero privato, rimanevano sotto le armi tutto il tempo in cui la loro presenza sembrasse necessaria al re o al capo. Invece, i vecchi diritti germanici avevano fatto largo uso di una specie di dilazione-tipo, fissata in quaranta giorni o, come pi anticamente si diceva, in quaranta notti. Essa non regolava solamente molteplici atti di procedura; la stessa legislazione militare franca l'aveva adottata come il limite del tempo di riposo a cui avevan diritto le leve, tra due chiamate. Questa cifra tradizionale, che veniva naturalmente in mente, forn sin dalla fine del secolo XI la norma ordinaria dell'obbligo imposto ai vassalli. Trascorso il termine, essi erano liberi di ritornare alle loro case, il pi delle volte per l'anno in corso. Senza dubbio accadeva, abbastanza di frequente, che essi rimanessero egualmente nell'esercito. E alcune usanze cercavano anzi di fare di tale prolungamento un obbligo. Ma, da quel giorno in poi, ci poteva accadere solo a spese del signore e pagati da lui. Il feudo, sino allora stipendio del "satellite" armato, aveva cessato talmente di adempiere la sua primitiva funzione che era necessario supplirvi con un'altra remunerazione.
Il signore non chiamava a s i suoi vassalli soltanto per combattere. In pace, formava con loro la "corte", che, in date pi o meno regolari, di solito coincidenti con le principali feste liturgiche, egli convocava in grande apparato; a volta a volta tribunale, consiglio di cui la morale politica del tempo imponeva al signore il parere in tutte le circostanze gravi, e altres servizio d'onore. Per un capo, poteva esserci pi folgorante dimostrazione del proprio prestigio o mezzo pi delizioso di prenderne egli stesso coscienza che comparire agli occhi di tutti circondato da un gran numero di dipendenti, ottenere da questi, che erano talvolta di grado gi elevato, il riconoscimento pubblico di alcuni di quegli atti di deferenza - servigi di scudiere, di coppiere, di valletto da tavola - ai quali un'epoca sensibile alle apparenze attribuiva un alto valore simbolico?
Di queste corti "plenarie, maravigliose e larghe", i poemi epici, di cui costituiscono uno degli scenari familiari, hanno esagerato ingenuamente lo splendore. Anche per quelle in cui i re figuravano, come esigeva il rito, con la corona in capo, il quadro  troppo lusinghiero. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, delle modeste adunate attorno ai piccoli o medi baroni. Tuttavia, i testi pi autorevoli non ci permettono di dubitare che in queste riunioni venivano trattati molti problemi; che le pi brillanti si prestavano a un pomposo spiegamento di cerimoniale; che attiravano, oltre al loro pubblico normale, una folla mista di avventurieri, di saltimbanchi e financo di borsaioli; che il signore vi era obbligato, sia dall'uso sia dal suo interesse beninteso, a distribuire ai suoi uomini quei donativi di cavalli, di armi, di abiti che erano a un tempo il pegno della loro fedelt e il segno della loro subordinazione; che infine la presenza dei vassalli - ciascuno, come prescriveva l'abate di Saint-Riquier, "secondo la propria possibilit accuratamente parato" - non cess mai di esservi rigorosamente richiesta. Il conte - dicono gli Usatges di Barcellona -, quando raduna la sua corte, deve "render giustizia...; prestar soccorso agli oppressi... all'ora dei pasti, farli annunziare a suon di tromba perch i nobili e i non-nobili vengano a prendervi parte; distribuire ai suoi grandi delle pellicce; dar ordine all'oste che andr a portare la devastazione nelle terre di Spagna; creare nuovi cavalieri". A un gradino pi basso della gerarchia sociale, un modesto cavaliere piccardo, confessandosi nel 1210 uomo ligio del visdomino d'Amiens, gli prometteva, in pari tempo, di prestargli l'aiuto in guerra per sei settimane e "di recarsi, quando sar richiesto, alla festa che terr il detto visdomino, per rimanervi a sue spese, con la sua donna, per otto giorni"(208).
Quest'ultimo esempio rivela, insieme con molti altri, che il servigio di corte fu, a poco a poco, regolato e limitato alla stessa stregua del servigio militare. Non bisogna tuttavia credere che l'atteggiamento dei vassalli, di fronte ai due obblighi, sia stato in tutti i punti simile. L'esercito non era che un peso. Il servigio di corte implicava per converso molti vantaggi: generosit del signore, mangiate a ufo, partecipazione al comando. I vassalli cercarono perci di sottrarvisi meno. Sino alla fine dell'et feudale tali assemblee, facendo in certo modo da contrappeso all'allontanamento nato dalla pratica del feudo, si sforzarono di mantenere, tra il signore e i suoi uomini, quel contatto personale, senza il quale non esiste alcun vincolo umano.
La fede imponeva al vassallo di "aiutare" il suo signore in tutte le forme! Con la spada, col consiglio - ci va da s - e, a un certo momento si aggiunse, anche con la borsa. Non c' istituzione che riveli, meglio di quest'appoggio pecuniario, l'unit profonda del sistema di dipendenza sul quale s'era edificata la societ feudale. Servo; locatario, cosiddetto "libero", d'una signoria; suddito, in un regno; vassallo infine: chiunque obbedisca deve aiuto al proprio capo o padrone nelle sue necessit. Ora, ce n' forse di pi grande della mancanza di denaro? Gli stessi nomi del contributo che il signore, in caso di bisogno, era cos autorizzato a chiedere ai suoi uomini, furono, almeno nel diritto feudale francese, simili in tutti i gradi della gerarchia sociale. Era detto semplicemente aide, aiuto; oppure "taglia", espressione figurata derivante dal verbo "tagliare", ossia, letteralmente, prendere a qualcuno un pezzo della sua sostanza e, quindi, tassarlo(209). Naturalmente, nonostante questa somiglianza di principio, la storia dell'obbligo segu linee evolutive assai differenti, a seconda degli ambienti sociali. Per ora, ci interessa la sola taglia dei vassalli.
Ai suoi inizi, si intravvede una semplice usanza di donativi, eccezionali e pi o meno spontanei. N la Germania, n l'Italia longobarda sembra che abbiano mai oltrepassato questo stadio: un passo significativo del Sachsenspiegel mette ancora in scena il vassallo in atto di "servire il signore con i suoi doni". In quei paesi, il vincolo del vassallaggio non era abbastanza forte da permettere che, una volta debitamente compiuti i servigi essenziali, il signore, desideroso di un soccorso supplementare, sostituisse un ordine a una semplice richiesta. Ben diversamente andarono le cose in Francia. Qui, gi verso gli ultimi anni del secolo XI o i primi del XII - ossia, nello stesso momento in cui, su un altro piano sociale, si diffondeva egualmente la taglia degli umili; in cui, pi generalmente, la circolazione monetaria diveniva ovunque pi intensa e, di conseguenza, pi urgenti i bisogni dei capi e meno anguste le possibilit dei contribuenti - l'azione della consuetudine fin a un tempo col rendere obbligatori i versamenti e, per compenso, col fissarne le occasioni. Cos, nel 1111, su un feudo angioino pesavano gi "le quattro taglie di legge: per il riscatto del signore, qualora venga fatto prigioniero; per quando il figlio maggiore di lui sar armato cavaliere; per quando la figlia maggiore si sposer; per quando egli stesso dovr fare un acquisto [di terra]"(210). L'ultimo caso, di applicazione troppo arbitraria, disparve rapidamente da quasi tutte le consuetudini; i tre primi furono invece riconosciuti pressoch ovunque. Se ne aggiunsero talvolta altri: l'"aiuto" per crociata, soprattutto, o quello che il signore levava quando i suoi superiori lo "tagliavano" a loro volta. Cos l'elemento denaro, gi apparso sotto la forma del "rilievo", s'insinuava a poco a poco nei vecchi rapporti fatti di fedelt e di azioni.
Esso vi si doveva introdurre anche per un altro verso. Accadeva talvolta, forzatamente, che non venisse compiuto il servigio di guerra. Il signore imponeva allora un'ammenda o indennizzo; talvolta, il vassallo la offriva in anticipo. Essa era chiamata "servigio", conforme alle abitudini delle lingue medievali, che al pagamento di compensazione attribuivano volentieri lo stesso nome dell'obbligo da esso cancellato; oppure, in Francia, taille de l'ost, "taglia dell'esercito". A dir vero, l'uso di queste dispense a pagamento assunse un certo sviluppo solo nei confronti di due categorie di feudi: quelli caduti nelle mani di comunit religiose, inette a portare le armi; quelli dipendenti direttamente dalle grandi monarchie, abili a volgere a profitto della loro fiscalit sin le insufficienze del sistema di reclutamento vassallico. Nelle tenures feudali in genere, a partire dal secolo XIII, il dovere militare divenne semplicemente sempre meno obbligatorio, senza tassa di compenso. Anche gli "aiuti" pecuniari finirono spesso col cadere in disuso. Il feudo aveva cessato di procurare dei buoni servitori, senza riuscire perci a continuar ad essere a lungo una fruttifera fonte di redditi.
Al signore l'uso non imponeva di solito alcun impegno verbale o scritto, corrispondente al giuramento del vassallo. Queste promesse dall'alto apparvero soltanto tardi, e rimasero sempre eccezionali. Manc quindi l'occasione di definire gli obblighi del capo altrettanto minutamente che quelli del subordinato. Un dovere di protezione si prestava d'altronde meno del dovere dei servigi a simili precisazioni. "Verso e contro ogni creatura che vive o che muore", l'uomo sar difeso dal suo signore nella sua persona, anzitutto e soprattutto; nei suoi beni anche, e pi particolarmente nei suoi feudi. Da tale protettore, diventato, come vedremo, un giudice, il vassallo attende inoltre buona e pronta giustizia. Si aggiungano i vantaggi, imponderabili eppur preziosi, che il patronato di un potente assicurava, a torto o a diritto, in una societ profondamente anarchica. Tutto ci appariva tutt'altro che trascurabile. Ciononostante, il vassallo, in fondo, doveva incontestabilmente pi di quanto ricevesse. Compenso del servigio, il feudo aveva in un primo tempo ristabilito l'equilibrio. Man mano che, praticamente trasformato in bene patrimoniale la sua funzione originaria cadde nell'oblio, l'ineguaglianza degli oneri parve pi evidente; e pi vivo, quindi, in coloro che danneggiava, il desiderio di limitarne il fardello.


2. Il vassallaggio al posto del lignaggio.

Ma, se ci attenessimo solo a questo bilancio di dare e avere, otterremmo solo un'immagine singolarmente esangue della profonda natura del vincolo di vassallaggio. I rapporti di dipendenza personale avevan fatto la loro comparsa nella storia sotto forma di un succedaneo o di un complemento della solidariet del lignaggio, non pi abbastanza efficace. L'uomo privo d'un signore, se la sua parentela non ne prendeva in mano le sorti, era, secondo il diritto anglo-sssone del secolo X, un fuorilegge(211). Il vassallo, nei confronti del signore, il signore, nei confronti del vassallo, rimase a lungo come un parente supplementare, volentieri reso simile tanto nei doveri quanto nei diritti ai consanguinei. Se un incendiario - dice, nelle sue costituzioni di pace, Federico Barbarossa - avr cercato asilo in un castello, il signore delle fortezze, se non voglia passare per suo complice, sar costretto a consegnarlo, "salvo per che costui non gli sia signore, vassallo o congiunto". E non a caso la pi vecchia raccolta normanna di consuetudini, trattando della uccisione del vassallo per opera del signore o del signore per opera del vassallo, annovera alla rinfusa tali crimini, in uno stesso capitolo, tra i pi orrendi omicidi commessi tra parenti. Da questo carattere quasi familiare del vassallaggio dovevano derivare, nelle regole giuridiche al pari che nei costumi, parecchi elementi duraturi.
Il primo dovere del consanguineo era la vendetta. Tale era, similmente, di chi avesse prestato o ricevuto l'omaggio. Un'antica glossa germanica traduceva gi ingenuamente il latino ultor - vendicatore - con l'antico tedesco mundporo, patrono(212). Questa eguaglianza di compiti, tra la parentela e il vassallaggio, iniziata con la faida, perdurava dinanzi al giudice. Nessuno, salvo che non avesse assistito in persona al crimine, poteva presentarsi come accusatore nel caso di omicidio - dice una raccolta inglese di leggi consuetudinarie del secolo XII - salvo che non fosse parente del morto, suo signore o suo uomo per omaggio. L'obbligo valeva con eguale forza pel signore nei confronti del vassallo e pel vassallo nei confronti del signore. C'era tuttavia una differenza di grado, molto conforme allo spirito di tale rapporto di sottomissione. A prestar fede al poema di Beowulf, nell'antica Germania i compagni del capo ucciso avrebbero avuto parte al prezzo del sangue. Non accadeva pi cos nell'Inghilterra normanna. Il signore partecipava alla compensazione versata per l'uccisione del vassallo; ma, su quella dovuta per l'uccisione del signore, al vassallo non toccava nulla. La perdita di un servitore si pagava; quella di un padrone, no.
Ben di rado accadeva che il figlio del cavaliere venisse educato nella casa paterna. L'usanza - che fu rispettata finch i costumi dell'et feudale serbarono un certo vigore - esigeva che il padre lo affidasse, ancora ragazzo, al suo signore o a uno dei suoi signori. A fianco di questo capo, il ragazzo, mentre serviva da paggio, s'istruiva nelle arti della caccia e della guerra, e pi tardi nella vita cortese: tali, nella storia, il giovane Arnoul di Guines presso il conte Filippo di Fiandra; nella leggenda, il piccolo Garnier di Nanteuil, che con tanta fedelt serv Carlo Magno:

Quando il re va nel bosco, il garzone non lo vuol lasciare;
Ora gli porta l'arco, ora gli regge la staffa.
Il re va al fiume? Garnier lo accompagna.
Oppure porta l'astore o il falcone che sa cacciare la gru.
Quando il re vuol dormire, Garnier sta accanto al suo letto.
E, per distrarlo, dice canzoni e suona.

Nell'Europa medievale, anche altre societ conobbero usanze analoghe, destinate a ravvivare, sempre per mezzo dei giovani, quei vincoli che la lontananza minacciava di allentare. Ma il fosterage dell'Irlanda sembra che sia servito, soprattutto, a rinforzare il legame del fanciullo col clan materno, talvolta ad avvalorare il prestigio pedagogico di una corporazione di preti letterati. Presso gli Scandinavi toccava al fedele il dovere di allevare i figli del suo padrone: tanto che, quando Araldo di Norvegia volle dimostrare agli occhi di tutti la subordinazione nella quale pretendeva di tenere il re Etelstano d'Inghilterra, non trov mezzo migliore - racconta la saga - che di far deporre di sorpresa il figlio sulle ginocchia di questo balio a suo dispetto. L'originalit del mondo feudale sta nell'aver concepito la relazione dal basso all'alto. Gli obblighi di deferenza e di gratitudine cos contratti venivano considerati assai forti. Per tutta la vita, il ragazzetto di un tempo doveva ricordarsi che era stato il "nutrito" del signore (la parola, come la cosa, data in Gallia dall'epoca franca, e si ritrova ancora sotto la penna di Commynes(213)). Certamente, qui come altrove, la realt sment sovente le regole dell'onore. Come negare, ciononostante, ogni efficacia a un'usanza che - nel tempo stesso in cui metteva nelle mani del signore un ostaggio prezioso - faceva rivivere a ogni generazione di vassalli un po' di quella esistenza all'ombra del capo, da cui il primo vassallaggio aveva derivato la realt del suo valore umano?
In una societ dove l'individuo apparteneva tanto poco a se stesso, il matrimonio - che, come gi sappiamo, metteva in giuoco tanti interessi - era ben lontano dall'apparire un atto di volont personale. La decisione dipendeva anzitutto dal padre. "Vuol vedere mentre  ancora in vita suo figlio prender moglie; gli acquista la figlia di un nobile": cos si esprime, senza reticenze, il vecchio Pome de Saint-Alexis. Talvolta, accanto al padre, ma soprattutto quand'egli non c'era pi, intervenivano i parenti; e, quando l'orfano era nato da un vassallo, il signore. Oppure, se si trattava di un signore, i suoi vassalli. In quest'ultimo caso, la regola non eccedeva mai la portata di un semplice atto di convenienza: in ogni circostanza grave il barone doveva consultare i suoi uomini; anche in questo caso, quindi. Da signore a vassallo, i diritti si fecero in cambio assai pi precisi. La tradizione ne risaliva alle pi remote origini del vassallaggio. "Se il soldato privato (buccellarius) non lascia che una figlia - dice, nel secolo V, una legge visigotica - vogliamo ch'essa rimanga sotto la potest del padrone, che le procurer un marito di pari condizione. E se, tuttavia, essa si sceglier da s uno sposo contro il piacere del patrono, dovr restituire a quest'ultimo tutti i doni che suo padre ne aveva ricevuti"(214). L'ereditariet dei feudi - gi presente, del resto, in forma rudimentale in questo testo - forn ai signori un altro motivo, e assai valido, per sorvegliare unioni che, quando la terra era passata alle donne, finivano per imporre loro un fedele estraneo alla prima famiglia. Tuttavia, i loro poteri matrimoniali non si svilupparono in pieno che nella Francia e nella Lotaringia - vere patrie del vassallaggio - e nelle feudalit d'importazione. Senza dubbio, le famiglie di condizione cavalleresca non furono le sole a dover subire simili ingerenze; molte altre erano, per effetto di altri vincoli, sottoposte a un'autorit di natura signorile, e gli stessi re, in quanto tali, si credevano talvolta in diritto di disporre almeno della mano delle loro suddite. Ma, nei confronti dei vassalli - talvolta dei servi o di altri dipendenti personali - era ritenuto quasi universalmente legittimo quel che verso subordinati di gradi differenti passava per un abuso. "Noi non mariteremo le vedove e le fanciulle contro la loro volont - promette Filippo Augusto alle popolazioni di Falaise e di Caen - salvo che non tengano da noi, o in tutto o in parte, un feudo di haubert" (ossia, un feudo militare, caratterizzato dal servizio con giaco di maglia). La buona regola voleva che il signore si mettesse d'accordo coi consanguinei: collaborazione che, nel secolo XIII per esempio, una usanza orleanese si sforzava di organizzare e che ci vien riferita, sotto Enrico I d'Inghilterra, da una singolare carta regia(215). Tuttavia, quando il signore era potente riusciva a soppiantare tutti i rivali. Nell'Inghilterra dei Plantageneti, questa istituzione, nata da principi tutelari, degener alla fine in un traffico stravagante. A gara, i re e i baroni - i re soprattutto - donavano e vendevano orfani o orfane da sposare. Oppure, minacciata di un marito che non le piaceva, la vedova pagava a suon di contanti il permesso di rifiutarlo. Nonostante l'allentarsi progressivo del vincolo, il vassallaggio, come si vede, non sempre sfugg al pericolo incombente su quasi tutti i regimi di protezione personale: il pericolo di convertirsi in un meccanismo di sfruttamento del debole da parte del pi forte.


3. Reciprocit e rottura dei vincoli.

L'accordo di vassallaggio legava due uomini che, per definizione, non erano sul medesimo piano. Nulla di pi eloquente, in proposito, di una disposizione dell'antico diritto normanno: se il signore che abbia ucciso il suo vassallo o il vassallo che abbia ucciso il signore sono entrambi puniti a morte, il delitto contro il capo  indubbiamente pi grave, perch solo esso porta con s l'infamia dell'impiccagione(216). Qualunque fosse pertanto lo squilibrio tra gli oneri pretesi da una parte e dall'altra, essi costituivano nondimeno un tutto indissolubile; l'obbedienza del vassallo aveva come condizione la precisione del signore nel mantenere i suoi impegni. Messa in risalto sin dal secolo XI da Fulberto di Chartres, e fortemente sentita sin alla fine, questa reciprocit nei doveri ineguali costitu l'aspetto veramente distintivo della vassallit europea. Per esso, non si differenziava solamente dall'antica schiavit; differiva anche, molto profondamente, dalle forme di libera dipendenza proprie di altre civilt, quella del Giappone, ad esempio, o, pi vicino a noi, di alcune societ limitrofe alla zona autenticamente feudale. Gli stessi riti esprimono a meraviglia l'antitesi: al "saluto frontale" dei servi russi, al baciamano dei guerrieri castigliani, fa riscontro il nostro omaggio, che, con l'atto delle mani chiudentisi nelle mani e col bacio delle due bocche, faceva del signore non tanto un semplice padrone chiamato unicamente a ricevere, quanto il partecipante di un vero contratto. Beaumanoir scrive: "Quanta fede e lealt deve l'uomo al suo signore in ragione dell'omaggio, altrettanta il signore ne deve al suo uomo".
Sembrava tuttavia che l'atto solenne che aveva creato l'accordo possedesse una forza tale che, anche dinanzi ai peggiori mancamenti, mal si concepiva la possibilit di cancellarne gli effetti senza ricorrere a una specie di contro-formalismo. Almeno nei vecchi paesi franchi. Nella Lotaringia e nella Francia settentrionale venne abbozzato un rito di rottura dell'omaggio, in cui riviveva forse il ricordo dei gesti che, in tempi remoti, avevan servito al Franco Salio a rinnegare la sua parentela. Il signore, all'occorrenza, pi spesso il vassallo, mentre manifestava il proposito di "rigettare" lontano da s il compagno "fellone", lanciava violentemente a terra un ramoscello - talvolta dopo averlo spezzato - o un pelo del suo mantello. Solo, perch la cerimonia si dimostrasse altrettanto efficace di quella di cui doveva distruggere il potere, bisognava che, sul suo esempio, mettesse uno di fronte all'altro i due individui. Ci non era esente da pericoli. Tanto che, al lancio della "festuca" caduto in oblio ancor prima di aver oltrepassato lo stadio in cui un'usanza diventa regola, si prefer sempre pi una semplice sfida - nel senso etimologico del termine, vale a dire ripulsa di fede - inviata per lettera o a mezzo d'un araldo. I meno scrupolosi, che non erano in minor numero, si accontentavano naturalmente di iniziare le ostilit, senza dichiarazione preliminare.
Ma, nella maggior parte dei casi, il vincolo personale era accompagnato da un vincolo reale. Una volta spezzato il vassallaggio, quale doveva essere la sorte del feudo? Nessuna difficolt, quando la colpa era del vassallo: il bene ritornava al signore leso. Tale procedimento veniva chiamato commise. Il "diseredamento" del duca Enrico il Leone da parte di Federico Barbarossa, di Giovanni Senzaterra da parte di Filippo Augusto, ne costituiscono i pi insigni esempi. Pi delicato diventava il problema quando la responsabilit della rottura sembrava, al contrario, del signore. Certamente, il feudo, remunerazione di servigi che cessavano di essere resi, perdeva la sua ragione d'essere. Tuttavia, come spogliare un innocente? La gerarchizzazione delle fedelt permise di uscire d'imbarazzo. I diritti del signore resosi indegno passavano al suo signore: esattamente come se, essendosi rotto un anello, la catena si rinsaldasse sopra il vuoto. A dir il vero, quando il feudo era alle dirette dipendenze del re, anello supremo, la soluzione era inattuabile; ma si ammetteva - a quanto sembra - che, nei confronti del re, nessun rinnegamento d'omaggio potesse esser duraturo. Soltanto l'Italia fece parte a s. Qui, il vassallo che fosse vittima di una fellonia da parte del signore vedeva semplicemente il proprio feudo mutarsi in allodio: indice significativo, tra molti altri, del poco vigore che vi avevano le concezioni pi strettamente feudali.
La legislazione carolingia aveva definito i torti che, ai suoi occhi, giustificavano l'abbandono del signore da parte del vassallo. Non tutti i suoi precetti si cancellarono dalla memoria. Nel poema di Raoul de Cambrai, il "nutrito" Bernier, nonostante le molte ragioni di odio, rinnega Raoul solo quando viene percosso da lui. Ora, il capitolare carolingio aveva detto: "Nessuno abbandoner il suo signore dopo averne ricevuto il valore di un soldo..., salvo se questo signore lo abbia voluto ferire col bastone". Questo motivo di rottura, invocato, un po' pi tardi, da un romanzo cortese, nel corso di una singolare discussione di casistica feudale, era ancora espressamente ricordato, nel secolo XIII, da diverse raccolte francesi di norme consuetudinarie, e all'inizio del secolo successivo dal Parlamento del primo Valois(217). Tuttavia, persino le pi solide tra le regole giuridiche di un tempo pi non sopravvivevano, nei tempi feudali, altrimenti che incorporate in una fluttuante tradizione. L'arbitrariet, che nasceva da questa metamorfosi di un codice di diritto in un vago insieme di leggi morali, sarebbe potuta venir combattuta dall'azione di tribunali capaci di fissare e di imporre una giurisprudenza. Di fatto, alcune giurisdizioni si aprivano, in via di principio, a simili dibattiti. In primo luogo, la Corte signorile, composta in realt dagli stessi vassalli, ritenuti i giudici naturali dei processi tra il signore, loro padrone, e l'uomo, loro pari; poi, su un pi alto gradino, quella del capo di posizione pi elevata, al quale il signore aveva, a sua volta, prestato omaggio. Alcune costumanze, messe assai presto per scritto, come quelle della Bigorre, si preoccupavano di stabilire una procedura, a cui il vassallo doveva sottostare, prima che il suo "distacco" fosse riconosciuto legittimo(218). Ma il grande vizio del feudalesimo fu precisamente la sua inettitudine a costruire un sistema giudiziario veramente coerente ed efficace. In pratica, l'individuo, vittima di quel che giudicava o faceva sembiante di giudicare un attentato ai suoi diritti, decideva di rompere il vincolo e l'esito del conflitto dipendeva dalla bilancia delle forze. Tutto accadeva come in un matrimonio che ammetta il divorzio, senza che ne vengano stabiliti in precedenza i criteri o che esistano magistrati per applicarli.




Capitolo settimo
Il paradosso del vassallaggio

1. Le contraddizioni delle testimonianze.

Al di l dei numerosi problemi particolari sollevati dalla storia del vassallaggio europeo, c' un grande problema umano che li domina tutti: quale fu, nelle azioni e nei cuori, la vera forza di questo vincolo sociale? Ora, la prima impressione fornita su questo punto dai documenti  quella di una strana contraddizione, dinanzi alla quale conviene non tentare diversivi.
Non c' bisogno di spremere a lungo i testi per trarne una commovente antologia in lode dell'istituto del vassallaggio. In questo, essi celebrano in primo luogo un vincolo assai caro. "Vassallo" ha, come sinonimo corrente, "amico" e, pi spesso ancora, il vecchio nome, probabilmente celtico, di dru (drudo), press'a poco equivalente, ma il cui senso comportava pertanto una sfumatura pi precisa di scelta; infatti, se talvolta veniva applicato alla dilezione amorosa, sembra che, a differenza di "amico", non si sia mai esteso alle relazioni di parentela. Termine comune, d'altra parte, al gallo-romanzo e al germanico, e nel quale si rispondono, attraverso i secoli, i testi pi completi: "All'ultima ora - dicono, sin dall'858, i vescovi della Gallia a Ludovico il Germanico - non ci sar n donna n figlio che ti porter aiuto; n, per portarti soccorso, cameratismo di drudi e di vassalli". Ben s'intende, l'affetto, allo stesso modo che ascende dall'uomo verso il signore, discende dal signore verso l'uomo. "Girart si  fatto l'uomo ligio di Carlo Magno - dice un personaggio dell'epopea francese -; da lui ricevette allora amicizia e signoria". Letteratura! grideranno forse gli storici che hanno orecchi solo per l'arida voce dei documenti d'archivio. Tutt'altro! "Io sono il signore di questa terra" - fanno dire a un signorotto angioino i monaci di Saint-Serge -; infatti, Geoffroy, che la possedeva, "l'ebbe da me, come feudo, in amicizia". Del pari, come rifiutare questi versi di Doon de Mayence in cui si esprime, con cos schietta semplicit, la vera unione dei cuori, quella che non pu concepire la vita dell'uno senza l'altro:

Se il mio signore viene ucciso, voglio essere ucciso.
Impiccato? Impiccatemi con lui.
Arso? Voglio esser bruciato
E, se  annegato, gettatemi con lui(219).

Era un vincolo che, d'altro lato, esigeva una devozione senza debolezza: tale che l'uomo tollerasse per esso, come dice la Chanson de Roland "e il caldo e il freddo". "Amer quel che amerai, detester quel che detesterai", giura l'accommendato anglo-sssone. Ed ecco, sul continente, altri testi: "I tuoi amici saranno i miei amici; i tuoi nemici, i miei nemici". Il primo dovere del buon vassallo , naturalmente, di saper morire per il proprio capo, la spada in pugno: la sorte pi di tutte degna di invidia, perch  la sorte di un martire e schiude il paradiso. Chi parla cos? I poeti? Senza dubbio, ma anche la Chiesa. Un cavaliere, sotto l'altrui minaccia, aveva ucciso il suo signore. "Avresti dovuto accettare la morte per lui - dichiara un vescovo, a nome del concilio di Limoges, nel 1031 -; la tua fedelt avrebbe fatto di te un martire di Dio"(220).
Legame tale, infine, che il suo disconoscimento era il pi grave dei peccati. Quando i popoli dell'Inghilterra si furono fatti cristiani - scrive re Alfredo - essi fissarono tariffe di compensazione per quasi tutte le colpe, "eccetto per il tradimento dell'uomo verso il signore, non osando di fronte a tale crimine usare misericordia..., come il Cristo non l'aveva accordata a quelli che lo trassero a morte". "Nessuna redenzione per l'uomo che abbia ucciso il suo signore" ripete, pi di due secoli dopo, nell'Inghilterra gi feudalizzata sul modello del continente, la raccolta di norme consuetudinarie, nota sotto il nome di Leges Henrici: "Per lui, la morte tra le pi atroci torture". Si raccontava, nel Hainaut, che un cavaliere, avendo ucciso in un combattimento il giovane conte di Fiandra, suo signore ligio, s'era recato a visitare il papa in veste di penitente, come il Tannhaser della nota leggenda. Il pontefice ordin che gli fossero tagliate le mani. Tuttavia, poich queste non tremavano, gli condon la pena, ma a condizione ch'egli piangesse tutta la vita il suo misfatto, in un chiostro. " il mio signore, - dir nel secolo XIII il sire di Ybelin, a chi gli propone di far assassinare l'imperatore, divenuto il suo peggiore nemico; - qualunque cosa faccia, noi gli serberemo la nostra fede"(221).
Questo legame era sentito come talmente forte che la sua immagine si proiettava su tutti gli altri vincoli umani, anche pi antichi di esso e che sarebbero potuti sembrare pi venerabili. Cos il vassallaggio impront di s la famiglia. "Nei processi dei genitori contro i figli o dei figli contro i genitori - decide la Corte comitale di Barcellona - bisogner trattare, nel giudizio, i genitori, come se fossero i signori e i figli dei loro uomini, accommendati per manus". Quando la poesia provenzale invent l'amore cortese, concep la fede dell'amante perfetto sul modello della devozione vassallatica: e ci, del resto, tanto pi facilmente in quanto l'adoratore era spesso di una posizione sociale meno elevata della signora dei suoi pensieri. L'assimilazione fu spinta tanto oltre che, per una strana circonlocuzione, il nome o il soprannome dell'amata era sovente dotato del genere maschile, come si addiceva a un nome di capo: Bel Senhor, "mio bel signore", soltanto sotto questo pseudonimo noi conosciamo una delle donne cui Bertran de Born consacr il suo volubile cuore. Il cavaliere si faceva talvolta incidere sul suo sigillo, le mani giunte con quelle della sua Dulcinea. E il ricordo di questo simbolismo, di una tenerezza tutta feudale - ravvivato probabilmente, all'epoca del primo Romanticismo, da una moda archeologica - non sopravvive forse ancor oggi, nelle regole del galateo, che del vocabolo, ormai sbiadito, di "omaggi" ci prescrivono un suo quasi unilaterale? Persino la mentalit religiosa si color di codeste tinte d'accatto: darsi al diavolo, era farsi suo vassallo; insieme coi sigilli amorosi, le scene della dedizione di s al Maligno figurano fra le migliori rappresentazioni dell'omaggio che si posseggano. Per l'anglo-sssone Cynewulf, gli angeli sono i thegn di Dio; per il vescovo Eberardo di Bamberga, il Cristo  il vassallo del Padre. Ma dell'onnipresenza del sentimento di vassallaggio, non esiste certo testimonianza pi eloquente delle vicende subite dallo stesso rituale della devozione: il gesto delle mani giunte, imitato dalla commendato, sostituendo l'atteggiamento degli antichi oranti dalle mani protese, divent, in tutto il mondo cattolico, il gesto tipico della preghiera(222). Il buon cristiano, nel segreto della propria anima, si vedeva dinanzi a Dio come un vassallo piegante le ginocchia dinanzi al suo signore.
Ciononostante, era impossibile che l'obbligazione vassallatica non entrasse qualche volta in conflitto con altri obblighi: quelli del suddito, per esempio, o del parente. Quasi sempre, trionfava di questi rivali: non solo in pratica, ma anche secondo il diritto. Quando, nel 991, Ugo Capete ebbe ripreso Melun, il visconte che aveva difeso contro di lui la fortezza, fu impiccato insieme con la moglie: non tanto come ribelle al re quanto, senza dubbio, per aver in pari tempo, commettendo un delitto pi atroce, mancato alla fede verso il conte, suo signore diretto, presente nel campo regale. Per contro, il sguito di Ugo pretese la grazia per i cavalieri del castello: vassalli del visconte, rendendosi complici nella sua rivolta, non avevano fatto, come dice il cronista, che mostrare la loro "virt": cio la loro fedelt all'omaggio, che aveva perci la preminenza sulla fedelt verso lo Stato(223). Gli stessi vincoli del sangue, che apparivano certamente molto pi sacri di quelli di diritto pubblico, cedevano dinanzi ai doveri della dipendenza personale. "Si pu - affermano, in Inghilterra, le leggi di Alfredo - prendere le armi per un prossimo parente ingiustamente attaccato: salvo, per, che contro il proprio signore: questo, noi non lo permettiamo". In un passo celebre, la Cronica anglo-sssone ci presenta i membri di una famiglia, gettati gli uni contro gli altri dalla vendetta dei due diversi signori tra i quali era divisa la loro obbedienza. Essi accettano tale destino: "Nessun parente ci  pi caro del nostro Lord", dicono. Grave parola, cui fa eco, in pieno secolo XII e nell'Italia rispettosa delle leggi, la frase del Liber feudorum: "Contro tutti, i vassalli devono aiutare il signore: contro i loro fratelli, contro i loro figli, contro i loro padri"(224).
Alto l! si d tuttavia cura di precisare una raccolta anglo-normanna di norme consuetudinarie: "Contro i comandamenti di Dio e della fede cattolica, non c' ordine che sia valido". Cos pensavano gli uomini di Chiesa. L'opinione cavalleresca esigeva una rinuncia pi completa. "Raoul, mio signore, pu ben essere pi traditore di Giuda;  il mio signore": su questo tema, le "canzoni" hanno orchestrato innumerevoli varianti. Lo stesso dicasi delle convenzioni della prassi, talvolta. "Se l'abate ha qualche processo nella corte del re - dice un contratto feudale inglese - il vassallo ne prender la parte, salvo che contro il re". Prescindiamo dalla riserva finale: essa esprimeva l'eccezionale rispetto che sapeva imporre una monarchia nata dalla conquista. Solo la prima parte della clausola ha, nel suo cinico candore, un valore generale: evidentemente il dovere di fedelt parlava troppo forte, perch fosse lecito chiedersi da qual parte fosse il buon diritto. E, d'altro canto, perch imbarazzarsi di tanti scrupoli? Poco importa che il mio signore abbia torto, pensa Rinaldo di Montalbano: "Su di lui, cadr la colpa". Chi si d tutt'intero, abdica per ci stesso alla propria responsabilit personale(225).
Si obietter che in questa documentazione, in cui siam stati costretti a invocare, l'una accanto all'altra, testimonianze di ordini e di et differenti, i testi antichi, la letteratura giuridica, la poesia troppo prevalgono su realt pi concrete o meno lontane? Per placare tali dubbi, basta richiamarsi a Joinville, osservatore pacato come niun altro, e che scriveva sotto Filippo il Bello. Ho gi citato il passo: un corpo di truppe si  particolarmente distinto nel combattimento; perch stupirsene? quasi tutti gli uomini che lo componevano, quando non appartenevano alla famiglia del capitano, erano suoi uomini ligi.
Ma ecco il rovescio della medaglia. Questa stessa epopea, che tanto apprezza la virt vassallatica, non  che un lungo racconto di lotte impegnate dai vassalli contro i loro signori. Talvolta il poeta biasima. Ancor pi spesso si compiace di dilettevoli casi di coscienza. Quel che senza dubbio sa,  che di queste rivolte si nutre il tragico quotidiano dell'esistenza. In questo, le "canzoni" davano della realt un riflesso quasi scolorito. Lotte dei grandi feudatari contro i re: ribellioni, contro questi alti baroni, dei loro uomini; fughe davanti al servigio; debolezze degli eserciti di vassalli, incapaci, sin dai primi tempi, di arrestare gli invasori: tutti questi fatti si leggono in ogni pagina della storia feudale. Una carta della fine del secolo XI ci mostra i monaci di Saint-Martin-des-Champs intenti a stabilire la sorte di un cnone, stabilito su di un mulino, nel caso che questo venisse saccheggiato durante una guerra tra due signorotti cui ne era dovuto l'importo. Essa dice a questo proposito: "Se accada che faccian la guerra ai loro signori o ad altri uomini"(226). Perci, di tutte le occasioni di guerreggiare, la prima che si presentasse alla mente era quella consistente nel prendere le armi contro il proprio signore. Per questi sedicenti crimini, la vita era singolarmente pi indulgente della finzione. Di Erberto di Vermandois, che trad in modo cos indegno Carlo il Semplice, suo signore e re, la leggenda racconta che mor impiccato, della morte di Giuda. Ma la storia ci insegna che soggiacque, in tarda et, alla pi naturale delle morti.
Era certamente inevitabile che vi fossero dei cattivi vassalli altrettanto che dei buoni; che, soprattutto, parecchi oscillassero dalla devozione all'infedelt, secondo gli interessi o gli umori del momento. Di fronte a tante testimonianze, che sembrano smentirsi a vicenda, baster dunque ripetere, col poeta del Couronnemet de Louis:

L tutti fecero il giuramento,
Qualcuno lo giur, che lo mantenne fermamente.
Altri, che non lo mantenne affatto.

Nella sua ingenuit, la spiegazione non  certo del tutto disprezzabile. L'uomo dell'epoca feudale, profondamente legato alla tradizione, ma di costumi violenti e di carattere instabile, era, in sostanza, molto pi proclive a venerare le regole che a piegarvisi con costanza. Abbiam gi osservato, a proposito dei vincoli del sangue, tali reazioni contraddittorie. Pure sembra che qui il nodo dell'antinomia vada cercato pi lontano: nella stessa istituzione del vassallaggio, nelle sue vicissitudini e nelle sue diversit.


2. I vincoli giuridici e il contatto umano.

Il primiero vassallaggio, raggruppante intorno al capo i suoi seguaci d'armi, aveva, nel suo stesso vocabolario, come una fragranza di pane casalingo. Il padrone era "il vecchio" (senior, Herr) o il datore di pani (Lord). Gli uomini erano i suoi compagni (gasindi); i suoi ragazzi (vassi, thegn, knights); i suoi mangiatori di pane (buccellarii, hlafoetan). In breve, la fedelt si fondava allora sul contatto personale e la sudditanza si coloriva di cameratismo.
Ma la cerchia di questo vincolo, inizialmente confinato nella casata, ingrand a dismisura. Poich si continu a voler imporne il rispetto a uomini che, dopo un periodo passato nella dimora del signore, ne erano usciti per fare la loro vita lontano da lui, spesso sulle stesse terre che egli aveva loro donato. Soprattutto perch, dinanzi alla crescente anarchia, i grandi e, pi ancora, i re credettero di trovare, in questo forte legame o nella sua imitazione, un rimedio contro le fedelt che andavano indebolendosi; e, inversamente, molte persone minacciate, il mezzo di procurarsi un difensore. Chiunque, in una determinata posizione sociale, volesse o dovesse servire, fu fatto simile a un seguace d'armi.
Ora, pretendendo di assoggettare a questo modo a una fedelt quasi domestica persone che pi non dividevano n la tavola del capo n il suo destino, i cui interessi eran spesso opposti ai suoi; e che talvolta, nonch essersi arricchiti coi suoi doni, eran stati costretti a cedergli il loro patrimonio, per riprenderlo dalle sue mani, gravato di nuovi oneri, ne segu che tale fede tanto cercata fin con lo svuotarsi di ogni vivo contenuto. La dipendenza di un uomo da un altro non fu presto che la risultante delle dipendenze di una terra da un'altra.
La stessa ereditariet, anzich suggellare la solidariet di due lignaggi, concorse invece all'indebolimento del vincolo, poich valse anzitutto per gli interessi terrieri: l'erede prestava l'omaggio solo al fine di conservare il feudo. Il problema sorse tanto per gli umili feudi degli artigiani quanto per gli onorati feudi dei cavalieri. E fu risolto, in entrambi i casi, in termini apparentemente simili. Il figlio del pittore o del carpentiere succedeva al bene paterno solo se ne avesse ereditato anche l'arte(227). Similmente il figlio del cavaliere riceveva l'investtura solo se s'impegnava a continuare i servigi paterni. Ma l'utilit di un operaio qualificato era una realt ben pi sicura da constatare della devozione di un guerriero, troppo facile a promettere e a non mantenere. Con una precisazione significativa, una ordinanza del 1291, enumerando i motivi di ripulsa che potevano essere invocati contro i giudici della corte regia francese, considera come sospetto di parzialit il vassallo di uno dei litiganti solo nel caso in cui il suo feudo sia vitalizio: di cos scarsa forza appariva allora il vincolo ereditario(228)!
Il sentimento della libera scelta si ecliss a tal punto che ci si abitu a vedere il vassallo alienare, insieme col feudo, i doveri inerenti al vassallaggio, e il signore donare o vendere - con i suoi campi, i suoi boschi e i suoi castelli - la lealt dei suoi uomini. Senza dubbio, il feudo non poteva, in via di principio, mutar mani senza l'autorizzazione del signore; e i vassalli, dal canto loro, chiedevano di non essere ceduti che col loro consenso; tanto che il riconoscimento ufficiale di questo diritto fu, nel 1037, uno dei favori accordati dall'imperatore Corrado II ai valvassori d'Italia. Tuttavia, la prassi non tard ad abbattere queste fragili barriere. Fuorch in Germania - quasi preservata, come vedremo, da questo abuso in virt di un eccezionale senso gerarchico - l'entrata in commercio delle relazioni feudali ebbe, inoltre, l'assurdo effetto che spesso un potente era costretto a divenire l'uomo "di bocca e di mani" di uno pi debole di lui:  forse credibile che il grande conte, il quale avesse acquistato un feudo nella giurisdizione di un piccolo castellano, abbia mai preso veramente sul serio il rito di dedizione a cui una usanza vana lo condannava a piegarsi? Infine, nonostante quel tentativo di salvataggio che fu la ligietas, la pluralit degli omaggi, conseguenza anch'essa dell'indebolimento del vincolo, fin col togliergli sin la possibilit di agire. Da compagno d'armi - il cui attaccamento si nutriva di doni continuamente ricevuti e di presenza umana - il vassallo s'era trasformato in una specie di locatario, poco sollecito di pagare la propria pigione fatta di servigi e di obbedienza. Rimaneva bens un freno, non privo di valore: il rispetto del giuramento. Ma, quando le suggestioni dell'interesse personale o della passione parlavano troppo forte, questo freno astratto opponeva una ben debole resistenza.
Ci per lo meno nella misura, precisamente, in cui il vassallaggio aveva interamente perduto il suo carattere primitivo. Ora, in tale processo si eran avuti pi stadi. Sarebbe grave errore assumere come modello esemplare del sentimento di vassallaggio le relazioni, cos spesso turbate, dei grandi o medi baroni coi re o i principi territoriali, loro signori: anche se a ci sembra ci invitino le cronache e le canzoni di gesta. Drammi di primo piano sulla scena politica, le clamorose infedelt di quei magnati attiravano in maniera speciale l'attenzione della storia come della finzione. Esse provano soltanto che i Carolingi ed i loro imitatori, credendo di legare a s in modo efficace, con un vincolo derivato da tutt'altra sfera, i loro principali ufficiali, si ingannarono radicalmente.
In un grado inferiore della scala sociale, i testi lasciano intravvedere gruppi ben pi strettamente raccolti intorno a capi meglio conosciuti e meglio serviti. Erano, anzitutto, quei cavalieri non "accasati"; quei "buccellari" (bacheliers(229)) della mesnie - cio della maisonne - la cui condizione, per lunghi secoli ed in tutto l'Occidente, continu a riprodurre, punto per punto, la vita dei primi vassalli(230). L'epopea francese in ci non s' ingannata. I suoi grandi ribelli, un Ogier, un Girart, un Rinaldo, sono potenti feudatari. Quando si trattava, invece, di dipingere un buon vassallo, ecco il Bernier del Raoul de Cambrai: fedele, nonostante l'ingiusta guerra mossa dal suo signore contro la sua famiglia, fedele pur dopo aver visto sua madre perire nell'incendio appiccato da quel "Giuda", e che, persino dopo che un atroce affronto lo ha infine deciso ad abbandonare il peggiore dei signori, sembra non riesca mai a rendersi conto, al pari del poeta, se abbia avuto torto o ragione a rompere la fede; Bernier, semplice valletto d'armi, la cui devozione si alimenta del ricordo, non di una terra ricevuta, ma del cavallo e degli abiti generosamente distribuiti. Questi servi leali si reclutavano altres nella schiera pi numerosa dei modesti "valvassori", i cui piccoli feudi si raggruppavano nei dintorni del castello, dove, gli uni dopo gli altri, si recavano a montare la guardia in qualit di estagiers: troppo poveri di solito per tenere le loro terre col sistema di pi di un omaggio, o, almeno, di pi di un omaggio ligio(231); troppo deboli per non annettere grande importanza a una protezione che, sola, poteva assicurar loro il rigoroso compimento dei loro doveri; troppo poco immischiati ai grandi affari del tempo perch i loro interessi e i loro sentimenti non si accentrassero intorno al signore che regolarmente li convocava alla sua corte, che con opportuni donativi aumentava i magri redditi dei campi o dei censi, che accoglieva i loro figli come "nutriti", che infine li conduceva alla guerra, gioiosa e lucrativa Tali gli ambienti in cui, nonostante inevitabili crisi passionali, sopravvisse a lungo nella sua freschezza la fede vassallatica; dove anche quando i suoi vecchi riti si furono definitivamente logorati, altre forme di dipendenza personale vennero, come vedremo, a dar loro il cambio. Essersi, in origine, fondato sull'amichevole cameratismo del focolare e dell'avventura; poi, uscito da questa cerchia domestica, aver conservato un poco del proprio valore umano, l solamente ove lo scarto era meno grave: in questo destino, il vassallaggio europeo trova il suo vero simbolo e la spiegazione dei suoi apparenti paradossi.




Libro terzo I vincoli di dipendenza nelle classi inferiori



Capitolo primo La signoria

1. La terra signorile.

Gli ambienti sociali relativamente elevati caratterizzati dall'omaggio militare non erano i soli in cui esistessero "uomini" di altri uomini. Ma, su un piano inferiore, le relazioni di dipendenza trovarono la loro cornice naturale in un raggruppamento molto pi antico del vassallaggio e destinato a sopravvivere a lungo al suo declino: la signoria terriera. Qui non ci interessano n le origini del regime signorile, n la sua funzione nell'economia; ma solo il posto che esso ebbe nella societ feudale.
Mentre i diritti di comando, che avevano la loro fonte nell'omaggio vassallatico, diedero origine a profitti solo assai tardi e per effetto di un'incontestabile deviazione dal loro primitivo significato, nella signoria l'aspetto economico era primordiale. In essa i poteri del capo ebbero, sin dall'origine, lo scopo, se non esclusivo per lo meno preponderante, di assicurargli dei redditi merc il prelievo sui prodotti del suolo. Una signoria dunque era, anzitutto, una "terra" - il francese parlato quasi non conosceva per essa altro termine -, ma una terra abitata e da sudditi. Normalmente lo spazio cos delimitato si divideva, a sua volta, in due frazioni, unite da una stretta interdipendenza. Da un lato il "dominio" chiamato anche dagli storici "riserva", di cui il signore raccoglieva direttamente tutti i frutti; dall'altro, le tenures: piccole o medie gestioni contadine, raggruppantisi, in numero pi o meno considerevole, intorno alla "corte" signorile. Il diritto reale superiore che il signore esercitava sulla capanna, sul lavoro, sul terreno del villano si traduceva nel suo intervento per una nuova investtura, raramente gratuita, ogni qualvolta mutassero padrone; nella facolt di appropriarsene, nel caso di mancanza di eredi o di legittima confisca; infine, e soprattutto, nella riscossione di. tasse e di servigi. Questi ultimi consistevano, per la maggior parte, in corves agricole effettuate sulla pars dominica. Sicch le tenures - almeno all'inizio dell'et feudale, quando tali prestazioni di lavoro erano particolarmente gravose - non aggiungevano solo ai redditi dei campi messi in valore direttamente dal padrone i covoni o i danari dei loro cnoni censuari; erano altres una specie di serbatoio di mano d'opera senza la quale quei campi sarebbero stati condannati a rimaner incolti.
Beninteso, le signorie non erano di eguali dimensioni. Le maggiori nei paesi di abitato agglomerato, coprivano l'intero territorio di un villaggio. Sin dal secolo IX, con ogni probabilit non era il caso pi frequente. Nonostante, qua e l, alcuni felici assembramenti, esso doveva col passar del tempo, farsi sempre pi raro in tutta Europa. Ci, soprattutto, a causa delle divisioni successorie; ma anche per contraccolpo della prassi feudale. Per rimunerare i propri vassalli, pi di un capo fu costretto a dividere le sue terre. Poich accadeva inoltre assai spesso che - per dono o per vendita o a causa di uno di quegli atti di soggezione fondiaria, di cui descriveremo pi oltre il meccanismo - un potente facesse passare alle proprie dipendenze gestioni contadine disperse in un raggio assai esteso, parecchie signorie finirono con lo spingere i loro tentacoli su pi territori a un tempo, senza coincidere esattamente con nessuno. Nel secolo XII, i limiti non coincidevano pi, fuorch nelle zone dissodate di recente, dove le signorie e i villaggi erano stati fondati insieme, su una tabula rasa. La maggioranza dei contadini dipendevano, dunque, in pari tempo, da due gruppi costantemente divisi: uno composto dai sudditi di uno stesso padrone; l'altro, dai membri di una stessa collettivit rurale. Infatti, i coltivatori le cui case si fiancheggiavano e i campi si mescolavano in una stessa zona, erano fortemente uniti, pur quando eran divisi tra pi signorie, da ogni sorta di vincoli d'interesse comune, magari dalla soggezione a comuni servit agricole. Questo dualismo costitu, alla lunga, per i poteri di comando dei signori, una seria ragione di debolezza. Quanto alle regioni dove le famiglie, di tipo patriarcale, vivevano sia isolate sia riunite, al massimo, a due o tre, in modesti casali, la signoria vi comprendeva, di solito, un numero pi o meno elevato di questi piccoli gruppi; e tale livellamento le imponeva certamente una struttura sensibilmente pi rilassata.


2. Le conquiste della signoria.

Sin dove queste signorie estendevano la loro giurisdizione? E, se  vero che sussistettero sempre isolotti indipendenti, quale ne fu, secondo i tempi e i luoghi, la variabile proporzione? Problemi particolarmente difficili, giacch solo le signorie - per lo meno ecclesiastiche - tenevano archivi e i campi senza signori sono anche campi senza storia. Se, per caso, il tale o il talaltro di essi affiora alla luce dei testi,  sempre, per cos dire allo stato di evanescenza: nel momento in cui uno scritto ne registra l'assorbimento finale nel complesso dei diritti signorili. Sicch pi l'esenzione fu duratura, pi la nostra ignoranza rischia di restare senza rimedi. Per diradare un po' questa oscurit, converr almeno distinguere con cura due tipi di soggezione: quella che pesava sull'uomo, nella sua persona; quella che lo colpiva solo in quanto detentore d'una certa terra. Certamente, esistevan tra loro stretti rapporti, tanto che spesso l'una traeva seco l'altra. Pure, nelle classi inferiori - a differenza che nel mondo dell'omaggio e del feudo - eran lontane dal confondersi. Riservando a un prossimo capitolo le condizioni personali, cominciamo dalle dipendenze della terra o attraverso la terra.
Nei paesi dove le istituzioni romane, anch'esse sovrappostesi a vetuste tradizioni italiche o celtiche, avevan profondamente improntato di s la societ rurale, la signoria, sotto i primi Carolingi, presentava gi lineamenti assai netti. Non  difficile scoprire, nelle villae della Gallia franca o dell'Italia, le tracce dei diversi sedimenti che le avevan formate. Tra le tenures o tra i mansi - com'eran chiamate le principali, caratterizzate dalla loro indivisibilit - un certo numero eran qualificati "servili": questo epiteto, come gli oneri pi pesanti e arbitrari cui erano sottoposte, richiamava i tempi in cui i padroni le avevan costituite, ripartendo fra i loro schiavi, trasformati in fittavoli, vaste porzioni dei loro antichi latifundia, divenuti, nella forma della valorizzazione diretta, mediocremente redditizi. Questa operazione di frazionamento, avendo fatto ricorso anche ai liberi coltivatori, non aveva mancato di generare altri tipi di concessioni, destinate a rientrare nella categoria generale dei mansi "ingenuili", il cui nome richiamava la condizione dei loro primi possessori: ingenui, ossia liberi. Tuttavia, la maggior parte, assai considerevole, delle tenures cos designate avevano un'origine ben diversa. Nonch trarre origine da concessioni compiute a spese di un dominio in via di assottigliamento, erano le solite aziende contadine d'ogni tempo, vecchie quanto la stessa agricoltura. I cnoni e le corves che gravavano su di esse altro non erano stati, inizialmente, che il segno della dipendenza in cui si eran trovati gli abitanti nei confronti d'un capo di villaggio, di trib o di clan, o di un patrono di clientela, a poco a poco mutatisi in veri e propri signori. Infine - allo stesso modo che nel Messico si osservavano anche di recente, accanto alle haciendas, gruppi di contadini proprietari - sussisteva ancora un notevole numero di autentici allodi rurali, liberi da qualsiasi soggezione signorile.
Quanto alle regioni schiettamente germaniche - il tipo pi puro era, incontestabilmente, la pianura sssone, tra il Reno e l'Elba - vi s'incontravano bens schiavi, affrancati, e persino, non v' dubbio, liberi fittavoli, stanziati, gli uni al pari degli altri, sulle terre dei potenti, che li gravavano di tasse e servigi. Ma, nella massa contadina, la distinzione tra dipendenti di signorie e alloderi era molto meno netta, perch solo i primi prodromi dell'istituzione signorile avevan fatto la loro comparsa. Era appena stato superato lo stadio in cui un capo di villaggio o d'una parte di villaggio, si preparava a diventare un signore; in cui i vari doni che riceveva tradizionalmente - come Tacito scrive del capo germanico - incominciavano a trasformarsi insensibilmente in censi.
Ora, nella prima et feudale, l'evoluzione doveva orientarsi, da entrambe le parti, nello stesso senso. Essa tese, uniformemente, verso un crescente sviluppo della signoria. Fusione, pi o meno completa, dei diversi tipi di tenures; acquisto, da parte delle signorie, di nuovi poteri; passaggio, soprattutto, di molti allodi sotto l'autorit di un potente: questi fenomeni avvennero allora dappertutto, o quasi. Non solo; ma l dove, inizialmente, eran esistite soltanto relazioni di dipendenza fondiaria ancora assai deboli e confuse, esse, regolarizzandosi a poco a poco, diedero origine a vere signorie. Non dobbiamo pensare a una fioritura puramente spontanea. Non vi fu estraneo il giuoco degli influssi, favoriti dall'immigrazione e dalla conquista. Cos, in Germania, dove nel Sud, prima ancora dell'epoca carolingia, e poi sotto i Carolingi nella stessa Sassonia, i vescovi, gli abati, i magnati provenienti dal regno franco, contribuirono a diffondere le abitudini sociali della loro patria, facilmente imitati dall'aristocrazia indigena. Lo stesso avvenne, ancor pi nettamente, in Inghilterra. Finch vi prevalsero le tradizioni anglo-sssoni o scandinave, la rete delle soggezioni terriere rimase singolarmente intricata e senza stabile forza; i domini e le tenures vi erano raccordati solo imperfettamente. L'avvento di un regime signorile eccezionalmente rigoroso avvenne soltanto dopo il 1066, sotto lo sforzo brutale di padroni stranieri.
In nessun luogo, del resto, in questo sviluppo trionfale della signoria, l'abuso della forza fu un elemento secondario. A ragione, i testi ufficiali dell'epoca carolingia gi si lamentavano dell'oppressione dei "poveri" da parte dei "potenti". Questi ultimi, in generale, non miravano a spogliare l'uomo della sua terra: il suolo senza braccia valeva ben poco. Quel che desideravano, era di assoggettare gli umili insieme con i loro campi.
Per giungere a ci, molti di loro trovavano nella struttura amministrativa dello stato franco un'arma preziosa. Chiunque ancora sfuggisse a qualsiasi autorit signorile, dipendeva, in via di principio, direttamente dal re: il che, in pratica, significava dai suoi funzionari. Il conte e i suoi rappresentanti conducevano tali persone nell'esercito, presiedevano i tribunali dove venivan giudicate, esigevano da esse quelle pubbliche contribuzioni che ancora sussistevano: il tutto, beninteso, a nome del principe. Pure, ai soggetti, la distinzione appariva forse chiara? Certo , comunque, che gli ufficiali regi non tardarono a esigere, per loro conto, dai liberi sudditi affidati alle loro cure, pi di una tassa o di una prestazione di lavoro: per lo pi sotto l'onorevole nome di donativo o di servigio grazioso. Ma, come osservava un capitolare, l'abuso non tard a mutarsi in "costume"(232). In Germania, ove il vecchio edificio carolingio impieg maggior tempo a sgretolarsi, i nuovi diritti sorti da questa usurpazione rimasero per lo meno, abbastanza spesso, connessi alla carica; il conte li esercitava, in quanto tale, su uomini i cui beni non eran stati annessi alle sue terre signorili. Altrove, invece, a causa del frazionamento dei poteri comitali - tra gli eredi del primo titolare, i subordinati del conte o i vassalli -, l'allodero di un tempo, ormai astretto ai censi e alle corves, fin col confondersi, puramente e semplicemente, nella massa dei sudditi delle signorie e i suoi campi passarono allo stato di tenures.
Tanto pi che non era necessario esercitare una funzione propriamente detta per poter legittimamente disporre di una parte dell'autorit pubblica. In virt dell'immunit "franca", che considereremo poi, quasi tutte le signorie ecclesiastiche e un gran numero di potenti laici avevano ricevuto la delegazione di una parte almeno dei poteri giudiziari dello Stato; inoltre, il diritto di riscuotere a loro profitto alcuni dei suoi redditi. Ci, beninteso, solamente sulle terre che gi erano o dovevano essere in avvenire sotto la loro dipendenza. L'immunit rafforzava il potere.del signore; non lo creava; per lo meno, all'inizio. Ma le signorie erano solo di rado di un unico possessore; spesso vi si trovavano incastrati piccoli allodi. Raggiungerli diventava, per gli ufficiali regi, straordinariamente scomodo. Sembra che talvolta fossero, per espressa decisione del sovrano, abbandonati alla giurisdizione e alla facolt dell'immunitario; molto pi spesso e molto pi rapidamente cedettero da s a tale inevitabile attrazione.
Esisteva infine, e non era la meno frequente, la violenza nuda e cruda. All'inizio del secolo XI, una vedova viveva, in Lorena, sul suo allodio. Siccome la morte del marito l'aveva lasciata senza difensore, i sergenti del signore vicino pretesero di estorcerle il pagamento di un censo fondiario, segno di soggezione per la terra. In questo caso il tentativo fall, poich la donna si pose sotto la protezione dei monaci(233). Quanti altri, che non possedevano una base pi solida di diritto, non ottennero un successo migliore! Il Domesday Book, che ci presenta, attraverso la storia del suolo inglese, quasi due periodi successivi - l'uno immediatamente precedente la conquista normanna, l'altro di otto o dieci anni dopo -, ci mostra che, durante il periodo intermedio, molti dei piccoli beni indipendenti furono, senz'altra forma di processo, "aggiunti" alle signorie o, per parlare la lingua del diritto anglo-normanno, ai "manieri" limitrofi. Se esistesse un Domesday Book germanico o francese del secolo X, esso metterebbe certamente in luce pi d'una semplice "aggiunta" di tale genere.
Tuttavia, le signorie si estesero anche e forse soprattutto attraverso un altro procedimento, almeno in apparenza molto pi irreprensibile: per effetto di contratti. Il piccolo allodero cedeva la sua terra - talvolta, come vedremo, con la sua persona - per riaverla subito dopo a titolo di tenure: proprio come il cavaliere che del suo allodio faceva un feudo, e per lo stesso motivo, di trovare cio un difensore. Tali convenzioni si presentano, senza eccezione, come affatto volontarie. Eran davvero tali, ovunque e sempre? L'aggettivo va usato con molta prudenza. Ci sono certamente molti mezzi per imporre la propria protezione a chi  pi debole di noi; se non altro, quello di cominciare a perseguitarlo. Aggiungete che l'accordo originario non era sempre rispettato. Prendendo per protettore un signorotto del vicinato, le genti di Wolen, in Germania, non avevano promesso che un censo; ben presto, per assimilazione agli altri censuari dello stesso potentato, furono costretti a corves e a usare della vicina foresta solo contro pagamento di censi(234). Una volta messo il dito nell'ingranaggio, il corpo rischiava di esserne preso tutto. Non dobbiamo tuttavia credere che la situazione dell'uomo senza padrone apparisse uniformemente invidiabile. Quel contadino del Forez, che, alla data tardiva del 1280, trasformava il suo allodio in un fondo censuario, a patto di venire da quel momento "guardato, difeso e garantito dagli Ospedalieri di Montbrison", suoi nuovi signori, "come gli altri uomini di quella casa", non credeva certamente di fare un cattivo affare(235). Eppure, erano tempi assai meno torbidi della prima et feudale! Talvolta era un intero villaggio che si poneva in tal modo sotto l'autorit di un potente. Il caso fu soprattutto frequente in Germania, poich vi sussisteva ancora, all'inizio della evoluzione, un buon numero di comunit rurali, che sfuggivano tutte intere al potere signorile. In Francia e in Italia, dove sin dal secolo IX, quest'ultimo aveva spinto molto pi innanzi i suoi tentacoli, gli atti di cessione della terra ebbero generalmente carattere individuale. Ma non per questo furono meno frequenti. Sino a quattordici uomini liberi avevano in tal modo, verso l'anno 900, gravato i propri beni di corves a favore di un'abbazia di Brescia(236).
Invero, le pi flagranti brutalit al pari che i contratti pi sinceramente spontanei denunciavano l'azione di una stessa causa profonda: la debolezza dei coloni indipendenti. Non rievochiamo qui una tragedia d'ordine economico. Significherebbe dimenticare che le conquiste della signoria non furono tutte rurali: persino nelle antiche citt romane o, per lo meno, in buon numero di esse che, sotto la dominazione di Roma, non avevan certo conosciuto nulla di simile, si assiste all'introduzione, sul modello delle antiche villae rurali, del regime della tenure, coi suoi soliti oneri. Significherebbe soprattutto pretendere di fare una comparazione in questo caso assolutamente fuor di luogo con l'antagonismo che in altre societ, pot esserci tra i metodi della piccola e della grande propriet. La signoria era infatti, innanzi tutto, un agglomerato di piccole aziende soggette; e l'allodero, diventando censuario, si assumeva bens nuovi obblighi, ma nulla mutava alle condizioni della sua gestione. Cercava o subiva un padrone solo a causa della insufficienza degli altri quadri sociali: solidariet familiari o poteri statali.  significativo il caso degli abitanti di Wolen, che, vittime della pi evidente tirannide, vollero esprimere al re il loro malcontento e, presi nella folla di una grande corte plenaria, non riuscirono nemmeno a far intendere il loro rustico linguaggio. Senza dubbio, nella carenza della pubblica autorit, l'atonia degli scambi e della circolazione monetaria, aveva la sua parte; ed essa, privando i coltivatori di qualsiasi riserva di mezzi di pagamento, contribuiva a diminuire la capacit di resistenza. Ma solo per queste vie indirette le condizioni economiche influirono, in qualche modo, sulla crisi sociale dell'ambiente contadino. Nell'umile dramma campestre bisogna riconoscere un aspetto dello stesso processo che, un gradino pi in alto, precipit tanti uomini nei vincoli della subordinazione vassallatica.
Cos basterebbe rimettersi, per questo legame, alle esperienze diverse offerteci dall'Europa. Il Medioevo conobbe, a dir il vero, una societ largamente signorile, ma non feudalizzata: la Sardegna. Come stupirsi se, su questa terra, a lungo sottratta alle grandi correnti del continente, pot conservarsi un antico sistema di capi rurali, regolarizzatosi durante il periodo romano, senza che la potenza delle aristocrazie locali abbia mai assunto la forma specifica della commendatio franca? Per converso, non esistono paesi senza signorie che non siano stati in pari tempo paesi privi di vassallaggio. Lo testimoniano la maggior parte delle societ celtiche delle isole; la penisola scandinava; infine, nella stessa Germania, i bassopiani delle coste del mare del Nord: il Dithmarschen, al di l dell'estuario dell'Elba; la Frisia, dall'Elba allo Zuiderzee. Cos fu, in quest'ultima zona, per lo meno sino al momento in cui, verso i secoli XIV e XV, si elevarono, al di sopra della folla dei liberi contadini, alcune famiglie di "capi" (la parola neolatina rende esattamente il frisone Hoveling). Questi tirannelli di villaggi - forti del patrimonio fondiario accumulato di generazione in generazione, delle bande armate da essi mantenute e dell'usurpazione di talune funzioni giudiziarie - pervennero solo tardivamente a costituire veri e propri embrioni di signorie. Gli  che allora i vecchi quadri della societ frisona, fondati essenzialmente sui vincoli del sangue, cominciavano a sgretolarsi. Nel momento in cui altrove maturavano le istituzioni feudali, queste diverse societ, viventi in margine al nostro Occidente, non avevano certamente ignorato n la dipendenza del piccolo fittavolo, schiavo, liberto o libero, da chi era pi ricco di lui, n la devozione del compagno d'armi verso il principe o il capitano di ventura; nulla, invece, vi richiamava la vasta rete gerarchica delle soggezioni contadine e delle fedelt militari cui diamo il nome di "feudalesimo".
Di tale mancanza dovremo considerare responsabile soltanto la comune assenza di qualsiasi salda impronta franca (che, nella stessa Frisia, l'organizzazione amministrativa momentaneamente imposta dai Carolingi croll presto)? Si tratta, non v' dubbio, di un fattore importante; ma esso interessa, innanzi tutto, l'impotenza del cameratismo d'armi a trasformarsi in vassallaggio. I fatti dominanti superavano i problemi d'influenza. Dovunque l'uomo libero, qualunque fosse, rimase un guerriero atto a essere costantemente chiamato al servizio e che nulla di essenziale nell'equipaggiamento distingueva dalle truppe scelte, il contadino sfugg facilmente alla soggezione signorile, mentre i raggruppamenti dei seguaci d'armi non riuscivano a dar vita a una classe cavalleresca nettamente specializzata e dotata di un'armatura giuridica sui generis. Dovunque gli uomini, di qualsiasi classe, trovavan appoggio in poteri e solidariet diverse dalla protezione personale - soprattutto nelle parentele tra i Frisoni, le popolazioni del Dithmarschen e i Celti, e ancora nelle parentele, ma anche in istituzioni di diritto pubblico, secondo il tipo dei popoli germanici, tra gli Scandinavi - n i rapporti di subordinazione caratteristici della signoria terriera n l'omaggio col feudo, invasero tutta la vita sociale.
V'ha di pi. Al pari del sistema propriamente feudale, il regime signorile doveva raggiungere uno stato di assoluta perfezione solo nei paesi dove era stato importato integralmente. L'Inghilterra dei re normanni, come non conobbe allodi cavallereschi, cos non conobbe allodi contadini. Sul continente, questi ultimi ebbero una vita molto pi dura. A dir vero, nella Francia tra la Mosa e la Loira e nella Borgogna, erano diventati estremamente rari nei secoli XII e XIII; su larghi spazi erano, a quanto sembra, completamente scomparsi. Sussistevano invece, in numero pi o meno rilevante ma sempre apprezzabile, nella Francia del sud-ovest in alcune province del Centro, come il Forez, in Toscana e, soprattutto in Germania, dove la Sassonia fu la loro terra di elezione. Erano le stesse regioni in cui, per un singolare parallelismo, sopravvivevano gli allodi dei capi, agglomerati di tenures, di domini e di poteri di comando il cui possesso non obbligava ad alcun omaggio. La signoria rurale era molto pi vecchia delle istituzioni veramente caratteristiche della prima et feudale. Ma, in tale periodo, le sue vittorie come le sue parziali sconfitte, si spiegano - tutto concorre a provarlo - con le stesse cause che determinarono o impedirono il successo del vassallaggio e del feudo.


3. Signore e censuario.

Salvo che pei contratti di soggezione individuale, le cui clausole d'altronde erano generalmente altrettanto imprecise che presto dimenticate, i rapporti del signore coi censuari non avevano altra legge che il costume locale: tanto che in francese il nome ordinario dei cnoni censuari era semplicemente quello di coutumes e il nome del censuario quello di "uomo soggetto alle usanze". Sin da quando esistette un regime signorile, anche allo stato embrionale - sin dall'Impero romano, per esempio, o dall'Inghilterra anglo-sssone - questa tradizione particolare era quella che definiva veramente ciascuna signoria, come gruppo umano, opponendola a quelle vicine. I precedenti che decidevano cos della vita della collettivit dovevan essere a loro volta di natura collettiva. Poco importa che una tenure abbia cessato, da tempo quasi immemorabile, di pagare una tassa - dichiara, in sostanza, al tempo di Luigi IX, un'ordinanza del Parlamento -; se nel frattempo le altre l'hanno regolarmente pagata, rimane obbligatoria anche per quella che vi si era, cos a lungo, sottratta(237). Cos almeno pensavano i giuristi. La prassi fu certamente spesso pi elastica. Il rispetto delle norme ancestrali si imponeva, in via di principio, a tutti: al padrone come ai subordinati. Nessun esempio potrebbe, tuttavia, metter meglio in luce quel che c'era di ingannevole in questa pretesa fedelt al gi fatto. Infatti, sebbene fossero collegate, attraverso le et, da un'usanza considerata come immutevole, nulla somigliava meno ad una signoria del secolo IX di una del secolo XIII.
Non dobbiamo in questo caso accusare la trasmissione orale. Al tempo dei Carolingi, molti signori, dopo inchiesta, avevan fatto mettere per iscritto gli usi delle loro terre, sotto forma di quelle descrizioni particolareggiate dette pi tardi censiers o terriers. Ma la pressione delle condizioni sociali circostanti era pi imperiosa della deferenza verso il passato.
Con il favore dei mille conflitti della vita quotidiana, la memoria giuridica si gonfiava senza posa di precedenti nuovi. Soprattutto, un'usanza pu assumere veramente valore obbligatorio solo dove trovi, come guardiana, un'autorit giudiziaria imparziale e ben rispettata. Nello stato franco del secolo IX, accadeva di fatto che i tribunali regi assumessero tale compito; e se noi di essi conosciamo soltanto decisioni uniformemente sfavorevoli ai censuari,  forse, semplicemente, perch gli archivi ecclesiastici poco si curavano di conservare gli altri. In seguito, l'usurpazione dei poteri giurisdizionali da parte dei signori fin col sopprimere la possibilit di simili ricorsi. I pi scrupolosi non sempre si astenevano dal sovvertire la tradizione, quando essa colpiva i loro interessi o quelli loro affidati: non vediamo l'abate Suger felicitarsi, nelle sue memorie, di aver saputo imporre, d'autorit, ai contadini d'una delle sue terre, la sostituzione del censo in denaro, da loro costantemente pagato a memoria d'uomo, con un cnone proporzionale al raccolto, dal quale ci si poteva ripromettere un maggior profitto(238)? Gli abusi di forza dei padroni non avevano pi altri contrappesi - in realt, spesso assai efficaci - che la meravigliosa capacit d'inerzia della massa rurale e il disordine delle loro amministrazioni.
Nulla di pi variabile secondo i luoghi, per ogni signoria, nulla di pi diverso degli oneri del censuario, nella prima et feudale. In giorni fissi, lo si vedeva portare al sergente del signore ora un po' di denaro ora e pi spesso covoni raccolti sui suoi campi, polli della sua aia, dolci di miele sottratto ai suoi alveari o a quelli della vicina foresta. In altri momenti, egli faticava sui terreni arativi o sui prati padronali. O ancora eccolo trasportare per conto del padrone, verso residenze pi lontane, botti di vino o sacchi di grano. Le mura o i fossati del castello vengono riparati col sudore delle sue braccia. Il padrone riceve? il contadino spoglia il proprio letto per fornire agli ospiti tutto il necessario. Viene il momento delle grandi cacce? egli nutre la muta. Scoppia infine la guerra? sotto la bandiera del capo del villaggio, egli s'improvvisa fante o valletto d'armi. Lo studio minuto di tali obblighi appartiene, anzitutto, allo studio della signoria come "impresa" economica e fonte di redditi. Qui ci limiteremo a rilevare quei fatti evolutivi che incisero pi profondamente sul vincolo propriamente umano.
La dipendenza delle gestioni contadine da un padrone comune si traduceva nel versamento di una specie di fitto della terra. Qui l'opera della ima et feudale fu anzitutto di semplificazione. Un numero abbastanza grande di cnoni che, all'epoca franca, erano conteggiati separatamente, finirono per fondersi in un unico cnone fondiario, che in Francia, quando veniva pagato in denaro, era conosciuto generalmente sotto il nome di censo. Ora, tra le tasse primitive, ce n'erano che in origine eran state riscosse dalle amministrazioni signorili solo per conto dello Stato: tali per esempio le forniture dovute all'esercito regio o i pagamenti di sostituzione cui esse davan luogo. La loro unificazione in un solo onere che, riuscendo di profitto solo al signore, era concepito come l'espressione dei suoi diritti superiori sul suolo, attesta, con particolare chiarezza, la preponderanza acquistata dall'autorit prossima del piccolo capo di gruppo, a spese di qualsiasi legame pi elevato.
Il problema dell'ereditariet, uno dei pi scottanti suscitato dalla istituzione del feudo militare, non ebbe quasi nessuna importanza nella storia delle tenures rurali: per lo meno, durante l'et feudale. Quasi dappertutto, i contadini si succedevano, di generazione in generazione, sugli stessi campi. Talvolta,  vero, come chiariremo pi oltre, i collaterali venivano esclusi, allorch il censuario era di condizione servile. Ma il diritto dei discendenti doveva esser sempre rispettato, purch non avessero abbandonato prematuramente il gruppo familiare. Le regole di successione erano fissate dalle vecchie usanze regionali, senz'altri interventi da parte dei signori che i loro sforzi, in certe epoche e in certi paesi, per vegliare sull'indivisibilit del bene, giudicata necessaria alla rigorosa riscossione dei censi. D'altronde, la vocazione ereditaria dei censuari sembrava tanto evidente che il pi delle volte i testi, supponendo il principio come gi stabilito, non si curavano di farne cenno, salvo che per semplice allusione. Senza dubbio, perch tale era stata, per la maggioranza delle gestioni contadine, prima che i piccoli capi locali si trasformassero in signori, l'usanza immemorabile, estesasi a poco a poco ai mansi, ritagliati nel dominio in tempi pi recenti. Ma anche perch i signori non avevano nessun interesse a interrompere tale consuetudine. In un'epoca come quella, in cui v'era pi abbondanza di terra che di uomini e, d'altro lato, le condizioni economiche non permettevano di mettere in valore tenute troppo vaste con l'aiuto di una mano d'opera salariata o nutrita a domicilio, era molto meglio, anzich unire insieme terre a pezzo a pezzo, disporre in maniera permanente delle braccia e della forza contributiva di dipendenti capaci di mantenersi da soli.
Fra tutte le nuove "esazioni", imposte ai censuari, le pi caratteristiche furono indubbiamente i monopoli, assai vari, che il signore si arrog a loro detrimento. Talora si riservava, in determinati periodi dell'anno la vendita del vino o della birra; talaltra rivendicava il diritto esclusivo di fornire, a pagamento, il toro o il verro necessario alla riproduzione delle mandrie, oppure i cavalli che, in alcune regioni del Mezzogiorno servivano alla trebbiatura del grano, sull'aia. Pi spesso, costringeva i contadini a macinare al suo mulino, a cuocere il pane nel suo forno, a fare il vino col suo torchio. Il nome stesso di questi oneri era significativo. Venivano comunemente chiamati "banalit". Ignorate dall'epoca franca, non avevano altro fondamento che il potere di comando riconosciuto al signore e designato con l'antica parola germanica ban: potere - com' evidente - inseparabile da qualsiasi autorit di capo; e quindi, in se stesso, quale parte dell'autorit signorile, molto antico, ma che era stato singolarmente rafforzato, nelle mani dei piccoli potentati locali, dallo sviluppo delle loro funzioni di giudici. La ripartizione di queste "banalit" nello spazio offre una lezione altrettanto istruttiva. La Francia, dove l'indebolimento dell'autorit pubblica e l'accaparramento della giustizia erano stati spinti molto oltre, fu la loro patria d'elezione. Pure, anche l erano esercitate soprattutto da quei signori che detenevano i pi elevati diritti di giustizia, detti di "alta giustizia". In Germania, dove d'altra parte non abbracciavano un cos grande numero di attivit, sembra che siano state frequentemente conservate dagli eredi diretti dei conti: i giudici per eccellenza dello stato franco. In Inghilterra, vennero introdotte - del resto, in forma incompleta - solo dalla conquista normanna. Evidentemente, l'autorit del signore si fece tanto pi invadente e lucrativa quanto meno incontrava un'efficace concorrenza da parte dell'altro ban: quello del re o dei suoi rappresentanti.
La chiesa parrocchiale dipendeva, quasi dovunque, dal signore o, se c'erano pi signori nella stessa parrocchia, da uno di essi. Nella maggior parte dei casi, era stata un tempo costruita sul dominio da uno dei suoi predecessori. Pure ci non era necessario per giustificare simile accaparramento, perch allora la sede del culto era concepita come propriet dei fedeli. Nei luoghi dove, come in Frisia, non v'era alcuna signoria, la chiesa apparteneva alle stesse comunit rurali; nel resto d'Europa, il gruppo contadino, non avendo esistenza legale, non poteva venir rappresentato che dal proprio capo o da uno dei suoi capi. Questo diritto di propriet - cos si diceva prima della riforma gregoriana - di "patronato" - si dir pi tardi e pi modestamente - consisteva, innanzi tutto, nella facolt di nominare o presentare l'assistente. Tuttavia i signori pretendevano egualmente di dedurne le facolt di riscuotere, a loro profitto, almeno una parte delle rendite parrocchiali. Tra queste, il casuale, senza essere disprezzabile, non era gran che. La decima fruttava molto di pi. Dopo esser stato a lungo considerato come un dovere puramente morale, il suo versamento era stato rigorosamente imposto a tutti i fedeli, dai primi Carolingi nello stato franco; in Inghilterra, quasi verso la stessa epoca, dai re anglo-sssoni, loro imitatori. Si trattava, in via di principio, di una tassa del decimo, percepita in natura e che pesava senza eccezione su tutti i redditi. In realt, fu ben presto applicata, quasi esclusivamente, ai prodotti agricoli. L'accaparramento da parte dei signori non fu affatto totale. L'Inghilterra ne fu quasi esente, a causa del tardivo sviluppo del suo regime signorile. Nello stesso continente, il curato, talvolta il vescovo, se ne riservavano alcune frazioni. Inoltre, il risveglio religioso nato dalla riforma gregoriana, fin rapidamente col far "restituire" al clero - vale a dire, in pratica, nella maggior parte dei casi, ai monasteri -, con un numero ancor maggiore di chiese, molte decime in precedenza cadute nelle mani dei laici. L'accaparramento di questo cnone, di origine spirituale, da parte di padroni eminentemente temporali era stato nondimeno, nella prima et feudale, una delle pi singolari e proficue manifestazioni delle conquiste di un potere che sembrava, decisamente, non riconoscere ad altri il diritto di chiedere alcunch ai suoi sudditi.
L'"aiuto" (aide) pecuniario o "taglia" dei censuari rurali nacque, come la taglia dei vassalli e quasi nella stessa epoca, dal dovere generale che a ogni subordinato imponeva, all'inizio, la forma di donativo, richiamata sino all'ultimo da taluni dei nomi che servivano a indicarla: in Francia, demande o queste; in Germania Bede, preghiera. Ma veniva anche chiamata, con maggior sincerit, toulte, dal verbo tolir, "prendere". La sua storia, pur essendosi iniziata pi tardi, non fu senza analogia con quella dei monopoli signorili. Assai diffuso in Francia, importato in Inghilterra dai conquistatori normanni, rimase, in Germania, il privilegio di un numero pi ristretto di signori: quelli che esercitavano i poteri di giustizia superiore, ivi meno frazionata che in Francia. Tanto  vero che il padrone fra i padroni fu sempre, nell'et feudale, il giudice! Come la taglia dei vassalli, la taglia dei villani non sfugg all'azione regolatrice dell'uso; ma con risultati sensibilmente diversi. Poich in questo caso, i contribuenti, non avevano il pi delle volte la forza necessaria d'imporre una rigida definizione dei casi, l'imposta, dapprima eccezionale, con l'intensificarsi della circolazione monetaria, venne loro richiesta a intervalli sempre meno lunghi. Ci peraltro con notevoli diversit, da signoria a signoria. Nell'Ile-de-France, verso il 1200, terre ove le riscossioni avvenivano annualmente o due volte all'anno confinavano con altre dove accadevano solo di tanto in tanto. Il diritto era, quasi dovunque, incerto. Per inserirsi facilmente infatti nella trama delle "buone usanze", quest'onere, uno degli ultimi arrivati, non era soltanto troppo recente. La sua mal determinata periodicit e, anche l ove il ritmo si era stabilizzato, l'irregolarit dell'importo preteso ogni volta, gli conservavano un carattere arbitrario. Negli ambienti della Chiesa, alcune "brave persone" - dice un testo parigino - ne contestavano la legittimit. Era particolarmente odioso ai contadini, che spinse spesso a violente rivolte. Semicristallizzata in un'epoca di rara moneta contante, la tradizione della signoria non si prestava alle necessit di una economia nuova.
In tal modo, il censuario della fine del secolo XII pagava le decime, la taglia, i molteplici diritti delle "banalit": tutte cose che, anche nelle contrade ove la signoria aveva un passato pi antico, erano state ignorate, ad esempio, dal suo antenato del secolo VIII. Gli obblighi di pagamento erano diventati incontestabilmente pi gravi. Ma non senza compensi - almeno in alcuni paesi - per quanto concerneva gli obblighi di lavoro.
Infatti - per una specie di prolungamento del frazionamento di cui era stato un tempo vittima il latifundium romano - i signori avevano cominciato, in gran parte d'Europa, ad assegnare ad altri vaste porzioni delle loro "riserve": talora, per distribuirle, pezzo a pezzo, ai loro vecchi censuari, talaltra per ritagliarvi nuove tenures, talaltra persino per formare piccoli feudi vassallatici, a loro volta ben presto suddivisi in censives contadine. Provocato da cause di ordine soprattutto economico, e di cui non possiamo affrontare qui l'esame, sembra che il movimento si sia iniziato, sin dai secoli X e XI, in Francia, in Lotaringia e in Italia; che abbia conquistato, un po' pi tardi, la Germania transrenana, pi lentamente ancora e non senza giri capricciosi, l'Inghilterra, ove lo stesso regime signorile aveva un'applicazione meno antica. Ora, dominio impicciolito, significava, per forza, corves abolite o alleviate. Mentre, sotto Carlo Magno, il censuario era tenuto a fare parecchie giornate per settimana, nella Francia di Filippo Augusto o di Luigi il Santo lavorava nei campi o nei prati padronali solo qualche giorno all'anno. Lo sviluppo delle nuove "esazioni" non fu solamente, in ciascun paese, proporzionale all'accaparramento, pi o meno spinto, del diritto di comandare. Avvenne anche in ragione diretta dell'abbandono, da parte del signore, dello sfruttamento personale. Disponendo di pi tempo e di pi terra insieme, il contadino poteva pagare in anticipo. E il padrone, naturalmente, cercava di riguadagnare da un lato quel che perdeva dall'altro: privato dei sacchi di grano delle riserve, il mulino francese del signore, senza il monopolio del ban, sarebbe stato infatti costretto ad arrestare le sue macine. Tuttavia, cessando in tal modo di esigere dai sudditi, nel corso dell'annata, il lavoro di squadre servili, trasformandoli definitivamente in produttori, duramente tassati, ma economicamente autonomi; trasformandosi anche lui in semplice possidente del suolo, il signore, l ove questa evoluzione avvenne in tutta la sua pienezza, permetteva inevitabilmente che si rilassasse, un poco, il vincolo del dominio umano. Al pari della storia del feudo, la storia della tenure rurale fu, in ultima analisi, quella del passaggio da una struttura sociale fondata sul servigio a un sistema di rendite fondiarie.




Capitolo secondo
Servit e libert

1. Il punto di partenza; le condizioni personali all'epoca franca.

Immaginiamo, nello stato franco - a cui provvisoriamente limiteremo i nostri sguardi - e verso l'inizio del secolo IX, un personaggio che, in presenza di una folla umana, si sforzi di discernervi le varie condizioni giuridiche: un alto funzionario del Palazzo in missione nelle province, un prelato enumerante le sue pecorelle, un signore intento a fare il censimento dei suoi sudditi. La scena non ha nulla di fittizio. Conosciamo pi di un tentativo di questo genere. L'impressione che danno  quella di molte esitazioni e di molte divergenze. Nella medesima regione, in date vicine, non vediamo quasi mai due censori signorili usare criteri simili. Evidentemente, agli stessi uomini del tempo, la struttura della societ in cui vivevano non si presentava in linee ben definite. Ci a causa dell'intrecciarsi di sistemi di classificazione assai diversi. Gli uni, derivando la loro terminologia dalle tradizioni anch'esse discordi, talora di Roma talaltra della Germania, non s'adattavano pi che molto imperfettamente al presente; gli altri si sforzavano di esprimere il meglio possibile la realt e non lo facevano senza goffaggine.
Si presentava in realt un'opposizione fondamentale, assai semplice nei suoi termini: da un lato gli uomini liberi; dall'altro, gli schiavi (in latino servi). A prescindere dalle attenuanti apportate alla durezza dei principi da quel che ancora poteva sopravvivere della legislazione umanitaria degli imperatori romani, dallo spirito del cristianesimo e dalle inevitabili transazioni della vita quotidiana, il servus restava, di diritto, la cosa di un padrone che disponeva sovranamente del suo corpo, del suo lavoro e dei suoi beni. Sprovvisto di una personalit propria, egli faceva, in margine al popolo, la figura di uno straniero. Non era chiamato all'esercito regio; non sedeva nelle assemblee giudiziarie, non poteva presentarvi direttamente le sue doglianze, e la giustizia gli si applicava solo nel caso in cui, avendo commesso verso un terzo una grave colpa, si vedeva abbandonato dal proprio padrone alla pubblica vendetta. Che solo gli uomini liberi - indipendentemente d'altronde da ogni distinzione etnica - costituissero il populus Francorum,  comprovato dalla sinonimia che si stabil alla fine tra il nome nazionale e la qualit giuridica: "libero" o "franco", queste due parole divennero permutabili.
Se tuttavia la esaminiamo pi da vicino, vediamo che questa antitesi, in apparenza cos rigida, d un'immagine ben imprecisa della vivente variet delle condizioni. Fra gli stessi schiavi - che erano d'altronde in numero relativamente esiguo - le forme di esistenza avevano introdotto profonde differenze. Un certo numero di essi, addetti o agli umili servigi domestici o ai lavori dei campi, erano nutriti nella casa del padrone o nei suoi poderi; e rimanevano ridotti alla condizione di un vero e proprio bestiame umano, annoverato ufficialmente fra i beni mobili. Lo schiavo censuario aveva, invece, una propria casa; si manteneva col prodotto del proprio lavoro; nulla gli proibiva di vendere eventualmente a suo profitto l'eccedenza del raccolto; non dipendeva pi, direttamente, per il suo mantenimento dal padrone, e la mano di quest'ultimo lo raggiungeva solo occasionalmente. Certo, sottostava, rispetto al possessore della "corte" padronale, a oneri terribilmente passivi, ma essi erano limitati, qualche volta di diritto, sempre di fatto. Alcuni censiers hanno infatti un bel dirci che l'uomo "deve servire tutte le volte che ricever l'ordine"; in pratica, il beninteso interesse del padrone suggeriva a quest'ultimo di lasciare a ogni piccolo coltivatore la facolt di disporre delle giornate di lavoro necessarie alla coltura dei mansi; altrimenti, la stessa materia dei cnoni sarebbe svanita. Conducendo in tal modo una vita molto analoga a quella degli altri censuari, detti liberi, alle famiglie dei quali si univa abbastanza spesso in matrimonio, il servus "accasato" cominciava gi ad avvicinarsi a essi anche per un aspetto d'importanza assolutamente capitale del proprio stato giuridico. I tribunali regi riconoscevano che anche i suoi doveri gli eran fissati dal costume locale: stabilit assolutamente contraria alla nozione di schiavit, il cui elemento essenziale  l'arbitrio. Alcuni schiavi, infine, come sappiamo, figuravano nelle truppe dei fidi armati di cui si circondavano i grandi. Il prestigio delle armi, la fiducia riposta in loro, in una parola - per parlare come un capitolare del tempo - "l'onore del vassallaggio" assicuravano loro, nella societ, una posizione e possibilit di azione talmente superiori a qualsiasi tara servile che i re giudicarono opportuno chieder loro, in via eccezionale, quel giuramento di fedelt a cui, in via di principio, partecipavano solo i veri "Franchi".
Questa variet risaltava ancora di pi negli uomini liberi. Le distinzioni determinate dalla ricchezza, che eran notevoli, non mancarono di avere la loro ripercussione sulle distinzioni giuridiche. Qualora fosse esistito un individuo troppo miserabile per potersi equipaggiare, esso non poteva essere convocato all'esercito o, almeno, non poteva presentarvisi coi propri mezzi. Doveva essere considerato ancora alla stregua di un membro autentico del popolo franco? Tutt'al pi - come dice un capitolare - esso era solo un "libero del secondo ordine". Un'altra ordinanza oppone in modo pi crudo, ai "liberi" i "poveri"(239). Soprattutto, la maggioranza degli uomini teoricamente liberi venivano ad essere nel medesimo tempo sudditi del re e dipendenti dal tale o talaltro individuo; appunto queste quasi infinite sfumature di tale subordinazione determinavano principalmente, in ciascun caso, la condizione dell'individuo.
I censuari dei signori, quando non eran di statuto servile, portano in generale, nei documenti ufficiali scritti in latino, il nome di "coloni". Molti di loro infatti, in quelle parti dello stato franco che in passato eran state romane, discendevano certamente da antenati sottoposti alle leggi dei coloni. Ma il vincolamento al suolo, caratteristica essenziale di tale condizione, era pressoch caduto in disuso. Parecchi secoli prima, il Basso Impero aveva concepito il disegno di vincolare ogni uomo, o quasi, al suo lavoro ereditario e in pari tempo alla sua quota di tributi: il soldato all'esercito, l'artigiano al suo mestiere, il "decurione" alla curia municipale, il colono alla sua gleba, che egli non poteva abbandonare e da cui il proprietario eminente del suolo non poteva strapparlo. La potenza di un'amministrazione dominante su immensi territori aveva allora permesso di fare di questo sogno quasi una realt. I regni barbarici, al contrario, come la maggioranza degli stati medievali posteriori, non disponevano dell'autorit necessaria per perseguire il contadino fuggitivo o impedire a un nuovo padrone di accoglierlo. Inoltre, la decadenza dell'imposta fondiaria, nelle mani di governi inesperti, tolse quasi ogni interesse a simili sforzi.  significativo il fatto che nel secolo IX molti coloni si siano trovati insediati su mansi "servili" che in passato cio eran stati prima assegnati a schiavi, e molti schiavi su mansi "ingenui", originariamente attribuiti a coloni. Questo disaccordo tra le qualit dell'uomo e quelle della terra - i cui oneri specifici continuavano a richiamare il passato - non aumentava solamente la confusione delle classi; attesta come la perpetuit della successione su una stessa "gleba" avesse cessato di venir rispettata.
Cos l'astratta nozione del diritto romano, facente del colono, uomo libero per il proprio status personale, "lo schiavo della terra dov' nato", in una parola, il dipendente non di un individuo ma di una cosa, qual senso poteva conservare in un'et troppo realistica per non ricondurre tutti i rapporti sociali a uno scambio di obbedienze e di protezione tra esseri in carne e ossa? Gi l dove una costituzione imperiale aveva detto: "che il colono sia reso alla sua terra d'origine", il manuale di diritto romano redatto all'inizio del secolo VI per i bisogni dello stato visigotico scriveva: "Sia reso al suo padrone"(240). Certamente il colono del secolo IX rimaneva, come il suo lontano predecessore, nei confronti della legge, una persona libera: prestava giuramento di fedelt al sovrano; assisteva talvolta alle assemblee giudiziarie. Tuttavia non aveva, con le autorit pubbliche, che contatti assai rari e molto lontani. Militava nell'esercito solo sotto la bandiera del capo da cui aveva ricevuto la tenure; se chiamato in giudizio, il giuoco delle immunit e, pi ancora, le stesse usanze che i privilegi si limitavano di solito a sanzionare, gli imponevano di nuovo tale signore come giudice abituale. In una parola, il suo posto nella societ era sempre pi definito dalla sua soggezione ad un altro uomo; soggezione cos rigida, in verit, che si giudicava cosa affatto naturale limitargli lo statuto familiare interdicendogli di sposarsi al di fuori della signoria; che la sua unione con una donna pienamente libera era considerata come un "matrimonio ineguale"; che il diritto canonico tendeva a negargli l'accesso agli ordini sacri, e il diritto secolare a infliggergli le punizioni corporali, anticamente riservate agli schiavi; che, infine, quando il signore gli rimetteva i suoi oneri, questo atto era in genere considerato come un affrancamento. Non senza ragione, a differenza di tanti termini del vocabolario giuridico latino, colonus rimase infine senza posterit negli idiomi gallo-romanzi. La sopravvivenza di altri vocaboli, indicanti anch'essi determinate condizioni umane, ebbe naturalmente, quale contropartita, molte deformazioni di significato; nondimeno, essa d il senso o l'illusione di una continuit. Invece, sin dall'epoca carolingia, il colono cominciava a perdersi nella folla uniforme dei dipendenti delle signorie, riuniti dalle carte sotto il nome di mancipia (un tempo, nel latino classico, sinonimo di schiavo) e dalla lingua volgare sotto quello, ancor pi vago, di "uomo" del padrone. Vicinissimo, per un verso, agli schiavi "accasati", per l'altro si confondeva quasi - a tal punto che, talvolta, nella terminologia, ogni distinzione scompare - coi protetti veri e propri, quando questi non erano guerrieri. Infatti, la pratica della commendatio non si limitava - come sappiamo - alle classi elevate. Molti modesti uomini liberi si cercavano un difensore, senza per questo accettare di diventarne schiavi. Nell'atto stesso che gli rimettevano la loro terra, per riprenderla subito dopo a titolo di tenure, si costituiva, tra i due individui, una relazione di carattere pi personale che, d'altronde, rimase a lungo mediocremente definita. Quando cominci a precisarsi fu appunto prendendo pi di un elemento a un'altra forma di dipendenza che, assai diffusa, era perci predestinata a servire di modello a tutti i vincoli di umile soggezione: la condizione dell'affrancato "con obbedienza".
Nei paesi che formavano lo stato franco, erano avvenuti, a partire dagli ultimi secoli dell'Impero romano, innumerevoli affrancamenti di schiavi. Al tempo dei Carolingi, ne venivano concessi ogni anno molti altri. Tutto suggeriva ai padroni di seguire questa politica. Le trasformazioni dell'economia invitavano a sciogliere le grandi squadre che avevano un tempo servito a coltivare i latifundia, ora spezzettati. Allo stesso modo che la ricchezza sembrava dovesse basarsi, d'ora innanzi, pi sulla riscossione dei cnoni e dei servigi che sulla diretta gestione di vasti domini, cos, a sua volta, la volont di potenza trovava nella protezione estesa su uomini liberi, membri del popolo, uno strumento singolarmente pi efficace di quello che poteva fornire il possesso di un bestiame umano, privo di diritti. Infine, la preoccupazione della salvezza, particolarmente accentuata all'avvicinarsi della morte, tendeva a far s che si ascoltasse la voce della Chiesa, la quale, pur non ergendosi contro la schiavit in se stessa, faceva nondimeno della liberazione dello schiavo cristiano un'opera pia per eccellenza. L'accesso alla libert era stato in ogni tempo, a Roma come in Germania, il logico epilogo di molte condizioni servili. Solo, sembra probabile che nei regni barbarici il ritmo si sia a poco a poco accelerato.
Ma i padroni si mostravano in apparenza tanto generosi solo perch erano ben lontani dal dover tutto cedere. Nulla di pi eterogeneo, a primo aspetto, del regime giuridico delle emancipazioni nello stato franco del secolo IX. Le tradizioni del mondo romano, da una parte, e vari diritti germanici, dall'altra, procurarono molti e differenti mezzi per conchiudere l'opera e fissarono la condizione dei suoi beneficiari nei termini di una variet che sgomenta. Se ci atteniamo, tuttavia, ai risultati pratici, vediamo che essi concordavano nell'offrire la scelta tra due grandi categorie di atti. Talora l'affrancato sfuggiva ormai a qualsiasi autorit privata che non fosse quella di cui poteva pi tardi, a suo piacere, ricercare l'appoggio; talaltra, invece, nel suo nuovo statuto, rimaneva obbligato ad alcuni doveri di sottomissione, sia verso il suo antico padrone, sia verso un padrone nuovo - una chiesa, per esempio - a cui il primo acconsentisse a cederlo. Siccome questi obblighi erano generalmente concepiti come destinati a trasmettersi di generazione in generazione, essi finivano col condurre alla creazione di una vera e propria clientela ereditaria. Raro era il primo tipo di "manomissione", per attenerci al linguaggio dell'epoca; frequente assai invece il secondo, poich era il solo che rispondesse alle necessit del momento. Il "manomissore", pur accettando di rinunciare a uno schiavo, desiderava conservare un dipendente. Lo stesso "manomesso" che non osava quasi vivere senza difensore, trovava cos, di primo acchito, la protezione desiderata. La subordinazione cos pattuita era ritenuta talmente forte che la Chiesa, portata ad esigere dai suoi preti una completa indipendenza, riluttava ad accordare gli ordini sacri a quei nuovi uomini liberi, ancora stretti, a onta del loro nome, in vincoli a suo giudizio troppo rigidi. D'ordinario, l'affrancato era al tempo stesso il censuario del proprio padrone, sia che gi fosse stato "accasato" da parte sua prima di liberarsi dal giogo servile, sia che la liberazione fosse stata accompagnata da un dono di terra. Inoltre alcuni oneri di carattere pi personale contribuivano spesso a sottolineare la soggezione. Talvolta era una parte della eredit percepita dal padrone, ad ogni morte; pi spesso, una tassa per capo, che colpiva di anno in anno l'affrancato e dopo di lui ogni individuo della sua discendenza. Pur procurando un reddito regolare, la cui somma totale non era disprezzabile, questo chevage, grazie alla breve periodicit delle riscossioni, impediva che il legame rischiasse di cadere in oblio, per la cattiva volont del subordinato o la negligenza del superiore. Il modello era stato fornito da alcuni sistemi di affrancamento germanico. Ben presto venne imitato in quasi tutte le manomissioni, purch comportassero "l'obbedienza".
Parte prelevata sulla successione, chevage: queste due espressioni della soggezione erano, nella societ medievale, predestinate a un lungo avvenire. La seconda almeno aveva assai presto cessato di essere confinata nel piccolo mondo delle persone liberate dalla schiavit. Come viene rilevato, in termini precisi, da alcuni atti di manomissione, i pochi denari o dolciumi di miele, versati annualmente, venivano considerati come il prezzo della protezione estesa sul suo antico schiavo dal padrone trasformato in patrono. Ora, gli affrancati non erano i soli uomini cosiddetti liberi che, per amore o per forza, fossero stati condotti a mettersi sotto il "mundeburdio" di un potente. Sin dal secolo IX, lo chevage, allargandosi, appariva gi come il "segno" specifico di tutto un gruppo di dipendenze personali che avevano in comune, superiori a tutti i capricci della terminologia, un'abbastanza umile sottomissione, generalmente ereditaria da parte del subordinato e, da parte del protettore, un saldo diritto di comando, generatore di riscossioni lucrative. In tal modo nel caos delle relazioni tra uomo e uomo, ancora molto intricate, cominciavano a delinearsi alcune norme fisse, intorno alle quali dovevano, a poco a poco, cristallizzarsi le istituzioni dell'et successiva.


2. La servit in Francia.

Nel regno di Francia propriamente detto e nella Borgogna, nel corso della prima epoca feudale, una serie di azioni convergenti condussero a una vera e propria messa a punto dell'antica nomenclatura sociale. Le leggi scritte erano dimenticate. Tra i libri di censi dell'epoca franca molti erano andati distrutti, e gli altri, per effetto delle trasformazioni del vocabolario e degli sconvolgimenti avvenuti nell'ordinamento di molte terre, non potevano pi esser consultati che con fatica. I signori infine, e i giudici erano in genere troppo ignoranti per impastoiarsi in ricordi giuridici. Nella nuova classificazione delle condizioni, allora compiuta, tocc tuttavia una parte considerevole a una nozione gi familiare, da un tempo immemorabile, alla coscienza collettiva: l'antitesi tra libert e servit. Ma ci avvenne a prezzo di un profondo cambiamento di significato.
Non  meraviglia che l'antico contenuto dell'opposizione avesse cessato di parlare agli spiriti. Non c'erano infatti quasi pi, in Francia, schiavi veri e propri. Ben presto non ve ne furono pi in senso assoluto. Il genere di vita degli schiavi censuari nulla aveva in comune con la schiavit. Quanto ai piccoli gruppi servili viventi un tempo della provenda del signore, i vuoti che vi faceva costantemente il giuoco associato della mortalit e dell'affrancamento erano ormai irrimediabili. Il sentimento religioso vietava, infatti, di asservire i prigionieri di guerra cristiani. Rimaneva,  vero, la tratta alimentata dalle razzie in terra di "pagani". Ma le sue grandi correnti o non avevano come mta i nostri paesi, o - certamente poich sapevano di non trovarvi acquirenti abbastanza ricchi - li attraversavano soltanto per dirigersi verso la Spagna musulmana e l'Oriente. D'altronde, l'indebolimento dello Stato privava di qualsiasi concreto significato l'antica distinzione tra l'uomo libero, suddito di pieno diritto, e lo schiavo, estraneo al funzionamento delle istituzioni pubbliche. Tuttavia, non si perdette affatto l'abitudine di immaginare la societ come composta di persone libere e non-libere; venne conservato a queste ultime l'antico nome latino di servi, da cui il francese serfs. Questa la linea divisoria tra i due gruppi, che, insensibilmente, si spost.
Aver un signore non sembrava per niente contrario alla libert. Chi non ne aveva? Ci si form tuttavia il concetto che questa prerogativa prendesse fine dove cessava la facolt di scelta, esercitata almeno una volta nella vita. In altri termini, qualsiasi legame ereditario veniva considerato come affetto da un carattere servile. L'ineluttabile vincolo, che s'iniziava pel fanciullo "sin dal ventre della madre", era stato infatti una delle cose pi crude dello schiavismo tradizionale. Il senso di questa costrizione quasi fisica  espresso mirabilmente nell'espressione "uomo di corpo" foggiata dalla lingua popolare come sinonimo di servo. Il vassallo il cui omaggio non era affatto ereditario, era - come abbiamo visto - essenzialmente "libero". Al contrario, si dov porre sotto l'etichetta di una comune servit con i poco numerosi discendenti degli schiavi censuari la folla molto pi grande di quei dipendenti i cui antenati avessero impegnato, con la propria persona, la loro posterit; eredi di affrancati o di umili accommendati. Similmente, per una significativa graduale eliminazione, i bastardi, gli stranieri o aubains, qualche volta gli Ebrei. Privi di qualsiasi appoggio naturale nella famiglia o nel popolo essi, dagli antichi diritti, erano stati automaticamente affidati alla tutela del principe o del capo della loro residenza: l'ra feudale ne fece dei servi sottomessi, in questa forma, al signore della terra sulla quale vivevano, o, almeno, a colui che vi deteneva i supremi poteri di giustizia. Nell'epoca carolingia, un numero sempre crescente di protetti aveva pagato lo chevage: a condizione, tuttavia, di conservare o ricevere lo status di uomini liberi. Lo schiavo, infatti, aveva un padrone che poteva tutto prendergli; non un difensore, al quale fosse dovuto un compenso. A poco a poco, tuttavia, quest'obbligo fin allora considerato come perfettamente onorevole, assunse un senso spregiativo; e alla fine venne considerato dai tribunali come uno degli indici caratteristici del servaggio. Continu a essere richiesto dalle medesime famiglie di un tempo e per ragioni fondamentalmente uguali. Solo, era mutato il posto attribuito, nella classificazione ordinaria, al vincolo di cui il cnone censuario sembrava l'espressione.
Quasi impercettibile ai contemporanei, come tutti i mutamenti semantici, questo grande sconvolgimento della gerarchia dei valori sociali si era preannunziato, sin dalla fine dell'et franca, con un uso assai elastico del vocabolario della servit, che allora cominci ad oscillare tra le accezioni del passato e dell'avvenire. Queste oscillazioni continuarono a lungo. I limiti della nomenclatura variavano secondo le regioni, secondo i chierici chiamati a stendere le carte. In parecchie province, certi gruppi, usciti da schiavi un tempo liberati per mezzo "dell'obbedienza", conservarono, sino agli inizi del secolo XII, come un'etichetta di origine, la loro particolare designazione di "colliberti", derivata dal latino collibertus, "affrancato". A onta della manomissione di un tempo, eran considerati privi di "libert", nel senso nuovo del termine. Tuttavia, venivano considerati come costituenti una classe superiore a quella dei semplici "servi". Qua e l, nonostante un'assimilazione effettiva a tutti gli oneri della condizione servile, le parole di "accommendati" o di "gente dell'avvocatura" (essendo questo sostantivo sinonimo di protezione) rimasero a lungo legate ad altre famiglie. Se un uomo si metteva con la sua discendenza, alle dipendenze di un padrone al quale prometteva, fra altri obblighi, lo chevage, quest'atto veniva talora considerato espressamente come un volontario asservimento; mentre altre volte vi veniva inserita, come nell'antica formula franca di commendatio, una clausola di salvaguardia della libert. O, meglio ancora, ci si asteneva prudentemente, nella redazione, da qualsiasi espressione compromettente. Tuttavia, quando una raccolta di scritture giuridiche, quale quella dell'abbazia di Saint-Pierre di Gand, abbraccia parecchi secoli, non  difficile osservarvi, via via che il tempo passa, i progressi di una fraseologia sempre pi puramente servile.
Qualunque sia stato, d'altronde, il numero di queste autodedizioni, la cui proporzione notevolmente elevata, in rapporto alla povert dei nostri documenti, in generale,  tale da stupire e commuovere,  evidente che esse non furono le sole ad aumentare i ranghi della servit. Al di fuori di qualsiasi precisa convenzione, per il semplice giuoco della prescrizione, della violenza e dei mutamenti avvenuti nell'opinione giuridica, la massa dei sudditi delle signorie, antiche o recenti, scivol lentamente in questa condizione, definita con un vecchio nome e con criteri quasi del tutto nuovi. Nel villaggio di Thiais in Parisis, che, all'inizio del secolo IX, su 146 capi-famiglia annoverava solamente 11 schiavi di fronte a 130 coloni, e da cui dipendevano inoltre 19 protetti che pagavano lo chevage, quasi tutta la popolazione, sotto Luigi IX, era composta di persone il cui statuto era considerato servile.
Sino alla fine, esistettero alcuni individui o intere collettivit che non si sapeva a rigore come classificare. Erano servi di Sainte-Genevive i contadini di Rosny-sous-Bois? E le genti di Lagne erano serve della loro abbazia? Questi problemi occuparono papi e re, dall'epoca di Luigi VII sino a quella di Filippo III. Tenuti di padre in figlio allo chevage e a parecchie altre "usanze" generalmente considerate opposte alla libert, i membri di diverse famiglie urbane del Nord ricusavano nondimeno, nel secolo XIII, di lasciarsi trattare alla stregua di servi. Esitazioni e anomalie nulla toglievan tuttavia al fatto essenziale. Sin dalla prima met del secolo XII al pi tardi - avendo i "colliberti" cessato allora di esistere in quanto classe ed essendo il loro nome divenuto sinonimo di servi - si costitu un'unica categoria di umili dipendenti, vincolati a un padrone sin dalla nascita, e quindi colpiti dalla "macchia" servile.
Ora si trattava tutt'altro che di una semplice questione di vocaboli. Alcune tare, tradizionalmente concepite come inseparabili dalla servit, vennero necessariamente applicate a quei non-liberi, di un tipo in s nuovo, ma la cui novit non era ben chiaramente provata. Tali il divieto di accedere agli ordini sacri, la privazione del diritto di testimoniare contro uomini liberi (salvo, tuttavia, un particolare privilegio accordato, per principio, ai servi regi ed esteso a quelli di alcune chiese); motivo generale di assai dolorosa inferiorit e di disprezzo. D'altra parte, s'era andato elaborando un vero e proprio statuto, definito soprattutto da un complesso di oneri specifici. Modalit infinitamente varie, a seconda delle usanze dei vari gruppi, si ritrovavano, nelle loro grandi linee, quasi simili ovunque; contrasto senza posa ripetuto in questa societ a un tempo frazionata e fondamentalmente una. Tale lo chevage. Tale - salvo uno speciale permesso, acquistato a caro prezzo - la diffida al formariage, vale a dire a contrarre matrimonio con una persona che non fosse della stessa condizione e non dipendesse da uno stesso signore. Tale infine una specie di imposta sulla successione. Nei paesi piccardi e fiamminghi, questa "manomorta" assunse abitualmente la forma di una regolare tassa di successione, nel senso che il signore prelevava, a ogni morte, sia una piccola somma sia, pi spesso, il mobile migliore o il miglior capo di bestiame. Altrove, riposava sul riconoscimento della comunit familiare: se il defunto lasciava dei figli (talvolta dei fratelli) che fossero vissuti con lui attorno a uno stesso "fuoco", il signore non riceveva nulla; in caso contrario, confiscava ogni cosa.
Ora, per quanto pesanti potessero sembrare tali obblighi, erano, in un senso, agli antipodi della schiavit, poich supponevano l'esistenza di un patrimonio reale. Come censuario, il servo aveva esattamente gli stessi doveri e gli stessi diritti di chiunque altro: il suo possesso non era pi precario e il suo lavoro, una volta regolati i cnoni e i servigi, apparteneva soltanto a lui. Ma non dobbiamo raffigurarcelo nemmeno simile al colono legato "alla sua gleba". Certo, i signori cercavano di trattenere i loro contadini: senza l'uomo, che cosa valeva la terra? Tuttavia, era difficile impedire gli esodi, poich il frazionamento dell'autorit si opponeva pi che mai a qualsiasi effettiva coercizione e, d'altra parte, i terreni incolti essendo ancora molto abbondanti, serviva ben poco minacciare di confisca il fuggitivo, quasi sempre sicuro di trovar altrove un nuovo insediamento. Perci, quel che si cercava di prevenire, con maggiore o minore successo, era l'abbandono della tenure; lo statuto speciale di chi la gestiva poco importava. Se due persone si accordavano per ricusare di accogliere ciascuno i sudditi dell'altro, di solito non veniva tentata alcuna distinzione tra le condizioni, servile o libera, degli individui, di cui conveniva cos d'impedire le migrazioni.
D'altra parte, non era affatto necessario che il campo avesse seguito, nella soggezione, lo stesso processo dell'uomo. Nulla impediva, in via di principio, che il servo conservasse per s persino degli allodi, sottratti a qualsiasi supremazia fondiaria. A dir il vero, in tale caso si ammetteva generalmente - ne conosciamo esempi sino al secolo XIII - che, pur rimanendo estraneo agli obblighi caratteristici della terra soggetta a censo, il fondo non potesse essere alienato senza l'autorizzazione del padrone della persona: il che, praticamente, rendeva abbastanza imperfetta l'allodialit. Accadeva pi di frequente che il servo, possedendo unicamente tenures, non le tenesse o non le tenesse tutte dal signore a cui lo legavano i vincoli propri della sua condizione; o che, servo di un determinato signore, vivesse sulla terra di un altro. L'et feudale non repugn mai a un accavallamento di poteri. "Dono a Saint-Pierre di Cluny questa gestione, con ci che le appartiene - vale a dire "cedo i diritti eminenti sul suolo" - fuorch il villano che lo coltiva, la sua donna, i figli e le figlie, poich non mi appartengono": cos si esprimeva, sulla fine del secolo XI, una carta borgognona(241). Sin dall'origine, tale dualismo era stato inerente alla situazione di alcuni protetti. La mobilit della popolazione lo rese a poco a poco meno eccezionale. Naturalmente non poteva non suscitare delicati problemi di divisione, e pi di un padrone, ora della tenure, ora dell'uomo, fin col rimetterci il proprio diritto. Su un punto tuttavia, molto significativo, si era quasi unanimi nel riconoscere una specie di primato al nodo tra uomo e uomo. Si riteneva che il servo, almeno in caso di crimine meritevole di una pena "di sangue", non dovesse avere altro giudice che il suo signore "di corpo": e ci, quali fossero a un tempo gli ordinari poteri giudiziari di quest'ultimo e il domicilio di colui che doveva essere giudicato. Il servo, insomma, non era affatto caratterizzato dal vincolo col suolo. Il suo segno distintivo stava, al contrario, nel dipendere cos strettamente da un altro essere umano, che, ovunque egli andasse, questo legame permaneva e vincolava i suoi discendenti.
Cos, allo stesso modo che i servi non discendevano per lo pi dagli antichi schiavi, la loro condizione non rappresentava una semplice deformazione, pi o meno mitigata, dell'antica schiavit o del colonato romano. Sotto vecchi vocaboli, con elementi derivati da vari passati, l'istituzione rifletteva i bisogni e le raffigurazioni collettive dell'ambiente stesso che aveva assistito al suo formarsi. Certamente la sorte del servo era assai dura. Dietro la freddezza dei testi  necessario ritrovare tutta un'atmosfera di crudezza, talvolta tragica. Una genealogia di famiglia servile, stabilita nell'Angi del secolo XI, per le esigenze di un processo, si chiude con questa citazione: "Nive, che fu sgozzato da Vial suo signore". Il padrone pretendeva volentieri, anche a onta, della consuetudine, di esercitare un potere arbitrario: " mio, dalla pianta dei piedi al sommo della testa": diceva d'un suo servo un abate di Vezelay. Pi di un "uomo di corpo", a sua volta, con l'astuzia o on la fuga, tentava di sfuggire al giogo. Pure, non tutto certamente  falso nell'affermazione di quel monaco di Arras, il quale ci dipinge i servi della sua abbazia egualmente pronti a negare il vincolo, appena la loro vita scorreva tranquilla, e a proclamarlo invece appena un pericolo incombente invitava a cercarsi un difensore(242). Protezione, oppressione: tra questi due poli oscilla pressoch necessariamente qualsiasi regime di clientela. E il servaggio si era infatti costituito originariamente come uno dei pezzi forti di un sistema di questa specie.
Ma non tutti i contadini erano caduti in servit, anche quando la loro terra era caduta in soggezione o vi era rimasta. Tra i censuari delle signorie, testi che si susseguono senza interruzione lungo tutta l'ra feudale pongono in scena, strettamente vicini ai servi, alcuni gruppi espressamente qualificati come "liberi".
Soprattutto, guardiamoci dal pensare a semplici fittavoli che col padrone supremo del suolo avessero freddi rapporti da debitori a creditori. Immersi in un'atmosfera sociale in cui ogni relazione tra inferiore e superiore assumeva un colore assai direttamente umano, costoro non erano obbligati verso il signore solo ai molteplici cnoni o servigi gravanti sulla casa e sui campi. Gli dovevano aiuto e obbedienza; contavano sulla sua protezione. La solidariet, cos stabilitasi, era abbastanza forte perch il signore avesse diritto a un indennizzo qualora il suo "libero" dipendente venisse ferito e perch, reciprocamente, nell'ipotesi di una vendetta, e persino di semplici rappresaglie contro di lui, si ritenesse legittimo prendersela con l'intero gruppo dei suoi sudditi, senza distinzione di statuto. Essa appariva inoltre abbastanza rispettabile s da venir anteposta ad altri doveri in apparenza pi alti. Non erano affatto dei servi quei borghesi di una nuova citt, indivisa tra Luigi VI e il sire di Montfort, autorizzati dal loro statuto a restare neutrali, in caso di guerra tra i due signori, l'uno dei quali era nondimeno, in pari tempo, il loro re(243). Tuttavia, questo vincolo, per quanto possa sembrare saldo, rimaneva puramente fortuito. Osserviamo infatti i vocaboli in uso. "Villano", vale a dire abitante della signoria, in latino villa; "ospite"; manant; "levante e ponente": questi termini che suggerivano semplicemente l'idea di una residenza, si applicavano a tutti i censuari come tali, fossero anche servi. Ma il censuario "libero" non possedeva un altro nome, poich era un "abitante" allo stato puro. Se vendeva, donava, abbandonava la sua terra per andarsene a vivere altrove, nulla lo legava pi al signore da cui dipendeva il pezzo di terra. Ci appunto perch questo "villano", questo manant era considerato come dotato della libert e quindi - salvo, qua e l, un periodo di genesi e di incertezze - come non sottoposto a quelle limitazioni sul diritto matrimoniale e di successione che costituivano invece, per l'uomo "di corpo", il segno di una rigida sottomissione cui sottostavano sia l'individuo che la famiglia.
Quali insegnamenti potremmo ricavare da una carta della libert e della servit contadine! Disgraziatamente ci son permesse solo alcune grossolane approssimazioni. Gi ci sono note le ragioni per le quali la Normandia, rimodellata dalle invasioni scandinave, farebbe, su tale ipotetico schizzo, una larga macchia bianca. Qua e l comparirebbero altri spazi ugualmente privi di servaggio, meno estesi e pi ribelli all'interpretazione, come il Forez. Nel resto del paese vedremmo una enorme maggioranza di servi; ma, accanto a loro, come un vivaio di liberi contadini, dalla densit assai varia, talora strettamente confusi alla popolazione servile, casa contro casa e dipendenti dalla medesima autorit signorile; talaltra invece formanti quasi interi villaggi, che sembrano sfuggiti cos alla servit. Anche se fossimo meglio informati sul giuoco delle cause che qui precipitarono una famiglia nella soggezione ereditaria, altrove la trattennero sulla china, qualche cosa certamente resisterebbe pur sempre all'analisi. Conflitti di forze infinitamente imponderabili, talvolta il semplice caso, determinavano l'esito, spesso preceduto da molte oscillazioni. Perci questa persistente variet delle condizioni costituisce forse, nell'insieme, il fenomeno pi istruttivo. In un regime feudale perfetto, come ogni terra sarebbe stata feudo o tenure nelle mani dei contadini, cos ogni uomo sarebbe stato vassallo o servo. Ma  bene che i fatti ce lo ricordino: una societ non  una figura geometrica.


3. La Germania.

Uno studio completo della signoria europea dell'et feudale esigerebbe che, passando ora nel mezzogiorno della Francia, vi segnalassimo l'esistenza, accanto al servaggio personale, di una sorta di servaggio fondiario, che passava dalla terra all'uomo e lo fissava a essa: istituzione tanto pi misteriosa in quanto la sua apparizione  estremamente difficile da datare. Poi, bisognerebbe ricostruire, in Italia, lo sviluppo di una nozione della servit strettamente imparentata alla creazione del diritto francese, ma, a quanto sembra, meno diffusa e dai contorni pi mobili. La Spagna offrirebbe infine l'atteso contrasto tra la Catalogna, col suo servaggio alla francese, e le terre di riconquista: Asturie, Leon, Castielia: paesi, come tutta la penisola, di persistente schiavismo, a causa degli apporti della guerra santa, ma in cui, nelle popolazioni indigene le relazioni di dipendenza personale rimasero, anche in questo grado della societ, mediocremente costrittive e, come tali, pressoch esenti da macchia servile. Tuttavia, anzich tentare simile rassegna, troppo lunga e gravata da troppe incertezze, sar meglio esaminare le due esperienze, particolarmente ricche, della Germania e dell'Inghilterra.
Parlare delle campagne germaniche come di un tutto unitario non  possibile senza artificio. Non appartiene al nostro periodo lo studio delle terre di colonizzazione a est dell'Elba. Ma, nello stesso cuore della vecchia Germania, una solida antitesi opponeva alla Svevia, alla Baviera, alla Franconia, alla riva sinistra del Reno, ove l'istituzione della signoria era relativamente antica e profonda, la Sassonia, che per il numero dei suoi liberi contadini - liberi delle loro terre, liberi della loro persona - sembra costituire la transizione con la Frisia, senza signoria e quindi senza servi. Pure, ove ci si attenga alle linee fondamentali, risaltano tuttavia con chiarezza alcuni caratteri autenticamente nazionali. Come in Francia, e per gli stessi mezzi, assistiamo a una larga generalizzazione dei rapporti di sottomissione ereditaria. Gli atti di autodedizione sono altrettanto numerosi nei cartolari germanici che nei nostri. Come in Francia, la condizione dei protetti di nuova origine e quella degli antichi sudditi delle signorie, finirono con l'avvicinarsi l'una all'altra e il modello dello status cos elaborato deriv molti aspetti da quella forma tipica di subordinazione che era stato l'affrancamento "con obbedienza": filiazione che il linguaggio doveva mettere in risalto in maniera particolarmente netta. Sotto il nome di Laten, la cui etimologia richiama l'idea di una liberazione, era stata designata a un tempo, nel diritto germanico, una classe giuridicamente ben definita, la quale riuniva, insieme con alcuni residenti stranieri e, talvolta, i membri di popolazioni vinte, gli affrancati ancor legati agli antichi padroni con i nodi di una sorta di patronato. Con lo stesso nome venivan designati nella Germania del Nord, nel secolo XII, vasti gruppi di dipendenti, nei quali i figli degli schiavi gi trasformati in clienti, costiuivano certamente una minoranza. Lo chevage, le tasse di successione - pagate, nella maggior parte dei casi, sotto forma di un bene mobile prelevato ad ogni generazione - erano diventati oneri caratteristici di subordinazione personale; e lo stesso dicasi del divieto di formariage. Infine, come in Francia, distorcendo dal loro significato originario le nozioni di libert e di non-libert, si tendeva ormai a considerare come servile qualsiasi vincolo, che venisse ereditato colla vita. Sulle terre dell'abbazia alsaziana di Marmoutier, le tenures libere e servili del secolo IX erano, nel secolo XII, fuse ormai in un'unica categoria, chiamata servile. A dispetto del loro nome, i Laten dell'et feudale - come i loro fratelli al di l delle frontiere, i "colliberti" francesi - non eran generalmente considerati pi come uomini liberi: tanto che, con espressione paradossale, se il signore rinunciava ai suoi diritti su di loro, si diceva che affrancava tali suoi ex affrancati. Al contrario, la "libert" era universalmente riconosciuta ai Landsassen ("uomini insediati sulla terra"), chiamati anche, per un'ultima analogia colla Francia, "ospiti" (Gste), i quali erano veri e propri manants, sciolti da qualsiasi legame che non fosse quello degli obblighi nati dalla residenza.
Tuttavia, varie condizioni, specificamente germaniche, turbarono questo sviluppo. In Francia, la concezione originaria della libert aveva subito cos profonde alterazioni solo a causa dell'indebolimento dello Stato, soprattutto nel campo giudiziario. Ora, in Germania, specialmente in quella del Nord, durante tutta l'et feudale, sopravvissero, qua e l, giurisdizioni pubbliche conformi al tipo antico, in concorrenza con le giustizie signorili; e pot sopravvivere cos, pi o meno oscuramente, l'idea di considerare come liberi tutti gli uomini, e quelli solamente che sedevano in tali "placiti" e ne erano giudicati. Dove, come in Sassonia, esistevano numerosi allodi contadini, interveniva un'altra causa di complicazione, giacch la coscienza comune non poteva fare a meno di avvertire una differenza. Poich, tra l'allodero e il censuario, pur quando sia l'uno che l'altro erano egualmente esenti da qualsiasi vincolo personale ed ereditario, la libert dell'allodero, estendendosi anche alla terra, appariva pi completa. Solo lui dunque - per lo meno quando il suo allodio raggiungeva una certa dimensione - aveva il diritto di figurare al tribunale come giudice, o, come si diceva, secondo la vecchia terminologia franca, scabino; egli era il "libero scabinabile" (Schffenbarfrei). Infine, intervenivano anche fattori d'ordine economico. Pur non essendo cos trascurabile come in Francia - poich la prossimit dei paesi slavi alimentava continuamente le razzie e la tratta - la schiavit propriamente detta non aveva una funzione molto importante nella Germania feudale. Invece, gli antichi servi domiciliati nella "riserva" non erano stati trasformati in censuari cos largamente come in Francia, poich le stesse riserve conservavano, di frequente, una maggior superficie. La maggior parte,  vero, eran stati, a loro modo "accasati", ma ricevendo solo insignificanti pezzi di terra. Tenuti a corves giornaliere, questi "servi alla giornata" (Tagesschalken), veri lavoratori forzati, la cui categoria era assolutamente sconosciuta alla Francia, vivevano in uno stato di profonda soggezione, che non era possibile non riconoscere pi servile di qualsiasi altro.
Alcuni storici - dimentichi che una classificazione sociale, in ultima analisi esiste soltanto per le idee che gli uomini se ne fanno e che non sono necessariamente esenti da qualsiasi contraddizione - si son lasciati andare a introdurre, di forza, nel diritto personale, quale funzionava nella Germania feudale, una chiarezza e una regolarit che gli eran assolutamente estranee. I giuristi del Medioevo li avevano preceduti in questo sforzo, ma senza maggior successo.
Bisogna pur riconoscerlo: i sistemi che ci propongono i grandi autori di diritti consuetudinari, come Eike di Repgow, nel suo Sachsenspiegel, non sono solo per se stessi mal congegnati, ma per giunta non si accordano che mediocremente col linguaggio dei documenti. Nulla di simile qui, alla relativa semplicit del servaggio francese. Praticamente, all'interno di ogni signoria, i dipendenti a titolo ereditario non erano quasi mai riuniti in un'unica classe, sottostante a obblighi uniformi. Inoltre, da signoria a signoria, le linee di distinzione tra i vari gruppi e le loro terminologie variavano all'estremo. Uno dei criteri pi usuali era fornito dallo chevage, cui restava ancora un po' del suo antico valore come segno di una protezione non vergognosa. Naturalmente, coloro che eran obbligati a corves giornaliere - tanto poveri che s'era dovuto dispensarli anche dalle tasse di successione - non eran tenuti a corrisponderlo. Ma non figurava neppure nel bagaglio tradizionale degli oneri, pur molto gravosi, che pesavano su tutta una parte dei censuari di condizione servile. Di modo che - pur essendo spesso, anch'esse, a causa dell'ereditariet del legame, considerate prive di "libert" - quelle famiglie caratterizzate in modo specifico da tale cnone, evocatore d'una sottomissione un tempo volontaria, eran considerate, almeno in via generale, come superiori alle altre "non-libere". Altrove, i discendenti degli antichi protetti continuavano a venir designati col vecchio nome di Muntmen, dal Munt, il quale, anticamente, aveva servito a indicare l'autorit esercitata da un difensore. Commendati, si sarebbe detto in paese romanzo. Ma, mentre nelle campagne francesi, i commendati contadini del secolo XII, del resto ben poco numerosi, non conservavano della loro origine che un nome vano e s'eran di fatto fusi nelia servaille, molti dei loro confratelli germanici eran riusciti a mantenere la loro esistenza come classe particolare, talvolta anche la loro libert teorica. Il divieto dei matrimoni tra persone appartenenti a condizioni diverse o, per lo meno, l'abbassamento di status che costituiva la conseguenza di una unione contratta con un congiunto di condizione inferiore, contribuivano a mantener rigide barriere tra questi diversi strati della popolazione.
Del resto, l'evoluzione germanica dovette forse, in fondo, la sua originalit a uno slittamento nel tempo. Con le sue tenures, indivisibili spesso ripartite in parecchie categorie giuridiche, con le molteplici caselle in cui cerc di classificare le condizioni umane, la signoria germanica, verso l'anno 1200, rimaneva, insomma, assai prossima al tipo carolingio: certo, molto di pi della signoria francese della stessa et. Ma nei due secoli successivi, se ne doveva anch'essa allontanare. In particolare, verso la fine del secolo XIII, s'inizi la fusione dei dipendenti ereditari sotto una rubrica giuridica comune: due o trecento anni, quindi, pi tardi che in Francia. Anche in Germania la nuova terminologia attinse largamente a un vocabolario che sapeva di schiavit. Cos "uomo proprio" (homo proprius, Eigen), dopo aver designato, in origine, in modo speciale i non-liberi mantenuti nella "riserva" come famigli, si estese a poco a poco a molti censuari, purch fossero vincolati, di padre in figlio, al padrone. In seguito, ci si avvezz a completare l'espressione con l'aggiunta di un'altra parola, che esprimeva vigorosamente la natura personale del vincolo: per un singolare parallelismo con uno dei nomi pi diffusi del servo francese, si disse, sempre pi volentieri: "uomo proprio del suo corpo", eigen von dem Lipe, Leibeigen. Naturalmente le differenze di ambiente e di epoca tra questa tardiva Leibeigenschaft, il cui studio non rientra nell'et feudale, e il servaggio francese del secolo XII, produssero molti contrasti. Ciononostante, ancora una volta ci si manifesta qui quel singolare arcaismo che, in tutta l'et feudale, appare come il segno distintivo della societ germanica.


4. In Inghilterra: le vicissitudini del "vilainage".

Nell'Inghilterra della met del secolo XI, la condizione delle classi contadine richiama ancora invincibilmente, a due secoli di distanza, l'immagine dei vecchi censuari carolingi: con,  vero, una assai meno rigida organizzazione della propriet fondiaria; ma una complessit per lo meno eguale nel sistema dei vincoli di dipendenza umana. Questo caos, a cui non erano affatto avvezzi, imbarazz molto i chierici continentali, incaricati da Guglielmo il Conquistatore di preparare il catasto del suo nuovo regno. Derivata ordinariamente dalla Francia occidentale, la loro terminologia aderisce abbastanza male ai fatti. Risaltano comunque con chiarezza alcuni aspetti generali. Vi sono schiavi veri e propri (theow), alcuni dei quali "accasati"; censuari gravati di oneri e di servigi, che vengono tuttavia considerati liberi; e, infine, accommendati, soggetti a un protettore, il quale non si confonde affatto col signore da cui hanno ricevuto la tenure, qualora ne posseggano una. Questa subordinazione , a volte, ancora abbastanza debole da poter essere spezzata, a piacere dell'inferiore. Altre volte  invece indissolubile ed ereditaria. Esistono infine - privi di nome - veri e propri alloderi contadini. Inoltre, coesistevano con i precedenti, pur senza confondersi con essi, altri due principi di distinzione: l'uno derivato dall'estensione variabile delle gestioni; l'altro, dalla sottomissione a questa o quella delle nascenti giustizie signorili.
La conquista normanna, che rinnov quasi per intero il personale dei detentori di signorie, sconvolse tale regime e lo semplific. Rimasero senza dubbio parecchie tracce dell'antico status: soprattutto nel Nord, ove abbiamo visto quali difficolt i contadini guerrieri procurassero ai giuristi abituati a una ben diversa divisione di classi. Nell'insieme, tuttavia, la situazione, circa un secolo dopo Hastings, si era molto avvicinata a quella della Francia. Di fronte ai censuari che dipendono da un signore solo perch ricevono da lui la loro casa e i loro campi, abbiamo visto costituirsi una classe di "uomini legati" (bondmen), di "uomini per nascita" (nativi, niefs) sudditi personali ed ereditari che, appunto per questo, vengono considerati privi di "libert". Su di essi pesano obblighi e inabilit di cui conosciamo gi il disegno, quasi sempre invariabile: divieto di entrare negli ordini sacri e di sposarsi con persone di altre terre o di altra condizione; riscossione, a ogni morte, del mobile migliore; chevage (quest'ultimo peraltro, secondo un uso analogo ad alcuni centri della Germania, riscosso solo se l'individuo viveva fuori della terra del suo padrone). Si aggiunga un onere singolare, protettore dei buoni costumi e che - tale era la profonda uniformit della societ feudale - aveva il suo equivalente nella lontana Catalogna: la giovane serva, se commetteva un fallo, pagava un'ammenda al signore. Ben pi numerosi degli schiavi di un tempo, questi non-liberi differivano molto dai primi per il genere di vita e per il diritto che li reggeva. Elemento significativo: in caso di uccisione, a differenza del theow dell'epoca anglo-sssone, la loro famiglia partecipava, col signore, al prezzo del sangue. Estranea allo schiavo, la solidariet del lignaggio non fu mai tale pel servo dei tempi nuovi.
C'era tuttavia, con la Francia, un punto di profondo contrasto. Il signore inglese riusciva a trattenere sulla terra i suoi servi, o i semplici censuari, meglio del suo vicino del continente. Ci era dovuto al fatto che, in questo paese notevolmente unificato, l'autorit regia aveva forza sufficiente per far ricercare i niefs fuggitivi e castigare chi li aveva accolti. Inoltre, all'interno stesso della signoria, il padrone disponeva, per tenere in pugno i suoi sudditi, di una istituzione i cui precedenti, certamente anglo-sssoni, erano stati regolarizzati e sviluppati dai primi re normanni, desiderosi di una buona forza di vigilanza. Veniva chiamata frankpledge, vale a dire cauzione - cauzione mutua - degli uomini liberi. Essa aveva infatti come scopo quello di stabilire, a profitto della repressione, una vasta rete di solidariet. In questo disegno, su quasi tutto il territorio inglese, la popolazione si trovava suddivisa in sezioni di dieci. Ogni "decina" era responsabile, collegialmente, della comparizione dei suoi membri dinanzi alla giustizia. A dati intervalli, il suo capo doveva presentare i colpevoli o imputati al delegato dei pubblici poteri e quest'ultimo, in pari tempo, verificava che nessuno sfuggisse alla rete cos tesa. In un primo tempo, si era inteso raggruppare in questo sistema tutti gli uomini liberi, a eccezione delle classi nobili, dei servitori o uomini d'armi nutriti nella casa e pei quali il capo faceva, quindi, da personale mallevadore, e infine dei chierici. Poi, molto rapidamente, avvenne una profonda trasformazione. Al frankpledge vennero costretti solo i dipendenti delle signorie, e vi vennero costretti tutti, senza distinzione di status. Allora, il nome stesso dell'istituzione divenne inesatto, poich molti di questi dipendenti non erano considerati liberi: prova a un tempo paradossale ed eloquente di un cambiamento di significato gi varie volte incontrato. D'altra parte, dato che il diritto di procedere a questa specie di revisioni giudiziarie, poteva essere esercitato solo da un ristretto numero di funzionari, esso venne affidato con sempre maggior frequenza ai signori stessi o, almeno, a molti di essi. Nelle loro mani, doveva diventare un meraviglioso strumento di violenza.
Comunque, la conquista, che aveva impresso alle signorie una struttura tanto forte, aveva anche favorito il costituirsi di una sovranit eccezionalmente ben munita. Quella specie di accordo confinario, concluso fra le due potenze, spiega l'ultima metamorfosi che, nell'Inghilterra medievale, sub la classificazione delle condizioni e persino la nozione stessa di libert. Sin dalla met del secolo XII, sotto l'azione delle dinastie normanna e angioina, i poteri giudiziari della monarchia avevano assunto uno straordinario sviluppo. Questa rara precocit ebbe pertanto la sua ragione. I giudici dei Plantageneti, costretti al rispetto di una barriera che, in seguito, gli stati di pi lenta formazione non troveranno difficile infrangere, rinunciarono, dopo qualche esitazione, a interporsi tra il Lord del "maniero" e i suoi uomini. Non che questi ultimi fossero privi di qualsiasi accesso ai tribunali reali. Solamente, i processi che vertevano sulle loro relazioni col signore, non potevano non essere portati dinanzi a quest'ultimo o alla sua corte. Ma le cause che venivano qui definite raggiungevano queste umili genti nei loro pi profondi interessi: peso degli oneri, possesso e trasmissione della tenure. Considerevole era, d'altronde, il numero delle persone interessate: vi eran compresi infatti, coi bondmen, quasi tutti i semplici censuari che, per una derivazione dal vocabolario francese, venivano correntemente indicati col nome di "villani". In tal modo, una nuova soluzione di continuit, la cui importanza pratica acquistava un grande risalto, era tracciata attraverso la societ inglese: da un lato, i veri sudditi del re, sui quali si estendeva, in qualsiasi momento, l'ombra protettrice della sua giustizia; dall'altro, la massa contadina, pi che a met abbandonata all'arbitrio del signore.
Ora, non era mai del tutto scomparsa l'idea che esser libero significasse, innanzi tutto, aver diritto alla giustizia pubblica, poich solo lo schiavo era passibile di punizione da parte del padrone. I giuristi dissero dunque, con sottigliezza, che il villano era un non-libero in rapporto al suo signore, e solo in rapporto a questo (poich contro i terzi nulla vietava il ricorso alle giurisdizioni ordinarie). L'opinione comune e la stessa giurisprudenza videro pi grosso e pi semplice. Sin dal secolo XIII si ammise ordinariamente che le due parole - in passato, come in Francia - quasi antitetiche "villano" e "servo" fossero sinonimiche. Assimilazione assai grave, poich non si limitava solamente al linguaggio. Quest'ultimo, infatti, non era che l'espressione di viventi rappresentazioni collettive. Il vilainage venne considerato ormai, anch'esso, come ereditario; e, per quanto nella folla dei villani si continuasse di solito a porre in disparte i discendenti degli antichi bondmen - d'altronde, sempre meno numerosi, sembra, dei servi francesi -, si mir sempre pi ad assoggettare - con l'aiuto delle onnipotenti corti dei manieri - tutti i membri della nuova classe servile a quegli oneri e a quelle servit che un tempo avevan pesato solo sugli "uomini legati".
Tuttavia, definire il villano come l'uomo che, nei rapporti col suo signore, era giudicabile solamente da quest'ultimo; quindi - via via che, grazie alla mobilit della fortuna fondiaria, lo statuto dell'uomo e quello del suolo cessavano, sempre con maggior frequenza, di coincidere - definire, a sua volta, la tenure data in vilainage come quella il cui possesso non era protetto dalle corti regie; tutto ci significava, senza dubbio, tracciare le caratteristiche di una classe umana o di una categoria di immobili, ma non fissarne i contorni. Infatti, occorreva pur sempre un mezzo per determinare, fra le persone o le terre, quelle che dovevano cadere entro questa incapacit, da cui dipendeva tutto il resto. Collocare sotto una rubrica tanto spregiata tutti gli individui aventi un signore o tutti i beni fondiari posti sotto una giurisdizione, era una cosa a cui nessuno poteva pensare. Non era neppur sufficiente escluderne i feudi cavallereschi. Troppi personaggi di classe molto elevata o parecchi contadini di antica e solidamente attestata libert facevan parte dei possessori di censi compresi in un "maniero", perch fosse possibile confondere, sic et simpliciter, tutte queste persone in una massa servile. La giurisprudenza quindi ricorse anche qui a un criterio fornitole dal patrimonio di idee o di preconcetti profondamente radicati nella coscienza comune. Lo schiavo era tenuto a fornire tutto il suo lavoro al padrone: quindi, dovere a un signore molto del proprio tempo parve una grave limitazione di libert. Soprattutto quando il lavoro richiesto apparteneva a quei lavori manuali, giudicati abbastanza umili e che in tutta l'Europa venivano comunemente indicati col nome sintomatico di opere "servili". La tenure in vilainage fu dunque quella che obbligava a gravose corves agricole in pro del signore - talmente gravose a volte da essere quasi arbitrarie - e ad altri servigi considerati poco onorevoli; gli uomini che, nel secolo XIII, detenevano queste terre, formarono il ceppo della classe dei villani. Nei casi particolari, la discriminazione fu spesso capricciosa; vi furono regioni quasi risparmiate. Ma il principio era scoperto.
Il problema concreto posto agli uomini di legge dei Plantageneti dalla coesistenza di una giustizia regia precocemente sviluppata e di una potente aristocrazia fondiaria era, come questi stessi fatti, specificatamente inglese. Anche la distinzione di classi che permise di risolverla e le cui conseguenze lontane, oltre il nostro periodo, dovevano essere singolarmente gravi. Invece, le concezioni cui l'opinione giuridica ricorse, per elaborare il nuovo concetto di servit, appartenevano al patrimonio comune dell'Europa feudale. Il principio che il villano non dovesse avere altro giudice fuor che il proprio signore, era ancora sostenuto, al tempo di Luigi il Santo, da un giurista francese; e, d'altronde,  noto come l'equazione libert = giustizia pubblica sia rimasta viva in Germania. Il concetto, d'altro lato, che l'obbligo a determinati servizi giudicati poco onorevoli o troppo rigorosi fosse volentieri considerato come un indice di servaggio - concetto contrario al diritto stretto e, di conseguenza, combattuto dai tribunali - alimentava nondimeno, nell'Ile-de-France, intorno all'anno 1200, alcuni od contadini(244). Ma l'evoluzione lenta, insidiosa e sicura dello stato francese, imped che finalmente si stabilisse una frontiera delineata con un tratto cos netto, tra i poteri giudiziari del re e quelli dei signori. Quanto alla nozione dei lavori disonoranti, se essa ebbe la sua funzione nella delimitazione, in Francia della classe nobiliare, non riusc mai a soppiantare gli antichi criteri della servit, poich nulla venne ad imporre la necessit di una nuova classificazione degli status. In tal modo, l'esempio inglese dimostra, con rara chiarezza, come nel seno di una civilt, per parecchi aspetti molto uniforme, alcune idee basilari, cristallizzandosi sotto l'azione di un determinato ambiente, abbiano potuto condurre alla creazione di un sistema giuridico completamente originale, mentre in altri luoghi le condizioni dell'ambiente le condannavano in uno stato in qualche modo perpetuamente embrionale. Appunto per questo, esso acquista il valore di una vera lezione di metodo.




Capitolo terzo
Verso le nuove forme del regime signorile


1. La stabilizzazione degli oneri.

Le profonde trasformazioni che, a partire dal secolo XIII, cominciarono a produrre profonde metamorfosi nei rapporti tra suddito e signore, dovevano durare parecchie centinaia d'anni. Qui baster indicare in quale modo l'istituzione signorile usc dal feudalesimo.
Dopo che i censiers carolingi - praticamente inapplicabili e sempre meno intelligibili - furon caduti in disuso, la vita interna delle signorie, anche delle maggiori e meglio amministrate, minacciava di non conoscere pi altre regole che quelle puramente orali. Nulla impediva, a dir il vero, di stabilire su un analogo modello, liste dei beni e dei diritti, pi adatte alle condizioni del momento. Cos fecero, infatti, alcune chiese, nelle regioni in cui, come nella Lorena, la tradizione carolingia era rimasta particolarmente viva. L'abitudine di questi inventari doveva sopravvivere. Tuttavia, l'attenzione si orient ben presto verso un altro tipo di scritto, che, trascurando la descrizione del suolo per dedicarsi a stabilire i rapporti umani, sembrava soddisfare con maggiore esattezza ai bisogni di un'epoca in cui la signoria era diventata, soprattutto, un gruppo di comando. Il signore, con un atto autentico, fissava le consuetudini proprie a questa o quella terra. Questi tipi di piccole costituzioni locali, all'inizio concesse dal padrone, nondimeno risultavano, ordinariamente, da preliminari contrattazioni coi sudditi. Tanto che, un simile accordo, sembrava molto pi necessario in quanto il testo, nella maggior parte dei casi, non si limitava a registrare solamente l'antica procedura; la modificava in alcuni punti. Tale la carta con cui, sin dal 967, l'abate di Saint-Arnoul di Metz allegger i servigi degli uomini di Morville-sur-Nied; tale, per converso, il "patto" con cui, verso il 1100, i monaci di Bze, in Borgogna, imposero agli abitanti clausole assai dure prima di permettere la ricostruzione di un villaggio incendiato(245). Tuttavia, questi documenti rimasero, sino all'inizio del secolo XII, molto rari.
A partire da tale data, invece, parecchie cause contribuirono a moltiplicarli. Negli ambienti signorili, un gusto nuovo di chiarezza giuridica assicurava la vittoria della scrittura. Persino presso gli umili, per il progresso dell'istruzione, esso appariva quanto mai prezioso. Non dobbiamo credere che, nella immensa maggioranza, fossero capaci anch'essi di leggere da soli. Ma il fatto che tante comunit rurali abbian reclamato "carte" scritte e le abbiano conservate, dimostra che nella loro vicinanza immediata, esistevano uomini - chierici, mercanti, giuristi - atti ad interpretare quei documenti.
Le trasformazioni della vita sociale spingevano, soprattutto, a fissare gli oneri e ad attenuarne il peso. In quasi tutta l'Europa, avveniva un gran lavoro di dissodamento. Coloro che volevano attirare i pionieri sulla loro terra dovevano offrir loro condizioni favorevoli; il meno che costoro potessero chiedere era di sapersi sottratti, in precedenza, a qualsiasi arbitrio. Poi, nei dintorni, l'esempio dato non tardava a imporsi ai capi dei vecchi villaggi, sotto pena di vedere i loro sudditi cedere all'appello di un suolo meno duramente gravato. Non certo a caso le due costituzioni consuetudinarie destinate a servire di modello a tanti altri testi consimili - la "carta" di Beaumont nelle Argonne e quella di Lorris, vicino alla foresta d'Orlans - concesse, l'una ad un agglomerato di recente fondazione, l'altra, invece, a un antico insediamento, essendo nate entrambe ai margini di grandi massicci selvosi, hanno, come elemento comune, di essere state scandite sin dalla prima lettura dai colpi di scure dei dissodatori. Altrettanto significativo che in Lorena il termine di Villeneuve abbia finito con l'indicare qualsiasi localit, foss'anche millenaria, che avesse ricevuto uno statuto. Lo spettacolo dei gruppi urbani ag nel medesimo senso. Sottoposti anch'essi al regime signorile, molti eran riusciti, sin dalla fine del secolo XI, a conseguire seri vantaggi stipulati su pergamena. Il racconto dei loro trionfi incoraggiava le masse contadine, e l'attrattiva che le citt privilegiate finivano con l'esercitare, spingeva i padroni a serie riflessioni. Infine, l'attivarsi degli scambi economici non solo rendeva i signori proclivi a desiderare certe modifiche nella distribuzione degli oneri; ma, facendo scivolare un po' di denaro persino nelle casse dei villani, schiudeva a questi ultimi nuove possibilit. Meno poveri e, perci stesso, meno impotenti e meno sottomessi, potevano ormai o acquistare ci che non fosse loro donato, o strapparlo a viva forza: non  affatto vero infatti che tutte le concessioni signorili siano state gratuite o fatte con semplice buona volont. Cos si svilupp, per monti e per valli, il numero dei piccoli codici di villaggio. In Francia venivano chiamati carte di "consuetudini" o di "franchigia". Talvolta i due termini collimavano. Il secondo senza significare necessariamente l'abolizione del servaggio, richiamava i vari alleviamenti apportati alla tradizione.
La carta delle consuetudini fu, nell'Europa degli ultimi anni feudali e del primo periodo seguente, una istituzione molto generale. Si ritrova in molteplici esemplari, in tutto il regno di Francia, nella Lotaringia e nel regno di Arles, nella Germania renana, in quasi tutta l'Italia, regno normanno compreso, infine su tutta l'estensione della penisola iberica. Certamente le poblaciones o i fueros della Spagna, gli statuti italiani non differivan solamente di nome dalle chartes francesi, e queste ultime, a loro volta, erano tutt'altro che dello stesso stampo. Si osservavano anche grandi diversit, secondo i paesi o le province, nella densit della ripartizione; altre, non meno accentuate, nelle date del movimento. Le pi antiche poblaciones della Spagna, contemporanee agli sforzi dei cristiani per ripopolare le terre conquistate, risalgono al secolo X. Sul medio Reno, i primi statuti rurali, imitati, a quanto sembra, da modelli pi occidentali, non sono anteriori all'approssimarsi del 1300.
Per quanto importanti possano apparire tali divergenze, i loro problemi tuttavia sono ben modesti in confronto di quello sollevato dalla presenza, sulla carta delle "franchige" rurali, da due enormi vuoti: l'Inghilterra, da un lato, la Germania transrenana, dall'altro. Non che, in entrambi i paesi, un numero abbastanza notevole di comunit non abbia ricevuto statuti dai loro signori; ma si trattava quasi esclusivamente di gruppi urbani. Senza dubbio, in quasi tutte le citt medievali, tranne in alcune grandi metropoli del commercio, rimase sempre qualche cosa di campagnolo: la collettivit aveva i suoi terreni di pascolo, gli abitanti i loro campi, che i pi umili coltivavano da soli. Semplici "borghi" piuttosto che citt, chiameremmo oggi la maggior parte delle localit germaniche o inglesi cos privilegiate. Resta nondimeno vero che quel che decise, ogni volta, la concessione di simili favori, fu l'esistenza d'un mercato, di una classe di mercanti, di un artigianato. Altrove, invece, il movimento aveva raggiunto i semplici villaggi.
La forte struttura del maniero e la sua evoluzione in un senso favorevole all'arbitrio del signore sono apparentemente sufficienti a spiegare che l'Inghilterra non abbia conosciuto carte di consuetudini rurali. I Lords possedevano le loro raccolte di censi e i rotoli dei decreti della loro corte di giustizia, in funzione della memoria scritta; per qual ragione dunque avrebbero dovuto sentire il bisogno di codificare in un'altra maniera usanze la cui stessa mobilit doveva permettere loro, a poco a poco, di rendere singolarmente precario il possesso della tenure? Si aggiunga che una delle cause che sul continente spinse pi potentemente alle concessioni qui non ag affatto, perch sembra che i dissodamenti del suolo non siano stati nell'isola molto efficaci e che i signori vi disponessero. d'altro canto, di mezzi assai forti per trattenere i loro sudditi.
Nulla di simile in Germania. Perci la carta delle consuetudini fu qui eccezionale solo a causa della predilezione per un altro procedimento di determinazione degli oneri: quel Weistum, che Charles-Edmond Perrin ha ingegnosamente proposto di chiamare, in francese, rapport de droit. Essendosi conservata, nelle signorie germaniche, l'abitudine di riunire i dipendenti in assemblee periodiche, eredi dei "placiti" giudiziari carolingi, si trov comodo dar loro lettura, in tale occasione, delle disposizioni tradizionali destinate a reggerli e a cui, per la loro stessa presenza a questa proclamazione, sembrava che essi si dichiarassero sottomessi: specie di inchiesta consuetudinaria, che, perpetuamente rinnovata somigliava molto, nel suo principio, a quelle di cui i censualisti del passato avevan registrato i risultati. Vennero cos stabiliti dei testi, a cui non si mancava, d'altro canto, di aggiungere ogni tanto alcuni complementi. Il rapport de droit ebbe, come suo campo peculiare, la Germania di l del Reno; sulla riva sinistra e sino in terra di lingua francese, si estendeva una larga zona di transizione, ch'esso si divise con la carta delle consuetudini. Di solito pi minuzioso di quest'ultima, si prestava in compenso a pi facili modificazioni. Ma da entrambe le parti, il risultato era fondamentalmente identico. Per quanto, ovunque e sempre, siano esistiti molti villaggi sprovvisti di Weistum o di "carte", per quanto n l'uno n l'altro sistema di regolamento, dove esisteva, abbia avuto l'esorbitante potere di arrestare la vita, sotto il segno di una crescente stabilizzazione delle relazioni tra padroni e sudditi, si apr davvero una nuova fase nella storia della signoria europea. "Non venga imposto nessun censo, se non  scritto": questa frase di una carta rossiglionese segnava il programma di una mentalit e di una struttura giuridica entrambe lontane dalle consuetudini della prima et feudale(246).


2. La trasformazione dei rapporti umani.

Nell'atto stesso che la vita interna della signoria diveniva meno mobile, essa si modificava, in alcuni punti, quasi interamente. Riduzione generale delle corves; sostituzione, a queste ultime o ai cnoni in natura, di pagamenti in denaro; eliminazione progressiva, infine, di tutto ci che, nel sistema degli oneri, presentasse un carattere incerto e fortuito: tali i fatti inscritti d'ora in poi in tutte le pagine dei cartolari. Specialmente, la "taglia", un tempo "arbitraria", venne largament "abbonata": ossia, trasformata in una tassa di importo e di periodicit egualmente fissi. Similmente alle forniture dovute al signore, in occasione di soggiorni evidentemente variabili, succedette spesso un'imposta a forfait. A onta di molteplici variazioni, regionali o locali, era sempre pi chiaro che il suddito tendeva a mutarsi in un contribuente la cui quota, d'anno in anno, subiva solo deboli cambiamenti.
D'altra parte, andava ora scomparendo, ora alterandosi quella forma di dipendenza in cui la subordinazione da uomo a uomo aveva trovato la sua pi pura espressione. Ripetuti affrancamenti, talvolta applicati a interi villaggi, diminuirono in modo sensibile, a partire dal secolo XIII, il numero dei servi francesi e italiani. Altri gruppi scivolarono verso la libert per semplice desuetudine. N basta: dove, in Francia il servaggio ancora esisteva esso si allontan progressivamente dall'antico hommage de corps. Venne concepito sempre meno come un legame personale, sempre pi come una inferiorit di classe, che poteva, per una specie di contagio, passare dalla terra all'uomo. D'ora innanzi vi furono tenures servili, il cui possesso rendeva servi, il cui abbandono, talvolta, affrancava. Lo stesso fascio degli obblighi specifici in pi di una provincia si disgreg. Fecero la loro apparizione criteri nuovi. Un tempo innumerevoli censuari avevan subito l'arbitrio di una taglia; dei servi, rimasti servi, avevano ottenuto l'"abbonamento". Ormai, pagare secondo la volont del signore fu per lo meno una presunzione di servaggio: novit, allora, quasi universali. Che cos'era, nonostante le sue originalit, il vilainage inglese, fuor che una definizione dello statuto per l'incertezza degli oneri - la corve essendo qui assunta come tipo - e di oneri essenzialmente aderenti a un bene immobile? Mentre in passato, al tempo in cui i soli non-liberi erano i bondmen, il "legame dell'uomo" era stato considerato un segno di servit, ora questa tara colp coloro che esercitavano le funzioni di manant e di "villano"; e il villano per eccellenza era colui che, sottomesso a servigi non fissi, "non sapeva la sera quel che avrebbe dovuto fare l'indomani mattina". In Germania, ove la classe degli "uomini di corpo" si unific solo molto tardi, l'evoluzione fu pi lenta; essa avvenne nondimeno, alla fine, secondo schemi press'a poco simili.
La signoria, in se stessa, non ha nessun diritto di prender posto tra le istituzioni che noi chiamiamo feudali. Era coesistita, come fece, anche in seguito, con uno Stato pi forte, con relazioni di clientela pi rare e meno stabili, e una molto pi larga circolazione di moneta. Tuttavia, questo antico sistema di raggruppamento non dovette alle condizioni nuove di vita, sorte a partire dal secolo IX circa, solamente la possibilit di estendere il suo raggio su una parte molto pi considerevole della colazione, consolidando perci, singolarmente, la propria armatura interna. Come il lignaggio, sub profondamente l'azione dell'ambiente. La signoria delle et in cui si svilupp e visse il mondo vassallatico fu, innanzi tutto, una collettivit di dipendenti, a volta a volta protetti, accommendati e oppressi dal loro capo, e molti dei quali erano legati ad essa per una specie di disposizione ereditaria, senza rapporti col possesso del suolo o coll'abitato. Allorch le relazioni pi profondamente caratteristiche del feudalesimo perdettero il loro vigore, la signoria continu a sussistere. Ma con caratteri differenti, pi terrieri, pi puramente economici. Cos un tipo di organizzazione sociale, che segna d'un colore speciale i rapporti umani, non si rivela solamente con creazioni nuove; esso colora con le sue tinte, quasi attraverso un prisma, quel che riceve dal passato, per trasmetterlo alle et successive.




PARTE SECONDA Le classi e il governo degli uomini


Una rete di vincoli di dipendenza, i cui fili andavano dall'alto al basso della gerarchia umana, confer alla civilt del feudalesimo europeo la sua pi originale impronta. In qual maniera, sotto l'azione di quali circostanze e di quale ambiente mentale, con l'aiuto di quali elementi attinti da un passato lontano, tale struttura cos speciale pot nascere e svolgersi, ci siamo sforzati di dimostrarlo nella prima parte del presente lavoro. Pure, nelle societ cui si connette tradizionalmente l'epiteto di "feudale", i destini individuali non furono mai regolati esclusivamente da quei rapporti di immediata soggezione o d'immediato comando. Gli uomini erano divsi altres in gruppi, situati l'uno al di sopra dell'altro, distinti dalla vocazione professionale, dal grado di potenza o di prestigio. Inoltre, al di sopra del pulviscolo degli innumerevoli piccoli poteri d'ogni genere, esistettero sempre poteri aventi un pi esteso raggio di azione e una natura diversa. Dalla seconda et feudale in poi, si videro a un tempo le classi sociali organizzarsi sempre pi strettamente ed effettuarsi con crescente vigore la concentrazione delle forze attorno ad alcune grandi autorit e ad alcune grandi aspirazioni. Dobbiamo ora volgerci verso lo studio di questo secondo aspetto dell'organizzazione feudale. Dopo di che, ci sar finalmente dato di rispondere ai quesiti che, sin dai primi passi dell'inchiesta, avevano dato l'impressione di dominarla: per quali caratteristiche fondamentali, proprie o no a una fase dello svolgimento del mondo occidentale, quei secoli meritarono il nome che li mette cos a parte dal resto della nostra storia? E che cos' rimasto della loro eredit nelle epoche successive?



Libro primo Le classi


Capitolo primo
La nobilt come classe di fatto

1. La scomparsa delle vecchie aristocrazie del sangue.

Per gli scrittori che per primi parlarono di "feudalesimo", come per gli uomini della Rivoluzione che lavorarono a distruggerlo, la nozione di "nobilt" sembrava inseparabile da esso. Eppure, non c' associazione d'idee pi schiettamente erronea: per lo meno, finch si voglia conservare al vocabolario storico una certa precisione. Certo, le societ dell'et feudale nulla ebbero di egualitario; ma non ogni classe dominante  una nobilt. Per meritarne il nome bisogna che essa abbia, sembra, due requisiti: anzitutto, uno statuto giuridico suo proprio, il quale confermi e materializzi la superiorit cui essa pretende; in secondo luogo, che tale statuto si perpetui per via ereditaria: salvo ad ammettere, a favore di alcune famiglie nuove, la possibilit di conquistarne l'accesso, ma in numero ristretto e secondo norme regolarmente stabilite. In altri termini, non possono bastare n la potenza di fatto n quella forma di ereditariet, pur praticamente cos efficace, la quale deriva altrettanto dalla trasmissione delle ricchezze che dall'aiuto dato al fanciullo da genitori altolocati:  necessario che vantaggi sociali ed eredit siano riconosciuti di diritto. Forse che oggi trattiamo, fuorch per ironia, da nobilt capitalistica i nostri grandi borghesi? Persino dove, come nelle nostre democrazie, i privilegi legali sono scomparsi, il loro ricordo continua a nutrire la coscienza di classe: nobile autentico  solo chi pu provare che i suoi antenati hanno goduto di tali privilegi. Ora, in questo senso, il solo legittimo, la nobilt non fece la sua comparsa, in Occidente, che relativamente tardi. I primi lineamenti dell'istituzione cominciarono a profilarsi solo col secolo XII. Essa si consolid soltanto nel secolo successivo, quando feudo e vassallaggio erano gi in declino. La prima et feudale tutt'intera, al pari dell'epoca immediatamente anteriore, l'aveva ignorata.
In ci, essa differiva dalle civilt di cui aveva raccolto il retaggio lontano. Il Basso Impero aveva conosciuto l'ordine senatorio: cui, sotto i primi Merovingi, nonostante l'eclissi dei privilegi giuridici di un tempo i principali tra i sudditi romani dei re franchi erano ancora orgogliosi di riannodare la loro genealogia. Presso molti popoli germanici, erano esistite certe famiglie qualificate, ufficialmente, come "nobili": in volgare, Edelinge, termine che i testi latini traducevano con nobiles e che nell'idioma franco-borgognone, sopravvisse a lungo sotto la forma adelene. A tale titolo, godevano di privilegi precisi, specialmente di un "prezzo del sangue" pi elevato: i loro membri, come dicono i documenti anglo-sssoni, erano "nati pi cari" degli altri uomini. Uscite con ogni verisimiglianza, da antiche prosapie di capi locali - i "principes di cantoni" di cui parla Tacito - la maggior parte di esse, l dove lo Stato assunse forma monarchica, erano state a poco a poco spossessate del loro potere politico a profitto della dinastia regia, uscita originariamente dalle loro file. Tuttavia, conservavano pi di un vestigio del loro primitivo prestigio di stirpi sacre.
Ma tali distinzioni non sopravvissero all'epoca dei regni barbarici. Tra i lignaggi di Edelinge, molti, non c' dubbio, si estinsero presto. La loro stessa grandezza ne faceva il bersaglio prediletto delle vendette private, delle guerre, delle proscrizioni. Fuorch in Sassonia, erano, sin dal periodo immediatamente successivo alle invasioni, poco numerosi: quattro soltanto, per esempio, presso i Bvari del secolo VII. Tra i Franchi, anche supponendo - il che non si pu provare - che quest'aristocrazia del sangue sia esistita anche tra loro in un'epoca antica, essa era scomparsa anteriormente ai nostri monumenti scritti. Parimenti, l'ordine senatorio costituiva solo un'oligarchia rarefatta e fragile. Ora, tali caste, che traevano il loro orgoglio da antiche reminiscenze, non si rinnovavano, beninteso, pi. Nei nuovi regni, i motivi viventi d'ineguaglianza tra gli uomini liberi erano di tutt'altra specie: la ricchezza, con il suo corollario, la potenza, e il servizio del re. Pur trasmettendosi spesso, in pratica, di padre in figlio, l'uno e l'altro attributo lasciavano meno aperta la via a brusche ascese o decadenze. In virt di una restrizione di senso altamente significativa, in Inghilterra, dopo il secolo IX o X, solo i prossimi del re conservano il diritto al nome di aetheling.
Perci la storia delle famiglie dominanti, nella prima et feudale, non ha caratteristica pi saliente della brevit della loro genealogia: per lo meno se si  d'accordo nel rifiutare, insieme con le favole immaginate dallo stesso Medioevo, le congetture ingegnose, ma fragili, escogitate nei nostri tempi da vari eruditi in base a troppo ipotetiche regole di trasmissione dei nomi propri. Per esempio, il pi antico antenato conosciuto dei Guelfi - che, dopo aver avuto una parte importante nella Francia occidentale, tennero, dall'888 al 1032, la corona di Borgogna -  un conte bvaro, di cui Ludovico il Pio spos la figlia. La stirpe dei conti di Tolosa sorse sotto lo stesso sovrano; quella dei marchesi d'Ivreas, che furono pi tardi re d'Italia, sotto Carlo il Calvo; quella dei Ludolfingi duchi di Sassonia, poi re della Francia orientale e imperatori sotto Ludovico il Germanico. I Borboni, usciti dai Capetingi, sono probabilmente la pi vecchia dinastia dell'Europa; pure, che cosa sappiamo delle origini del loro capostipite, Roberto il Forte, ucciso nel1'866 che pur era gi annoverato tra i magnati della Gallia? Appena il nome del padre, e che forse era di sangue sssone(247): come se ineluttabilmente una volta raggiunta quella fatale svolta dell'anno 800, l'oscurit facesse legge. Eppure, si tratta di stirpi singolarmente antiche e che, da vicino o da lontano, si ricollegavano a quei lignaggi, usciti per la maggior parte dall'Austrasia e dalla Transrenania, ai quali i primi Carolingi avevano affidato i principali comandi in tutto quanto l'Impero. Nell'Italia settentrionale, gli Attoni dominavano, nel secolo XI, su vasti spazi, monti e piani; essi discendevano da un Segefredo, proprietario d'importanti beni nella contea di Lucca, morto poco prima del 950: impossibile risalire al di l di lui! La met del secolo X  egualmente l'epoca in cui fanno la loro comparsa gli Zhringer svevi, i Babenberg, veri fondatori dell'Austria, i signori di Amboise... Se passiamo poi a pi modeste prosapie signorili, il filo ci si spezza tra le mani in un'epoca ancor pi vicina a noi.
Ora, non basta a questo proposito incriminare il cattivo stato delle nostre fonti. Certo, se le carte dei secoli IX e X fossero meno rare, scopriremmo qualche filiazione in pi. Ma lo stupefacente  che abbiamo bisogno di tali documenti casuali. I Ludolfingi, gli Attoni, i signori d'Amboise ebbero, al tempo della loro grandezza, i loro storici: come mai quei chierici non seppero o non vollero dirci nulla degli avi dei loro signori? In verit, le genealogie dei contadini dell'Islanda, trasmesse per secoli da una tradizione puramente orale, ci sono molto pi note di quelle dei nostri baroni medievali. Con ogni evidenza, intorno a loro ci s'interessava al succedersi delle generazioni solo a partire dal momento, di solito relativamente recente, in cui una di esse era ascesa per la prima volta a una posizione veramente elevata. Si avevano indubbiamente buone ragioni di pensare che, al di l di tale data eletta, la storia della stirpe nulla avrebbe offerto di molto luminoso: sia che essa fosse partita di fatto piuttosto dal basso - la celebre Casa normanna dei Bellme aveva, a quanto sembra, come capostipite un semplice balestriere di Luigi IV d'Oltremare(248) - sia, pi spesso, che fosse rimasta a lungo seminascosta in quella folla di piccoli possessori di signorie di cui vedremo pi tardi i problemi suscitati dalla loro origine, come gruppo. Ma la principale ragione di un silenzio apparentemente tanto strano era che quei potenti non costituivano una classe nobile, nel pieno senso della parola. Chi dice nobilt, dice quarti. Nella fattispecie, i quarti non importavano, perch non c'era nobilt.


2. Diversi semi della parola "nobile" nella prima et feudale.

Ci non significa per che, dal IX all'XI secolo, non s'incontri abbastanza spesso nei documenti il vocabolo "nobile" (in latino nobilis). Ma esso indicava semplicemente, in mancanza di qualsiasi accezione giuridica precisa, una preminenza di fatto o di opinione, secondo criteri quasi sempre variabili. Implicava, quasi sempre, l'idea di una distinzione di natali, ma anche quella d'una certa ricchezza. Osservate come - commentando, nel secolo VIII, un passo della Regola di san Benedetto - Paolo Diacono, ordinariamente pi chiaro, esiti tra due interpretazioni e s'imbrogli(249). Troppo mobili per tollerare definizioni precise, quegli usi, sin dall'inizio dell'et feudale, corrispondevano per lo meno ad alcuni grandi orientamenti, le cui stesse vicissitudini sono istruttive.
In un'epoca nella quale tanti uomini dovevano accettare di tenere le loro terre da un signore, il solo fatto di sfuggire a tale soggezione sembrava un segno di superiorit. Non fa meraviglia quindi se il possesso di un allodio - quand'anche avesse la natura di un semplice bene rurale - fosse considerato talvolta come un titolo sufficiente a meritare il nome di "nobile" o di edel.  degno di nota, d'altro canto, che nella maggior parte dei testi nei quali figurano, con tale titolo, piccoli alloderi, essi se ne insigniscano solo per rinunziarvi subito dopo, facendosi censuari o servi di un potente. Se, dopo la fine del secolo XI, non ci s'imbatte pi in "nobili" di simile specie, i quali non erano, di fatto, che gente da poco, la cristallizzazione allora avvenuta, secondo linee affatto diverse, nell'idea di nobilt, non ne fu la sola ragione. In gran parte dell'Occidente, la stessa categoria sociale era quasi interamente scomparsa, per estinzione.
Nell'epoca franca, innumerevoli schiavi erano stati emancipati. Naturalmente, quegli intrusi non erano facilmente accolti alla stregua di eguali delle famiglie rimaste sempre immuni dalla macchia della servit. Al "libero", che poteva essere un ex schiavo affrancato o il discendente ancora prossimo di un affrancato, i Romani avevano contrapposto in passato il puro ingenuus; ma, nel latino della decadenza, i due termini erano diventati pressoch sinonimici. Una stirpe senza macchia non era forse una verace nobilt, nel senso impreciso che aveva solitamente la parola? "Esser nobile significa non annoverare tra i propri antenati nessuno che sia stato soggetto a servit": cos si esprimeva ancora, verso l'inizio del secolo XI, una glossa italiana, sistematizzando un uso di cui altrove si trova pi di un segno(250). Anche in questo caso, l'uso del termine non sopravvisse alla trasformazione delle classificazioni sociali; gli eredi degli antichi affrancati non tardarono nella maggior parte a ridiventare, come s' visto, semplici servi.
Pure anche tra la gente di modesta condizione, c'erano individui che soggetti a un signore per la loro terra, avevano nondimeno saputo conservare la "libert" personale. Inevitabilmente, a una qualit divenuta cos rara si collegava il sentimento di una onorabilit speciale, che non era contrario alle abitudini del tempo di chiamare "nobilt". Di fatto, alcuni testi, qua e l, sembra propendano verso tale equivalenza. Ma essa non poteva essere assoluta. Nobili, la massa degli uomini detti "liberi", molti dei quali, come censuari, erano astretti a gravose e umilianti prestazioni di lavoro? Era ben difficile che l'idea s'imponesse all'opinione comune: ripugnava troppo all'immagine che questa si faceva dei valori sociali. La sinonimia, fuggevolmente intravista, tra "nobili" e "liberi" era destinata a lasciar vestigi durevoli solo nel vocabolario di una forma speciale di subordinazione: il vassallaggio militare. A differenza di molti dipendenti, rurali o domestici, la fedelt dei vassalli non si ereditava e i loro servizi erano perfettamente compatibili con la pi puntigliosa concezione della libert: tra tutti gli "uomini" del signore, essi furono gli "uomini franchi" per eccellenza; al di sopra degli altri feudi, le loro tenures meritarono, lo sappiamo, il nome di "feudi franchi" (francs-fiefs). E, poich nella folla variopinta vivente all'ombra del capo la loro funzione di seguaci d'armi e di consiglieri li faceva figurare come un'aristocrazia, essi si distinsero altres da tale folla con il bel nome di "nobilt". La chiesetta che, verso la met del secolo IX, i religiosi di Saint-Riquier riservavano alle devozioni del personale vassallatico mantenuto alla corte abbaziale, portava il nome di "cappella dei nobili" in opposizione a quella del "popolo volgare", dove ascoltavano la messa gli artigiani e i bassi "ufficiali", egualmente raggruppati intorno al chiostro. Ludovico il Pio, dispensando dal servizio militare i censuari dei monaci di Kemtpen, specificava che tale esenzione non valeva per le "pi nobili persone", provviste di "benefic" dall'abbazia. Di tutte le accezioni del termine, questa, che tendeva a confondere le due nozioni di vassallaggio e di nobilt, era destinata a pi lungo avvenire.
Infine, a un gradino pi alto, quel termine generico poteva servire a mettere a parte, nel numero degli uomini che non erano n di nascita servile n soggetti a vincoli di umile dipendenza, le famiglie pi potenti pi antiche, pi ricche di prestigio. "Non ci sono pi nobili nel reame?", dicevano, a detta di un cronista, i "magnati" della Francia occidentale, quando vedevano Carlo il Semplice conformarsi in tutto ai consigli del suo favorito Haganon(251). Eppure, quel parvenu, per mediocre che fosse la sua origine a paragone delle grandi stirpi comitali, non era di certo di un grado meno elevato dei guerrieri domestici cui Saint-Riquier apriva la sua capella nobilium. Ma l'epiteto allora suggeriva forse altra cosa se non una superiorit relativa?  significativo che lo si trovi usato volentieri al comparativo: nobilior, "pi nobile" che il vicino.
Tuttavia, nel corso della prima et feudale, i suoi significati pi modesti andarono a poco a poco scomparendo; e si mir sempre pi a riservarlo a quei gruppi di potenti cui i torbidi dello Stato e la formazione dei vincoli di protezione aveva permesso d'innalzarsi, nella societ, a un crescente predominio: ma con un significato ancora piuttosto largo, da cui esulava ogni precisione di statuto o di casta. Non senza per un forte senso della supremazia della condizione sociale cos qualificata. Certo, l'immagine d'un ordine gerarchico vigorosamente sentito ossessionava gli animi di quei partecipanti a un patto di pace che, nel 1023, giuravano di non assalire le "nobildonne"; delle altre, non si faceva parola(252). In breve, se la nobilt, come classe giuridica, restava ignota,  pienamente legittimo, sin da questo momento, a prezzo di una leggera semplificazione della terminologia, parlare di una classe sociale dei nobili e, forse soprattutto, di un genere di vita nobile. Invero, tale collettivit si definiva principalmente per la natura delle ricchezze, l'esercizio del comando, le costumanze.


3. la classe dei nobili, classe signorile.

Classe terriera,  stata chiamata talvolta questa classe dominante. Se a questo modo s'intende dire che i suoi membri traevano essenzialmente i loro redditi da un dominio esercitato sul suolo, d'accordo. A quali altre fonti, del resto, avrebbero potuto chiederli? Va aggiunto inoltre che la riscossione di pedaggi, di diritti di mercato, di cnoni richiesti da un gruppo di mestieri, non figuravano certo, dov'essa era possibile, tra i beni meno pregiati. L'elemento caratteristico stava nella forma dello sfruttamento: se i campi o, molto pi eccezionalmente, la bottega o l'opificio nutrivano il nobile, ci avveniva sempre grazie al lavoro di altri uomini. In altri termini, il nobile era anzitutto un signore: o, per lo meno se tutti i personaggi il cui genere di vita pu esser qualificato come nobiliare non avevano la fortuna di possedere signorie - si pensi ai vassalli mantenuti nella casa dei capi, o ai cadetti, spesso votati a un nomadismo guerriero -, chiunque era signore apparteneva, perci stesso, allo strato superiore della societ.
Ora, sorge qui un problema, il pi oscuro di quelli relativi alla genesi della nostra civilt. Tra le stirpi signorili, alcune discendevano indubbiamente da avventurieri venuti su dal nulla; uomini d'armi diventati, a spese del patrimonio del capo, suoi vassalli infeudati. Altri, forse, avevano come antenati alcuni di quei ricchi contadini la cui trasformazione in reddituari di un gruppo di tenures s'intravvede in certi documenti del secolo X. Tale non era per, di certo, il caso generale. In gran parte dell'Occidente, la signoria era - pur con forme, in origine, assai rudimentali - un fenomeno assai antico. Plasmata e riplasmata quanto si vuole, la classe dei signori non dev'essere stata meno antica. Tra i personaggi ai quali i contadini dell'et feudale dovevano censi e corves, chi mai ci dir quanti avrebbero potuto, ove avessero saputo farlo, iscrivere nel loro albero genealogico i misteriosi eponimi di tanti nostri villaggi - il Brennus di Bemay, il Cornlius di Cornigliano, il Gundolf di Gundolfheim, l'Aelfred di Alversham - oppure alcuni di quei capi locali della Germania, dipintici da Tacito come arricchiti dai "donativi" dei plebei? Il filo ci sfugge del tutto. Ma non  impossibile che, nella opposizione fondamentale tra i padroni delle signorie e la folla innumerevole di censuari, noi attingiamo una delle pi antiche linee di displuvio delle nostre societ.


4. La vocazione guerriera.

Il possesso di signorie era il segno di una dignit veramente nobiliare e, insieme ai tesori di monete o di gioielli, la sola forma di ricchezza che apparisse compatibile con una condizione elevata, soprattutto a causa dei poteri di comando sopra altri uomini che presupponeva. Ci fu mai pi sicuro motivo di prestigio del dire: "Io voglio"? Ma anche perch la stessa vocazione del nobile gli vietava qualsiasi attivit economica diretta, egli doveva consacrarsi anima e corpo alla sua funzione specifica: quella di guerriero. Quest'ultimo elemento, d'importanza capitale, spiega la parte avuta dai vassalli militari nella formazione dell'aristocrazia medievale. Essi non la costituirono per intero: come si sarebbe potuto escluderne i possessori di signorie allodiali, del resto rapidamente assimilati, per le costumanze, ai vassalli feudali e talvolta pi potenti di loro? Tuttavia, i gruppi vassallatici vi figurarono come l'elemento basilare. Anche in questo caso l'evoluzione del lessico anglo-sssone illustra mirabilmente il passaggio dalla vecchia nozione della nobilt come razza sacra alla nuova di nobilt per genere di vita. Mentre le leggi antiche opponevano l'uno all'altro eorl e ceorl - nobile, nel senso germanico della parola, e semplice uomo libero -, le pi recenti, conservando il secondo termine dell'antitesi, sostituiscono il primo con vocaboli come thegn, thegborn, gesithcund: compagno o vassallo - anzitutto, il vassallo regio - oppure, nato da vassallo.
Non che il vassallo fosse il solo a potere, dovere e anche amare di  battersi. Come sarebbe stato cos in quella prima et feudale, tutta colorata, in ogni grado della societ, dalla passione o dalla paura della violenza? Le leggi miranti a restringere o a vietare il portare armi da parte delle classi inferiori non fecero la loro comparsa prima della seconda met del secolo XII; esse coincisero a un tempo con i progressi della gerarchizzazione giuridica e con una relativa fine dei torbidi. Carovaniere, il mercante circolava quale lo mette in scena un costituto di Federico Barbarossa, "la spada sulla sella"; e, rientrato al suo banco, conservava le abitudini contratte nel corso di quella vita di avventure che era allora il commercio. Di molti borghesi si poteva dire, al tempo della turbolenta rinascita urbana, come Gilberto di Mons di quelli di Saint-Trond: che erano "molto potenti nelle armi". Il tipo tradizionale del bottegaio nemico dei colpi, nella misura in cui essa non  puramente leggendaria, risponde all'epoca del commercio stabile, opposto all'antico nomadismo dei "piedi polverosi": ossia, al secolo XIII, al pi presto. D'altro canto, per modesti che fossero gli eserciti medievali, il loro reclutamento non si limit mai al solo elemento nobiliare: il signore levava i suoi fanti tra i suoi contadini. E se, a partire dal secolo XII, gli obblighi militari di questi ultimi andarono restringendosi sempre pi; se, in particolare, la limitazione, assai frequente, della durata di presenza a un giorno soltanto ebbe come effetto di limitare l'impiego di contingenti rurali a semplici operazioni di polizia locale, tale trasformazione fu esattamente contemporanea dell'indebolimento dello stesso servizio dei feudi. I picchieri o arcieri rurali non cedettero allora il posto ai vassalli: furono resi inutili dal ricorso ai mercenari, che permetteva in pari tempo di ovviare alle insufficienze della cavalleria feudale. Ma - vassallo o, dove ne esistevano ancora, allodero - il "nobile", sin dai primordi dell'et feudale, aveva quale caratteristica propria di essere un guerriero meglio armato e un guerriero professionale.
Combatteva a cavallo; o, per lo meno, se durante l'azione metteva il piede a terra, si spostava solamente a cavallo. Inoltre, combatteva con l'equipaggiamento integrale. Offensivo: la lancia e la spada, qualche volta l'azza; difensivo: l'elmo che proteggeva la testa; poi, coprente il corpo, una veste in tutto o in parte metallica; infine, al braccio, lo scudo, triangolare o rotondo. A rigore, non era il solo cavallo a fare il cavaliere: non lo usava anche il suo pi umile compagno, lo scudiere, incaricato di curare le bestie e di condurre, lungo la strada, le cavalcature di ricambio? Talvolta poi gli eserciti comportavano, accanto alla pesante cavalleria cavalleresca, cavalieri equipaggiati pi alla leggera, chiamati di solito "sergenti". Quel che caratterizzava la pi elevata classe dei combattenti era l'unione del cavallo e dell'armamento completo.
Il perfezionamento di quest'ultimo, dopo l'epoca franca, rendendolo a un tempo pi costoso e pi difficile da maneggiare, aveva chiuso sempre pi rigorosamente l'accesso di questo modo di combattere a chiunque non fosse ricco, o fedele d'un ricco, e uomo del mestiere. Traendo dall'adozione della staffa tutte le sue conseguenze, si abbandon, verso il secolo X, la corta asta di un tempo, brandita a braccio teso, come un dardo, per sostituirle la lunga e pesante lancia moderna, che il guerriero, nel corpo a corpo, teneva sotto l'ascella e, a riposo, appoggiava sulla staffa. Al casco venne aggiunto il nasale, e pi tardi la visiera. Infine, la brogne, specie di tunica di cuoio o di stoffa, su cui venivano cuciti anelli o piastre di ferro, cedette il posto al giaco, forse imitato dagli Arabi: tessuto tutt'intero di maglie metalliche, era di una fabbricazione molto pi difficile, pur quando non era necessario importarlo. A poco a poco, del resto, il monopolio di classe, che da principio era stato imposto da semplici necessit pratiche, cominci a passare nel diritto. Agli ufficiali signorili, che essi si sforzavano di mantenere in una saggia mediocrit, i monaci di Beaulieu vietarono, poco dopo il 970 lo scudo e la spada; verso la stessa epoca, i monaci di San Gallo rimproveravano ai loro "marici" di avere armi troppo belle(253).
Rappresentiamoci ora, nella sua essenziale dualit, una milizia di quel tempo. Da un lato, una pedonaglia male attrezzata per l'attacco altrettanto che per la difesa, lenta a correre all'assalto come a fuggire rapidamente spossata da lunghe marce su cattive piste o attraverso; campi. Dall'altro, in atto di guardar dall'alto dei loro corsieri i poveri diavoli che "villanamente" - come dice un romanzo cortese - trascinavano i piedi nel fango o nella polvere, dei solidi soldati, fieri di poter combattere e manovrare prontamente, sapientemente, efficacemente: la sola forza, in verit, ci dice il biografo del Cid, di cui valga la pena di tener conto, quando si computano le forze di un esercito(254). In una civilt nella quale la guerra era cosa di tutti i giorni, nessun contrasto pi vivo di quello. Divenuto quasi sinonimo di vassallo, "cavaliere" divent altres l'equivalente di "nobile". Pi di un testo, per converso, innalza al valore di un termine quasi giuridico, per applicarlo alla gente dappoco, il nome spregiativo di pedones, fanti. Presso i Franchi - dice l'emiro arabo Usamah - "ogni preminenza tocca ai cavalieri. Sono veramente i soli uomini che valgono. A essi, dare consigli; a essi, render giustizia"(255)
Ora, agli occhi di un'opinione che possedeva buone ragioni per attribuire gran pregio alla forza, nei suoi aspetti pi elementari, perch mai il combattente per eccellenza non sarebbe stato il pi temuto, apprezzato e rispettato tra gli uomini? Una teoria allora assai diffusa rappresentava la comunit umana divisa in tre "ordini": coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano. Mirava, per accordo unanime, a mettere il secondo ordine molto al di sopra del terzo. Ma la testimonianza dell'epopea va ancor pi oltre: il soldato non esitava a considerare la propria missione come superiore a quella stessa degli specialisti della preghiera. L'orgoglio  uno degl'ingredienti essenziali di qualsiasi coscienza di classe. Quello dei nobili dell'et feudale fu, innanzi tutto, orgoglio guerriero.
Perci, per essi, la guerra non era soltanto un dovere occasionale verso il signore, il re, il casato. Rappresentava qualcosa di pi: una ragione di vivere.




Capitolo secondo
La vita nobile


1. La guerra.

Molto m'aggrada la gaia stagion di Pasqua - che fiori e foglie adduce; - mi giova udir la gioia degli augelli - che di lor canti riempiono il boschetto. - Ma pur mi piace veder tra i prati - levarsi tende e padiglioni; - e grande allegrezza mi d, per la campagna - ordinati veder cavalli e cavalieri armati; - villani e armenti fuggir dinanzi a le staffette - e dietro, una gran massa d'uomini e d'armi; - di gioia mi s'empie il cuore - nel veder castella cinte d'assedio - rotte le palizzate, e dei fossati in riva, - d'una linea di forti pali recinti, l'armata... - Masse d'armi, di spade, d'elmi colorati, e scudi - presto vedrem spezzate - vassalli cozzar insieme, e in mezzo - alla ventura errare i cavalli dei morti e dei feriti. - Nella pugna entrati - uomini di buon sangue di null'altro attenti - che a spezzar teste e braccia, ch morir val meglio - d'esser vivi e sconfitti. - Vi dico in verit, sapor non trovo - nel bere nel mangiare o nel dormire - quanto all'udir l'"A voi!" d'ambo i lati levarsi, e 'l nitrir dei cavalli vuoti di cavalieri tra l'alberi - e gli appelli "Al soccorso! Al soccorso!"; - quanto al veder sull'erba dei fossati cader piccoli e grandi; - e i morti infine con nel fianco ancora - i tronconi di lancia co' lor pennoni.

Cos cantava, nella seconda met del secolo XII, un trovatore, da identificare con ogni probabilit col signorotto perigordino Bertran de Born(256). La precisione icastica e il vivo slancio, che si distaccano dall'insipidezza di una poesia per solito pi convenzionale, palesano doti superiori al comune. Il sentimento, invece, nulla aveva di eccezionale: prova ne sia un altro poema, uscito dallo stesso ambiente, in cui esso si esprime con minor brio, non c' dubbio, ma con eguale spontaneit. Nella guerra "fresca e gioiosa" - come disse, ai giorni nostri, uno che era destinato a vederla meno da vicino - il nobile amava anzitutto esplicare una forza fisica di bell'animale, sapientemente alimentata da assidui esercizi, iniziati sin dall'infanzia. Diceva un poeta tedesco, ripetendo un vecchio proverbio carolingio: "Chi, senza montare a cavallo,  restato a scuola sino a dodici anni, non  buono pi ad altro che a fare il prete"(257). Gli interminabili racconti di singolari tenzoni di cui ribocca l'epopea sono eloquenti documenti psicologici. Il lettore di oggi, sopraffatto dalla loro monotonia, dura fatica a convincersi che il lettore di un tempo abbia potuto prendervi, manifestamente, tanto piacere: atteggiamento da uomo di scrittoio di fronte al racconto di competizioni sportive! Nelle opere d'immaginazione come nelle cronache, il ritratto del buon cavaliere insiste soprattutto sulle sue doti atletiche: esso  "ossuto", "membruto", il corpo "ben tagliato" e segnato di onorevoli cicatrici, le spalle larghe, e larga parimenti - come si addice a un cavaliere - l'"inforcatura". E, poich tale vigore deve essere alimentato egli  dotato di un robusto appetito, che  anch'esso il segno distintivo del prode. Nella vecchia Chanson de Guillaume, dalle barbariche risonanze, Dame Guibourc, dopo aver servito alla gran tavola del castello il giovine Girart, nipote del suo sposo, dice a quest'ultimo:

Per Dio! bel sire! costui  bene del vostro lignaggio,
che mangia cos un gran cosciotto di porco
e beve in due sorsate un sestario di vino;
ben dura guerra deve fare al proprio vicino(258).

Un corpo agile e muscoloso -  quasi superfluo dirlo - non era peraltro sufficiente a fare il cavaliere ideale: a esso egli doveva unire il coraggio. E anche perch forniva a questa virt l'occasione di manifestarsi, la guerra suscitava tanta allegrezza nel cuore di uomini per i quali l'audacia e il disprezzo della morte erano, in certo modo, valori professionali. Certamente, la prodezza non escludeva sempre le crisi di panico - ne abbiam visto l'esempio davanti ai Vikinghi - n, soprattutto, il ricorso alle astuzie dei primitivi. Che tuttavia la classe cavalleresca sapesse battersi, la storia lo riconosce al pari della leggenda. Il suo indiscutibile eroismo si nutriva di molti elementi diversi, avvicendantisi a volta a volta: semplice distensione fisica di un essere sano; furore disperato (persino il saggio Oliviero, quando si sente "ferito a morte", mena terribili colpi solo per "vendicarsi a saziet"); devozione a un capo o, quando si tratta della guerra santa, a una causa; amore della gloria, personale o collettiva; accettazione fatalistica del destino, di cui la letteratura non offre esempi pi struggenti di alcuni tra gli ultimi canti del Niebelungenlied; speranza, infine, nelle ricompense dell'altro mondo, assicurate non solo a chi muoia per il proprio Dio, ma anche a chi muoia per il proprio signore.
Avvezzo a non temere il pericolo, il cavaliere trovava nella guerra un'altra attrattiva: quella d'un rimedio contro la noia. Infatti, per quegli uomini, la cui cultura rimase a lungo rudimentale e che - fatta eccezione per alcuni grandi baroni e il loro ambiente - non erano presi da gravose cure amministrative, la vita d'ogni giorno cadeva facilmente in una grigia monotonia. Ne nasceva una brama di distrazioni che, quando non trovava alimento sufficiente nel suolo natale, cercava appagamento in terre lontane. Guglielmo il Conquistatore, uso a esigere dai propri vassalli un servizio scrupoloso, diceva di uno di essi, di cui aveva confiscato il feudo per punirlo di aver osato partire, senza la sua autorizzazione, per la crociata di Spagna: "Non credo che si possa incontrare, sotto le armi, miglior cavaliere di lui; ma  incostante, prodigo e passa il suo tempo a vagabondare di terra in terra"(259). Di quanti altri si sarebbe potuto dire lo stesso! Tale spirito nomade fu, senza discussione, specialmente diffuso tra i Francesi. Gli  che la loro patria non offriva loro, come la Spagna semi-musulmana, o, in grado minore, la Germania con la sua frontiera slava, vicini terreni di conquista o di razzia; n, come la stessa Germania, le fatiche e i piaceri delle grandi spedizioni imperiali. Inoltre,  probabile che la classe cavalleresca vi fosse pi numerosa, e quindi pi allo stretto, che altrove. Nella stessa Francia, si  sempre osservato che, di tutte le province, la Normandia fu la pi ricca di arditi avventurieri. Gi Ottone di Frisinga parlava della "stirpe assai irrequieta" dei Normanni. Eredit del sangue dei Vikinghi? Forse. Ma, soprattutto, effetto della pace relativa che i duchi fecero regnare di buon'ora in quel principato notevolmente centralizzato: l'occasione dei bramati colpi di spada bisognava andarsene a cercarla altrove. La Fiandra, le cui condizioni di vita non erano gran che diverse, forn un contingente quasi eguale alle peregrinazioni guerriere(260).
Quei cavalieri erranti - l'espressione  dell'epoca - aiutarono in Spagna i cristiani indigeni a strappare all'Islm la parte settentrionale della penisola; crearono, nell'Italia meridionale, gli stati normanni; si arruolarono, prima ancora della prima crociata, come mercenari al servizio di Bisanzio, sulle vie dell'Oriente; trovarono infine nella conquista e nella difesa del sepolcro del Cristo il loro campo d'azione preferito. In Spagna o in Siria, la guerra santa non offriva pur sempre l'attrazione di un avventura e, insieme, di una opera pia? "Non c' bisogno di menare una vita dura nel pi severo tra gli Ordini - cantava un trovatore -; con fatti che danno onore, sfuggire in pari tempo all'inferno, c' forse di meglio?"(261). Tali migrazioni contribuirono a mantenere i legami tra mondi separati da lunghe distanze e da vivi contrasti; e propagarono, al di l dei suoi confini, la cultura occidentale e specialmente francese. Non era forse suggestivo, per esempio, il destino di un Herv "il Francopulo", catturato da un emiro nel 1057, mentre comandava sulle rive del lago di Van? In pari tempo, i salassi cos praticati nei pi turbolenti gruppi dell'Occidente risparmiarono alla sua civilt di perire soffocata nelle guerriglie. I cronisti ben sapevano che sempre, alla partenza d'una crociata, i vecchi paesi, ritrovando un po' di pace, respiravan meglio(262).
Obbligo giuridico talvolta, piacere spesso, la guerra poteva altres esser imposta al cavaliere dal punto d'onore. Nel secolo XII, il Prigord non fu forse insanguinato, perch un signore, cui sembrava che un nobile suo vicino avesse maniere da fabbro, ebbe il cattivo gusto di darlo a vedere(263)? Ma la guerra era anche e soprattutto una fonte di guadagno e, di fatto, l'industria nobiliare per eccellenza.
Abbiam citato pi sopra le effusioni liriche di Bertran de Born: ora, egli stesso non faceva mistero delle ragioni meno gloriose che, pi di tutte le altre, lo rendevan proclive a "non trovar piacere nella pace". Perch - egli dice - desidero che "i ricchi uomini si odiino?" "Perch un ricco uomo  ben pi nobile, generoso e ospitale in guerra che in pace". E, pi crudamente, all'annunzio delle ostilit: "Avremo da stare allegri: che i baroni ci vorranno bene... e, se vorranno che restiamo con loro, ci daranno dei barbarini" (era una moneta di Limoges). Ma quel grande amore delle battaglie ha anche un altro motivo: "Tromba, tamburi, insegne e pennoni - e stendardi e cavalli bianchi e neri - ecco quel che vedremo tra poco. - E il tempo sar buono - perch prenderemo i loro beni agli usurai - e per le strade non andranno pi bestie da soma, - di giorno, in piena sicurt, - n borghese senza alcun sospetto, - n il mercante che cammina verso la Francia; - ma ricco sar colui che piglier di gran cuore". Il poeta apparteneva a quel ceto di piccoli feudatari - di "valvassori", com'egli stesso diceva - la cui vita nel maniero ancestrale non solo mancava di allegria, ma era sovente tutt'altro che facile. La guerra vi rimediava, procurando le generosit dei grandi capi e il buon bottino.
La cura del suo prestigio e del suo beninteso interesse imponeva al barone di non risparmiare le sue larghezze verso i vassalli a lui legati dai pi rigorosi doveri del servizio. Se voleva trattenere in armi gli uomini di feudo al di l del tempo fissato, condurli pi lontano od ottenere da loro pi di quanto il costume, divenuto vieppi rigoroso, sembrasse permettere, doveva raddoppiare di liberalit. Infine, in conseguenza della crescente insufficienza dei contingenti vassallatici, non ci fu ben presto esercito che potesse fare a meno dell'aiuto di quella massa errante di guerrieri, su cui agiva con tanta forza il fascino delle avventure, purch alla speranza dei grossi colpi di spada si aggiungesse quella del guadagno. Il nostro Bertran si offriva cinicamente al conte di Poitiers: "Io posso aiutarvi; ho gi lo scudo al collo e l'elmo in testa... Tuttavia, senza danari, come mettermi in campagna?"(264).
Ma tra i doni del capo, il pi bello sembrava certamente il permesso di far bottino. Tale era anche il principale profitto che, nelle guerricciole locali, il cavaliere, combattente per s solo, sperava di trarre dai combattimenti. Duplice bottino, del resto: di uomini e di cose. Certo, la legge cristiana non permetteva pi di ridurre in schiavit i prigionieri: tutt'al pi, talvolta si trapiantavano a forza alcuni contadini o artigiani. Per contro, il riscatto era d'uso corrente. Il non liberare mai i propri nemici, una volta che fossero caduti nelle sue mani, era un uso che andava bene per un sovrano duro e saggio come Guglielmo il Conquistatore; di solito, i guerrieri non guardavan tanto lontano. Universalmente diffuso, il sistema del riscatto aveva talvolta conseguenze pi atroci dell'antica schiavit. La sera della battaglia - racconta il poeta, che s'ispirava certamente a cose viste -, Girardo di Rossiglione e i suoi massacrano la folla oscura dei prigionieri e dei feriti, risparmiando soltanto i "possessori di castelli", soli capaci di redimersi con denaro sonante(265). Quanto al saccheggio, esso era, per tradizione, una fonte di guadagno talmente regolare che, nelle epoche familiarizzatesi con la scrittura, i testi giuridici lo menzionano tranquillamente come tale: su questo punto leggi barbariche e contratti di assoldamento militare del secolo XIII si fanno reciprocamente eco, da un capo all'altro del Medioevo. Pesanti carri, destinati al trasporto del bottino, seguivano gli eserciti. Ma la cosa pi grave era che una serie di transizioni, quasi insensibili per anime tanto semplici, conduceva dalle forme quasi legittime di tali violenze - requisizioni indispensabili a eserciti privi di servizi d'intendenza, rappresaglie esercitate contro il nemico o i suoi sudditi - sino al brigantaggio vero e proprio, brutale e meschino: mercanti depredati lungo le strade; montoni, polli, formaggi rubati nelle stalle o nei cortili, come faceva, ai primordi del Duecento, un signorotto catalano, accanito nel molestare i suoi vicini dell'abbazia di Canigou. I migliori contraevano abitudini singolari. Guillaume le Marchal era certamente un prode cavaliere. Pure, mentre, giovine e senza terra, percorreva la Francia di torneo in torneo, avendo incontrato un monaco, che fuggiva con una ragazza nobile e, per giunta, confessava candidamente il suo disegno di dare il suo denaro a usura, non si fece nessun scrupolo di appropriarsi, a titolo di castigo per cos neri progetti, i quattrini dello sventurato. E uno dei suoi compagni gli rimprover di non avergli tolto anche il cavallo!(266).
Costumi simili presupponevano,  evidente, un grande disprezzo della vita e delle sofferenze umane. La guerra dell'et feudale nulla aveva della guerra in trine: andava congiunta a usanze che oggi non ci sembrano cortesi, quali, sovente, il massacro o la mutilazione delle guarnigioni che avevano resistito "troppo a lungo". E ci, talvolta anche a disprezzo del giuramento. Essa implicava poi, come un corollario naturale, la devastazione delle terre nemiche. Qui e l, un poeta come quello di Huon di Bordeaux, e pi tardi un pio sovrano, come Luigi il Santo, potevan bens protestare contro il "guasto" delle campagne, causa di infinite miserie per gli innocenti. Fedele interprete della realt, l'epopea, sia tedesca che francese,  piena delle immagini dei paesi che "fumano" all'ingiro. "Non c' vera guerra senza fuoco n sangue", diceva il sincero Bertran de Born(267).
In due passi, di un parallelismo che fa impressione, il poeta di Girardo di Rossiglione e il biografo anonimo dell'imperatore Enrico IV ci mostrano quel che significava il ritorno alla pace per i "poveri cavalieri": il timore del disprezzo che ormai mostreranno loro i grandi, non pi bisognosi del loro aiuto; le esigenze degli usurai; il pesante cavallo da lavoro sostituito allo schiumante destriero; gli speroni di ferro invece degli speroni d'oro; in breve, crisi economica e crisi di prestigio(268). Per il commerciante, invece, e pel contadino, significava poter tornare a lavorare, a nutrirsi, in breve a vivere. Diamo la parola, una volta di pi, all'intelligente trovero di Girardo di Rossiglione. Girardo, proscritto e pentito, erra con la moglie di paese in paese. Ad alcuni mercanti in cui si imbattono, la duchessa ritiene saggio di far credere che il bandito, di cui sembrava loro di ravvisare la fisionomia, sia morto: ""Girardo  morto, l'ho visto seppellire". "Dio sia lodato! " rispondono i mercanti, "faceva sempre la guerra e da lui abbiam sofferto molti mali"". A queste parole, Girardo si fa scuro in volto; se avesse avuto la spada, "avrebbe colpito uno di essi". Episodio di vita vissuta, che illumina l'antitesi che definiva le classi. Essa era a doppio taglio; perch il cavalier dall'alto del suo coraggio e della sua abilit, disprezzava a sua volta il popolo estraneo alle armi, imbellis: villani che, davanti ai soldati, scappavano "come cervi"; e, pi tardi, borghesi, la cui potenza economica gli appariva tanto pi odiosa in quanto veniva conquistata con mezzi a un tempo misteriosi e direttamente opposti alla sua propria attivit. Se l'inclinazione ai gesti di sangue era diffusa dovunque - persino pi di un abate per vittima di un odio di chiostro -, la concezione della necessit della guerra, come fonte di onore e come mezzo di sussistenza, faceva della piccola societ dei "nobili" una casta a s.


2. Il nobile nella sua casa.

La guerra tanto amata aveva per le sue stagioni morte. Ma anche allora la classe cavalleresca si distingueva dalle altre per un tipo di vita propriamente nobiliare.
A tale esistenza, guardiamoci dall'attribuire forzatamente una cornice puramente rustica. Nell'Italia, nella Provenza, nella Linguadoca, sopravviveva l'impronta millenaria delle civilt mediterranee, la cui struttura era stata sistematizzata da Roma. In esse, tradizionalmente, ogni piccolo popolo s'era raggruppato intorno a una citt o a un borgo, a un tempo capoluogo, mercato e santuario, e quindi dimora abituale dei potenti. Essi non cessarono di gravitare intorno ai vecchi centri urbani; presero parte a tutte le loro rivoluzioni. Nel secolo XIII, tale carattere cittadino era considerato come una delle singolarit delle nobilt meridionali. A differenza dell'Italia - osservava il francescano Fra Salimbene, il quale, nato a Parma, visit il reame di Luigi il Santo - le citt di Francia non sono popolate che di borghesi; i nobili stanno nelle loro terre. Ma, relativamente vera nell'epoca in cui il buon frate scriveva, l'antitesi non sarebbe stata tale nel medesimo grado nella prima et feudale. Certo, le citt puramente mercantili sorte dal nulla, specialmente nei Paesi Bassi e nella Germania transrenana, dal secolo X o XI in poi - Gand, Bruges, Soest, Lubecca e tante altre - annoveravano entro le loro mura, come classe dominante, soltanto uomini arricchitisi con la mercatura. La presenza di un castellano di stirpe principesca vi manteneva talvolta un piccolo gruppo di vassalli non accasati o che vi si recavano a compiere regolarmente il loro turno di servizio. Invece, nelle antiche citt romane - come Reims o Tournai - sembra che siano vissuti a lungo gruppi di cavalieri, molti dei quali indubbiamente addetti alle corti episcopali o abbaziali. Solo a poco a poco, e a causa d'una pi progredita differenziazione delle classi, gli ambienti cavallereschi, fuorch in Italia e nella Francia meridionale, diventarono quasi del tutto estranei alla vita delle popolazioni propriamente urbane. Se il nobile non ha certamente rinunciato a frequentare la citt, vi compare per solo occasionalmente, chiamatovi dal suo piacere o dall'esercizio di certe funzioni.
Tutto contribuiva del resto a respingerlo verso la campagna: l'abitudine, vieppi diffusa, di remunerare i vassalli per mezzo di feudi, costituiti, nell'immensa maggioranza dei casi, da signorie rurali; l'indebolimento degli obblighi feudali, che favoriva nei seguaci d'armi, ormai "accasati", la tendenza a vivere ciascuno a casa propria, lontano dai re dai grandi baroni e dai vescovi, signori delle citt; il piacere di vivere all'aria aperta, naturale a quegli sportivi. Non  forse commovente la storia, raccontata da un monaco tedesco, di quel figlio di un conte, che, destinato dai suoi alla vita monastica e sottoposto, per la prima volta, alla dura regola della clausura, si iss, quel giorno, sino sulla pi alta torre del monastero, per "pascere almeno la sua anima vagabonda dello spettacolo dei monti e dei campi che non gli era pi permesso di percorrere"?(269). La pressione delle borghesie, pochissimo desiderose di ammettere nelle loro comunit elementi indifferenti alla loro attivit e ai loro interessi, precipit il movimento.
Tuttavia, quali che siano le correzioni da apportare al quadro di una nobilt sin dall'origine esclusivamente rurale, resta pur sempre vero che, da quando esistevano cavalieri, la maggior parte di essi, e in numero crescente, nel Nord, e molti anche nei paesi rivieraschi del Mediterraneo, avevano come residenza ordinaria il maniero campestre. La magione signorile si elevava di solito in un agglomerato o nelle sue vicinanze. Talvolta, nello stesso villaggio ce n'era pi di una. Essa si distingueva nettamente dalle casupole circostanti - come, del resto, nelle citt dalle abitazioni degli umili - non solo perch costruita meglio, ma soprattutto perch, quasi sempre, organizzata per la difesa.
La preoccupazione dei ricchi di mettere le loro dimore al sicuro da un attacco era naturalmente altrettanto antica che i torbidi stessi: com' attestato da quelle villae fortificate la cui comparsa, verso il secolo IV, nelle campagne della Gallia, rivela il declino della pax romana. La tradizione continu, qua e l, nell'epoca franca. Tuttavia, la maggior parte delle "corti", abitate dai ricchi proprietari, e financo gli stessi palazzi reali, rimasero a lungo pressoch privi di difese permanenti. Furono le scorrerie normanne o ungariche a far sorgere dovunque, dall'Adriatico alle pianure dell'Inghilterra settentrionale, insieme con le mura delle citt, riparate o ricostruite, le ferts o fortezze rurali, la cui ombra era destinata a pesare da allora in poi sui campi d'Europa. Le guerre intestine non tardarono a moltiplicarle. L'azione svolta dai grandi poteri, regali o principeschi, nel far sorgere questi castelli e i loro sforzi per controllarne la costruzione, ci occuperanno pi oltre; per ora non c'interessano. Giacch le case fortificate dei piccoli signori, disperse per monti e valli, furon costruite, quasi sempre, indipendentemente da qualsiasi autorizzazione dall'alto. Rispondevano a bisogni elementari, spontaneamente sentiti e soddisfatti. Un agiografo lo ha spiegato con molta esattezza, se pure senza simpatia: "Per quegli uomini sempre impegnati in risse e in massacri, ripararsi dai nemici, trionfare degli eguali, opprimere gli inferiori"(270). In una parola, proteggere se stessi e dominare.
Generalmente erano edifici di un tipo assai semplice. Il pi diffuso fu a lungo, almeno fuori dei paesi mediterranei, la torre di legno. Un singolare passo dei Miracula sancti Benedicti descrive, verso la fine del secolo XI, la struttura, singolarmente rudimentale, di una di esse: al primo piano, una sala dove il "potente", "con la sua masnada, viveva, conversava, mangiava, dormiva"; al pianterreno, il celliere per le provviste(271), Ordinariamente, ai piedi della torre era scavato un fossato. Qualche volta, una cinta di pali e di terra battuta, circondata a sua volta da un altro fossato, correva a una certa distanza. Essa permetteva di mettere al sicuro vari edifici e la cucina, che il pericolo d'incendi consigliava di collocare in disparte; serviva al bisogno di rifugio ai dipendenti; evitava alla torre di essere investta subito e rendeva meno facile, nei confronti di tale ridotto, il mezzo d'attacco pi efficace: il fuoco. Ma per guernirla occorrevano pi armati di quanti ne potesse mantenere la maggior parte dei cavalieri. Torre e cinta sorgevano, infine, abbastanza di frequente su di una altura, talvolta naturale, talaltra, almeno parzialmente, opera dell'uomo. Non era forse necessario a un tempo opporre all'attacco l'ostacolo del pendio e sorvegliar meglio i dintorni? I primi a ricorrere alla pietra furono i magnati: quei "ricchi bastidors" che Bertran de Born dipinge in atto di fabbricare "con calce, sabbia e pietre da costruzione... portali e torrette, torri, volte e scale a chiocciola". Essa non fu introdotta che lentamente, nel corso del secolo XII e persino del XIII, nelle abitazioni dei piccoli e medi cavalieri. Prima della fine dei grandi appoderamenti, le foreste sembravano pi facili e meno costose da sfruttare delle cave; inoltre, mentre l'arte muraria esigeva una mano d'opera specializzata, i censuari, lavoratori sempre a disposizione, erano tutti quanti un po' carpentieri, oltre che boscaioli.
 certo che, nella piccola fortezza del signore, il contadino poteva trovare qualche volta protezione e rifugio. Pure, l'opinione dei contemporanei aveva ragioni valide per vedere anzitutto in essa un pericoloso covo. Le istituzioni di pace, le citt, preoccupate della libert delle comunicazioni, i re o i principi, non avevano pi viva preoccupazione di quella di abbattere le innumerevoli torri, di cui tanti "tirannelli" locali avevan coperto il paese. E, checch sia stato detto in contrario, non solo nei romanzi di Ann Radcliffe, i castelli, grandi o piccoli, avevan le loro segrete. Lamberto di Ardres, descrivendo la torre di Tournehem ricostruita nel secolo XII, non dimenticava i sotterranei, "dove i prigionieri, nelle tenebre, tra gl'insetti e la sporcizia, mangiano il pane di dolore".
Come indicava la stessa natura della sua dimora, il cavaliere viveva in perpetuo allarme. Una vedetta - personaggio familiare all'epopea come alla poesia lirica - vegliava la notte sulla torre; pi in basso, nei due o tre vani dell'angusta fortezza, tutto un piccolo mondo di abitanti permanenti, cui si frammischiavano ospiti di passaggio, si stipava in una costante promiscuit: effetto della mancanza di spazio, ma anche di abitudini che allora sembravano necessarie, anche tra i magnati, a qualsiasi esistenza di capo. Il barone non respirava, letteralmente, che circondato di uomini - guerrieri, valletti, vassalli non accasati, giovani nobili affidati come "nutriti" alle sue cure - che lo servivano, lo proteggevano, conversavano con lui e, venuta finalmente l'ora del sonno, continuavano a proteggerlo con la loro presenza sino alla prossimit del letto coniugale. "Non si addice a un signore mangiare da solo", s'insegnava ancora nell'Inghilterra dugentesca(272). Nella grande sala, le tavole erano lunghe e i seggi avevano quasi esclusivamente la forma di banchi, fatti per star seduti a fianco a fianco. Sotto la scala, stabilivano il loro domicilio i poveri. Ivi morirono due illustri penitenti: sant'Alessio, nella leggenda, e il conte Simon de Crpy, nella storia. Tali usanze, contrarie a qualsiasi forma di raccoglimento, erano, in quell'epoca, generali; gli stessi monaci avevano non celle, ma dormitori. Esse spiegano certe fughe verso le sole forme di esistenza che permisero allora di godere la solitudine: quelle dell'eremita, del recluso, dell'errabondo. Tra i nobili, si collegavano a una cultura trasmessa, molto pi che dai libri e dallo studio, dalla lettura ad alta voce, dalla recitazione ritmica e dalle umane conversazioni.


3. Occupazioni e svaghi.

Il nobile, per campagnolo che fosse quanto a domicilio, nulla aveva di un agricoltore. Impugnare la zappa o l'aratro sarebbe stato per lui un segno di degradazione, come avvenne al povero cavaliere di cui ci parla una raccolta di aneddoti. E se, talvolta, si compiaceva a guardare i lavoratori nei campi o, sulle sue terre, biondeggiare le messi, non sembra che di solito s'interessasse della coltura dei campi(273). I manuali di buon governo signorile, quando ne vennero scritti, erano destinati non al signore, ma ai suoi "ufficiali"; e il tipo del gentiluomo rurale appartiene a tutt'altra epoca, posteriore alla rivoluzione economica del secolo XVI. Sebbene i diritti di giustizia sopra i censuari fossero una tra le fonti essenziali del suo potere, il signore di villaggio di solito non li esercitava di persona, ma li delegava a "sergenti", anch'essi di origini contadine. Tuttavia, l'esercizio della giurisdizione era certamente una delle rare occupazioni pacifiche familiari al cavaliere. Ma, per lo pi, egli lo adempiva nell'orbita della sua classe: sia che decidesse i processi dei suoi vassalli, sia che sedesse come giudice dei suoi pari alla Corte dov'era stato convocato dal suo signore feudale; sia ancora - dov'esistevano, come in Inghilterra o in Germania, pubblici tribunali - che sedesse al tribunale della contea o della "centena". Ci bastava per a fare dello spirito giuridico una delle forme di cultura pi precocemente diffuse negli ambienti cavallereschi.
Le distrazioni nobili per eccellenza recavano l'impronta d'uno spirito guerriero.
La caccia, anzitutto. Come gi si  detto, non era soltanto uno sport; giacch l'uomo dei nostri climi non viveva ancora, come noi, nel seno d'una natura definitivamente pacificata dallo sterminio delle fiere. D'altro canto, in un'et in cui il bestiame, insufficientemente nutrito e mal selezionato, non forniva che grami prodotti di macelleria, la cacciagione teneva un posto predominante nell'alimentazione carnea, specie dei ricchi. Essendo un'attivit quasi necessaria, la caccia non era a rigore un monopolio di classe: il caso della Bigorre, dove, gi all'inizio del secolo XII, era vietata ai plebei, sembra fosse un'eccezione(274). Dovunque tuttavia, re, principi, signori, ciascuno nell'mbito dei suoi poteri tendeva gi ad accaparrare la caccia della selvaggina in certi territori riservati: quella delle bestie grosse nelle "foreste" (in origine, il termine designava ogni terreno cos guardato, fosse o no boscoso), delle lepri e dei conigli, nelle "garenne". Il fondamento giuridico di tali pretese  oscuro; verisimilmente, era solamente quello della legge del padrone; e, naturalmente, fu in un paese conquistato - l'Inghilterra dei re normanni - che la costituzione delle foreste regali, talvolta a spese del suolo arabile, e la loro protezione giunsero ai pi strani eccessi. Siffatti abusi attestano la vivacit di una passione, che era caratteristica di una classe sociale. Similmente, le requisizioni imposte ai censuari: obbligo di albergare e nutrire la muta del signore, costruzione di capanne nei boschi, nella stagione in cui si tenevano le grandi adunate di cacciatori Ai loro "marici", che essi accusavano di voler innalzarsi sino al rango dei nobili, i monaci di San Gallo rimproveravano soprattutto di allevare cani per cacciare le lepri e, peggio ancora, i lupi, gli orsi e i cinghiali. Quindi, per praticare tale sport nelle sue forme pi attraenti - caccia con i levrieri, caccia col falcone, soprattutto, trasmesse all'Occidente, insieme ad altre usanze, dalle civilt equestri delle pianure asiatiche - occorrevano ricchezze, ag, dipendenti. Di pi d'un cavaliere si sarebbe potuto dire quel che diceva, d'un conte di Guines, il cronista del suo casato: che "faceva maggior caso di un astore che battesse l'aria con le sue ali che di un bravo predicatore"; o ripetere le parole ingenue e incantevoli che un giullare mette in bocca a uno dei suoi personaggi, davanti all'eroe assassinato intorno al quale la muta urla a morte: "Gentiluomo fu, molto lo amavano i suoi cani"(275). La caccia, avvicinando quei guerrieri alla natura, introdusse nella loro mentalit un elemento che, altrimenti, le avrebbe sempre fatto difetto. Se non fossero stati educati, per tradizione di classe, a "saper di bosco e di fiume", i poeti di condizione cavalleresca destinati a dare tanto di s alla lirica francese e al Minnesang tedesco avrebbero forse trovato note cos felici per cantare l'aurora o le gioie del maggio?
Poi, i tornei. Nel Medioevo, erano ritenuti in genere d'istituzione relativamente recente; si citava anzi il nome del loro presunto inventore: un tal Geoffroy di Preuilly, morto - si diceva - nel 1066. Di fatto, l'usanza di quei simulacri di combattimento risaliva alle pi remote et: com' attestato dai "giuochi pagani", talvolta mortali, menzionati nell'895 dal concilio di Treviri. Essa sopravvisse, nel popolo, in occasione di certe feste, cristianizzate piuttosto che cristiane: come quegli altri "giuochi pagani" - il ritorno del termine  significativo - durante i quali nel 1077, mentre vi si dava con altri giovani, fu ferito a morte il figlio d'un calzolaio(276). Le lotte tra giovani non sono un elemento folcloristico quasi universale? D'altro canto, negli eserciti l'imitazione della guerra serv in ogni epoca ad allenare le truppe e a svagarle: durante il celebre convegno illustrato dai "giuramenti di Strasburgo", Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico si concessero lo svago di uno spettacolo del genere e non sdegnarono di prendervi parte. L'originalit dell'et feudale fu di cavar fuori da tali giostre militari o popolari un tipo di battaglia fittizia relativamente ben regolata, dotata in genere di premi e, soprattutto, riservata a schermitori montati a cavallo e muniti di armi cavalleresche: e quindi, un vero divertimento di classe, quale i nobili non ne conobbero di pi attraente.
Poich tali riunioni, la cui organizzazione implicava ingenti spese, avvenivano ordinariamente in occasione delle grandi "corti", tenute di tanto in tanto dai re o dai baroni, gli amatori correvano il mondo di torneo in torneo. Non erano soltanto cavalieri senza fortuna, raggruppati talvolta in "compagnie", ma anche grandi signori: come il conte del Hainaut Baldovino IV o, tra i principi inglesi, il "giovine re" Enrico(277), che pure non vi brillava. Come nelle nostre competizioni sportive, i cavalieri si raggruppavano di solito per regioni; un grande scandalo scoppi il giorno in cui gli Hennuyers, vicino a Gournay, si misero nel campo dei cavalieri della Francia propria, anzich riunirsi ai Fiamminghi e a quelli del Vermandois, che, per lo meno su questo terreno, erano i loro alleati abituali. Tali associazioni di giuochi contribuirono indubbiamente a formare le solidariet provinciali: tanto pi che non sempre si trattava di guerra per ridere, anzi! Le ferite, e financo - quando, per parlare come il poeta di Raoul di Cambrai, la giostra "finiva male" - i colpi mortali, non erano rari. Ecco perch i sovrani pi avveduti non favorivano quegli scontri, in cui si esauriva il sangue dei vassalli. Enrico II Plantageneto li viet formalmente in Inghilterra; per la stessa ragione - e anche per i loro rapporti con i divertimenti delle feste popolari, che sfioravano il "paganesimo" - la Chiesa li proscrisse severamente, al punto da rifiutare la sepoltura in terra consacrata al cavaliere, anche pentitosi, che vi avesse trovato la morte. Il fatto che, nonostante le leggi politiche e religiose, l'usanza si sia rivelata di fatto non sradicabile, mostra quanto rispondeva a una passione profonda.
In realt, allo stesso modo che nella guerra vera, non era sempre una passione disinteressata. Siccome il vincitore s'impadroniva di frequente dell'equipaggiamento e dei cavalli del vinto e talvolta anche della sua persona, per non liberarla che contro riscatto, l'abilit o la forza vi trovavano i loro profitti. Pi di un cavaliere "torneadore" fece della sua scienza di combattere una professione, e molto lucrativa. A tal punto l'amore del nobile per le armi univa inestricabilmente "l'allegrezza" e il bisogno di guadagni(278).


4. Le regole di condotta.

Era naturale che una classe cos nettamente definita dal genere di vita e dalla supremazia sociale finisse col dare a se stessa un proprio codice di vita. Ma le sue norme si precisarono, per affinarsi, solamente nella seconda et feudale.
Il termine che, dal 1100 circa in poi, serve di solito a designare l'insieme delle qualit nobili per eccellenza  un termine caratteristico: "cortesia", derivato da "corte". Tali leggi si precisano infatti nelle adunanze, temporanee o permanenti, intorno ai principali baroni e ai re. L'isolamento del cavaliere nella sua "torre" non lo avrebbe permesso: occorrevano l'emulazione e gli scambi umani. Ecco perch quel progresso della sensibilit morale fu legato a un tempo al consolidamento dei grandi principati o monarchie e al ritorno a una pi intensa vita di relazioni. Si usava altres e - via via che, conforme alle sue origini, "cortese" assunse un senso puramente mondano - si us sempre pi volentieri, con una pi alta significazione, il termine prudhomme. Parola talmente grande e buona che, solo a pronunziarla "riempie la bocca", affermava Luigi il Santo, che intendeva cos rivendicare, di fronte alle virt del monaco, i diritti delle virt del secolo. Anche in questo caso, l'evoluzione semantica  singolarmente istruttiva: giacch prudhomme , a rigore, lo stesso vocabolo preux (prode), che, movendo dall'accezione originaria, abbastanza vaga, di "utile" o "eccellente", aveva finito col designare anzitutto il valore guerriero. I due termini divennero divergenti - preux conservando il suo valore tradizionale - quando si cominci a pensare che la forza e il coraggio non bastassero a fare il perfetto cavaliere. "C' grande differenza tra homme preux e prudhomme": avrebbe detto un giorno Filippo II Augusto, che considerava il secondo come di molto superiore(279). Sottigliezza solo apparentemente tale: in realt, a chi ben guardi, preziosa testimonianza dell'evoluzione dell'ideale cavalleresco.
Sia che si trattasse di semplici convenienze o di precetti propriamente morali, di "cortesia" in senso stretto o di prudhommie, il nuovo codice ebbe incontestabilmente per patria le corti della Francia e del territorio della Mosa (quest'ultime, del resto, francesi anch'esse per lingua e costumi). Nel secolo XI, le mode di Francia eran gi imitate in Italia(280); nei due secoli successivi, tali influssi furono ancor pi rilevanti: come  attestato dal vocabolario cavalleresco tedesco, formicolante di parole welsch - nomi d'armi, di vestimenti, di usanze -, venute ordinariamente attraverso il Hainaut, il Brabante o la Fiandra. Lo stesso hflich  un calco di courtois. N il solo organo di trasmissione di tali influssi era la letteratura: pi di un giovine nobile di lingua tedesca si recava a imparare presso principi francesi, insieme con la lingua, le belle maniere. Il poeta Wolfram von Eschenbach non chiamava la Francia "la terra della retta cavalleria"? A dir vero, questo irradiamento di una forma di cultura aristocratica era uno solo degli aspetti dell'azione esercitata allora nell'Europa tutt'intera - e anche in questo caso, ben s'intende, soprattutto sulle classi elevate - dalla cultura francese in generale: propagazione di stili d'arte e di letteratura; prestigio delle scuole di Chartres e poi di Parigi; uso quasi internazionale della lingua. Senza dubbio, non  impossibile scoprirne talune ragioni: lunghe marce compiute, attraverso l'Occidente, dalla pi avventurosa delle cavallerie; relativa prosperit di un paese toccato pi presto che la Germania (ma non, a dir vero, prima dell'Italia) dal progresso degli scambi; distinzione precocemente accentuata tra la classe cavalleresca e la turba degli "imbelli", inatti alle armi; e, nonostante le numerose guerre locali, nessuna scissura paragonabile a quella causata nell'Impero dal grande conflitto tra gli imperatori e i papi. Ma, detto ci, vien da chiedersi se non sia uno sforzo vano pretendere di spiegare quello che, allo stato presente delle nostre cognizioni sull'uomo, sembra appartenga all'inesplicabile: e cio, il tono di una civilt e le sue capacit magnetiche.
"Di questa giornata - diceva il conte di Soissons, alla battaglia di Mansura - parleremo pi tardi nella camera delle dame"(281). Questa frase, di cui cercheremmo invano l'equivalente nelle canzoni di gesta, ma che, a partire dal secolo XII, pi di un eroe di romanzo avrebbe potuto pronunziare, rivela una societ in cui ha fatto la sua comparsa la mondanit e, in uno con essa, l'influsso femminile. La donna nobile non era mai vissuta chiusa nel gineceo: governava la casa, assistita da ancelle; e accadeva talvolta che governasse il feudo, e talora con durezza. Tuttavia era riservato al secolo XII di creare il tipo della gran dama colta e che tiene salotto. Profondo mutamento, chi pensi alla straordinaria grossolanit dell'atteggiamento rispetto alle donne, fossero pur regine, attribuito ai loro eroi dai vecchi poeti epici: sino alle peggiori ingiurie, che la megera ricambiava con busse. Par di udire le grosse risate dell'uditorio! Il pubblico cortese non era divenuto insensibile a quegli scherzi grossolani; ma pi non li ammetteva, per esempio, nei fabliaux, che a spese delle contadine o delle borghesi. Invero, la cortesia era essenzialmente una qualit di classe: la "camera delle signore" nobili e, pi generalmente, la corte, era ormai il luogo dove il cavaliere cerca di brillare e di eclissare i propri rivali con la fama delle sue imprese, con la sua fedelt alle buone usanze e anche con le doti letterarie.
Lo abbiamo gi detto: gli ambienti nobili non erano mai stati totalmente illetterati n, meno ancora., impermeabili all'azione della letteratura, ascoltata pi che letta. Ma il giorno in cui i cavalieri si fecero essi stessi letterati, un gran passo fu compiuto.  significativo che il genere cui, sino al secolo XIII, essi si dedicarono quasi esclusivamente sia stato la poesia lirica. Il pi antico trovatore a noi noto - conviene aggiungere che non fu certamente il primo - fu uno dei pi potenti principi del reame di Francia: Guglielmo IX di Aquitania (morto nel 1127). Nell'elenco dei poeti provenzali successivi, allo stesso modo che un po' pi tardi tra i poeti lirici del Nord, emuli di quelli del Mezzogiorno, gli ambienti di alta, media e piccola nobilt furono abbondantemente rappresentati: accanto, beninteso, ai giullari di professione, i quali vivevano alle costole dei grandi. Quei poemi brevi e, in genere, di un'arte dotta - talvolta sino all'ermetismo volontario, il famoso trobar clus - si prestavano ammirevolmente a venir recitati in riunioni aristocratiche. Nel saper gustare cos godimenti che la loro stessa raffinatezza vietava ai "villani", la classe che in essi si compiaceva acquistava una coscienza della propria superiorit tanto pi acuta in quanto il piacere era, di fatto, spesso assai vivo e sincero. Intimamente connessa all'attrattiva della parola - perch di solito le poesie cercavan aiuto nel canto e in un accompagnamento - la sensibilit musicale non esercitava minor imperio. Sul suo letto di morte, non osando, pur avendone gran desiderio, di lasciarsi andare a cantare egli stesso, Guillaume le Marchal, che pur era stato un cos rude guerriero, d l'addio alle figlie solo dopo che gli han fatto udire per l'ultima volta il "dolce suono" di alcune retrouenges(282). E gli eroi burgundi del Nibelungenlied si addormentano dell'ultimo sonno di cui godranno su questa terra ascoltando, nella notte tranquilla, la ghironda di Volker.
Di fronte alle gioie della carne, sembra che l'atteggiamento della classe cavalleresca sia stato, in pratica, schiettamente realistico. Era quello dell'epoca, considerata nel suo complesso. La Chiesa imponeva ai suoi membri l'ascetismo e ordinava ai laici di limitare l'unione sessuale al matrimonio e alla procreazione; ma praticava piuttosto male i suoi insegnamenti, soprattutto fra i chierici secolari, tra i quali la stessa riforma gregoriana non epur nemmeno l'episcopato. Non si parlava forse con ammirazione di pi personaggi, preti di parrocchia, financo abati, morti - "si diceva" - vergini? L'esempio del clero mostra quanto la continenza ripugnasse alla maggioranza; e non era certo particolarmente atto a imporla ai fedeli. Per vero - ove si eccettui qualche episodio deliberatamente piccante, come, per esempio, nel Plerinage de Charlemagne, le vanterie virili di Oliviero - l'epopea  abbastanza casta. Gli  che non annetteva nessun'importanza a descrivere imprese che, di fatto, nulla avevano di epico. Anche nei racconti, meno reticenti, dell'et cortese, la sensualit  presentata piuttosto come propria della donna che dell'eroe. Qua e l, tuttavia, un tratto solleva un angolo del velo: come, per esempio, nel vecchio poema di Girart de Roussillon, dove un vassallo, incaricato di dare ospitalit a un messaggero, gli fornisce per la notte una bella ragazza. E, certo, non tutto era finzione nei "dilettosi" racconti di cui, a credere ai romanzi, i castelli fornivano cos facili occasioni(283). Ancora pi esplicite son le testimonianze della storia. Il matrimonio del nobile era spesso, com' noto, un semplice affare. Le case dei signori pullulavano di bastardi. Non sembra che l'avvento della cortesia abbia, inizialmente, mutato gran che tali costumi: certe canzoni di Guglielmo d'Aquitania cantano l'amore in linguaggio da caserma e, presso i poeti successivi, tale vena trov pi di un imitatore. Pure, gi in lui, verisimilmente erede di una tradizione i cui esordi ci sfuggono, affiora un'altra concezione dell'amore: quell'amore "cortese", che fu una delle creazioni certamente pi singolari del codice morale cavalleresco. Per noi, Dulcinea  forse separabile da don Chisciotte? Le caratteristiche dell'amore cortese si possono riassumere con estrema facilit. Esso nulla ha a che vedere col matrimonio; o, per meglio dire, si oppone direttamente alle sue leggi, giacch se l'amata , in generale, una donna maritata, l'amante non  mai il marito. Ha frequentemente come oggetto una dama di condizione superiore; implica sempre, in ogni caso, un vivo accento di devozione dell'uomo verso la donna. Si presenta come una passione imperiosa, senza posa ostacolata, volentieri gelosa e nutrentesi dei suoi stessi turbamenti, ma il cui svolgimento stereotipato finisce di buon'ora col comportare qualcosa di rituale. Non odia la casistica. Infine - come dice il trovatore Jaufr Rudel, in una poesia che, interpretata a controsenso, ha fatto nascere la famosa leggenda della Principessa Lontana - , di preferenza, un amore "di lontano". Non che si rifiuti in via assoluta al godimento carnale, o che, se deve rinunziare - giusta la espressione di Andrea Cappellano, il quale lo teorizz - all'"ultimo sollazzo", non ambisca almeno alla moneta spicciola dei piaceri epidermici. Ma l'assenza o gli ostacoli, anzich distruggerlo, lo abbelliscono di poetica malinconia. E se il possesso, sempre desiderabile, si rivela decisamente impossibile, il sentimento continua tuttavia a sussistere, come uno stimolante del cuore e una struggente "gioia".
Tale l'immagine tracciata dai poeti. Noi, infatti, conosciamo l'amore cortese solo attraverso la letteratura; e duriamo quindi grande fatica a sceverare in esso la parte della moda o della finzione. Certo si  che, tendendo a dissociare, in una certa misura, il sentimento dalla carne, non imped - tutt'altro! - a questa di continuare a soddisfare se stessa, da parte sua, alquanto brutalmente. Ma  noto, del resto, che nella maggior parte degli uomini la sincerit affettiva implica pi piani. Comunque, una simile concezione dei rapporti amorosi - in cui oggi salutiamo al passaggio tanti elementi divenutici familiari - rappresent incontestabilmente, quando venne elaborata, una combinazione molto originale. Era ben poco debitrice delle artes amandi dell'antichit e anche - sebbene siano forse pi vicini a essa - dei trattati, sempre un po' equivoci, dedicati dalla civilt greco-romana all'analisi dell'amicizia mascolina. Specialmente la subordinazione dell'amante era un atteggiamento nuovo. Abbiam gi visto che essa si esprimeva volentieri in termini derivati dal vocabolario dell'omaggio vassallatico. La trasposizione non era meramente verbale: la confusione dell'essere amato e del capo rispondeva a un orientamento della morale collettiva affatto peculiare della societ feudale.
Ancor meno - checch sia stato detto qualche volta - quel codice amoroso era tributario del pensiero religioso(284). A prescindere da talune superficiali analogie di forma, le quali non sono, tutt'al pi, che un vestigio dell'ambiente, si dovr anzi riconoscere che gli era direttamente contrario, senza, d'altronde, che i suoi seguaci abbiano avuto, verisimilmente, chiara coscienza di tale antitesi. Non faceva dell'amore delle creature quasi una delle prime virt, e in ogni caso la joie per eccellenza? E, soprattutto - pur quando rinunziava al piacere fisico - non sublimava, sino a pretendere di riempir con esso l'esistenza, un moto del cuore nato, in origine, da quegli appetiti carnali di cui il cristianesimo ammette la legittimit solo per imbrigliarli col matrimonio - profondamente disdegnato dall'amore cortese - per assegnar loro come giustificazione la perpetuazione della specie - a cui l'amore cortese non pensava menomamente - per confinarli insomma, in una maniera o nell'altra, in una sfera secondaria dell'esperienza morale? L'eco autentica del sentimento cristiano di quell'epoca sulla vita sessuale non possiamo sperare di trovarla nella lirica cavalleresca: essa risona, pura di qualsiasi compromesso, in quel passo della pia e chiericale Queste du Saint-Graal, in cui Adamo ed Eva, prima di unirsi, sotto l'Albero, per concepire "Abele il Giusto", supplicano il Signore di far scendere su di loro una grande oscurit, per "confortare" la loro vergogna.
Anzi, l'opposizione, su questo punto, tra le due morali ci d forse la chiave dell'enigma posto alla geografia sociale dalla genesi di tali razocinazioni amorose. Al pari della poesia lirica che ce ne conserv l'espressione, esse nacquero, verso la fine del secolo XI, negli ambienti cortesi della Francia meridionale. Quel che se ne ritrova pi tardi nel Nord, ancora sotto forma lirica o sotto il camuffamento dei romanzi, quel che ne pass in seguito nel Minnesang tedesco, non fu che un riflesso. Ora, sarebbe assurdo invocare in proposito, a favore della civilt di lingua d'oc, non so qual superiorit: sia che l'attenzione si volga sull'aspetto artistico, su quello intellettuale o su quello economico, la pretesa sarebbe in ogni caso insostenibile. Sarebbe come negare, in blocco, l'epopea di lingua francese, l'arte gotica, i primi sforzi della filosofia nelle scuole della zona tra Loira e Mosa, le fiere della Champagne e gli alveari urbani della Fiandra.  certo, invece, che nel Mezzogiorno, la Chiesa, specialmente nella prima et feudale, fu meno ricca, meno colta, meno attiva che nelle province settentrionali. Nessuna delle grandi opere della letteratura chiericale, nessuno dei grandi movimenti di riforma monastica nacque col. Solo tale relativa debolezza dei centri religiosi pu spiegare i successi eccezionali conseguiti, dalla Provenza al Tolosano da eresie per s internazionali. Ne risult senza dubbio altres che, essendo meno forte l'influenza degli ecclesiastici sui ceti laici, questi ultimi svilupparono pi liberamente una morale puramente mondana. Il fatto poi che i precetti dell'amore cavalleresco si siano, in seguito, propagati con tanta facilit attesta quanto rispondevano ai bisogni di una classe. Essi l'aiutarono a scoprire se medesima. Non amare come la gente comune non significa forse sentirsi diversi da essa?
Il fatto che il cavaliere soppesi con cura bottino o riscatti, che, rientrato a casa sua, "taglieggi" duramente i suoi contadini, non urta menomamente o quasi. Il guadagno  legittimo, ma a una condizione: che sia speso subito e con liberalit. "Posso garantirvelo - diceva un trovatore, cui si rimproveravano i suoi atti di brigantaggio -, se ho preso  stato per dare, non per tesaureggiare"(285). Senza dubbio, si ha il diritto di giudicare un po' sospetta l'insistenza con cui i giullari, parassiti di mestiere, propugnavano, al di sopra d'ogni altro dovere, la liberalit: "dama e reina che tutte le virt illumina". Senza dubbio, tra i piccoli e i medi signori e, pi ancora forse, tra i grandi baroni, ce ne furono sempre di avari o, pi semplicemente, di prudenti, pi proclivi ad ammassare nei forzieri la moneta rara o i gioielli che a distribuirli. Resta nondimeno vero che, nel lasciar scorrere tra le dita le ricchezze rapidamente acquisite e ben presto perdute, il nobile credeva di affermare la propria superiorit rispetto a classi meno fiduciose nell'avvenire o pi preoccupate di calcolarlo. La generosit e il lusso non eran le sole forme in cui si esprimesse quella lodevole prodigalit. Un cronista ci ha conservato il ricordo della singolare competizione di sciupio di cui fu, un giorno, teatro una gran "corte", tenuta nel Limousin. Un cavaliere fece seminare a monetine d'argento un terreno, arato in precedenza; un altro, per la sua cucina, bruci dei ceri; un terzo, "per iattanza", ordin di bruciare vivi trenta dei suoi cavalli(286). Che mai avrebbe pensato un mercante di tale giostra di prestigio, la cui profusione ci richiama invincibilmente alla memoria certi racconti di etnologi? Anche qui, la natura del punto d'onore costituiva la linea di separazione tra i gruppi umani.
Distinta cos per la sua potenza, il genere di ricchezza e di vita, la morale, la classe sociale dei nobili era, verso la met del secolo XII, gi pronta a cristallizzarsi in classe giuridica ed ereditaria. L'uso sempre pi frequente, sembra, che s'inizi allora del termine di "gentil uomo" - uomo di buona gent, ossia di buona stirpe - attesta la crescente importanza attribuita alle qualit del sangue. La cristallizzazione si effettu intorno a un rito: l'investtura cavalleresca.




Capitolo terzo La cavalleria

1. L'"adoubement".

Dalla seconda met del secolo XI in poi, vari testi, i quali non tardano a farsi sempre pi numerosi, cominciano a menzionare che nel tale o talaltro luogo s' svolta una cerimonia destinata - dicono - a "fare un cavaliere". Il rituale implica parecchi atti. Al postulante, di solito appena uscito dall'adolescenza, un cavaliere pi anziano consegna anzitutto le armi significative del suo futuro stato: in particolare, la spada. Segue poi, quasi sempre, un gran colpo assestato dal padrino sulla gota o sulla nuca del giovine col palmo della mano: la paume (palmata) o cole (accollata) dei testi francesi. Prova di forza; oppure - come pensarono, sin dal Medioevo, alcuni interpreti un po' tardivi - maniera di fissare un ricordo, destinato a ricordare al giovine, giusta l'espressione di Raimondo Lullo, la "promessa"? Di fatto, i poemi mostrano volentieri l'eroe che si sforza di non piegare sotto quel rude colpo: l'unico - osserva un cronista - che un cavaliere debba ricevere senza restituirlo(287). Sappiamo gi, del resto, che nelle usanze giuridiche del tempo lo schiaffo era uno dei metodi memorativi usati pi di frequente: con i testimoni di atti giuridici, assai pi, a dir vero, che con le parti in causa. Ma il senso primitivo di tale gesto - concepito originariamente come talmente essenziale alla cerimonia che questa ricevette nel suo complesso il nome abituale di adoubement, da un vecchio verbo tedesco(288) che significava "colpire" - era, a quanto sembra, ben diverso e assai meno razionale. Il contatto cos stabilito tra la mano dell'adoubeur e il corpo dell'adoub trasmetteva dall'uno all'altro una specie di influsso; proprio come lo schiaffo dato dal vescovo al chierico da lui consacrato sacerdote. Infine, una manifestazione sportiva terminava spesso la festa. Il nuovo cavaliere balzava a cavallo e correva a trafiggere o ad abbattere con un colpo di lancia una panoplia fissata a un palo: la "quintana".
Per le sue origini e la sua natura, l'adoubement si ricollegava visibilmente a quelle cerimonie d'iniziazione di cui le societ primitive, al pari di quelle del mondo antico, offrono tanti esempi: pratiche aventi, sotto forme diverse, come fine comune di far passare il giovine alla condizione di membro perfetto del gruppo, da cui sino allora la sua et lo aveva escluso. Tra i Germani, esse erano a immagine di una societ guerriera. Senza pregiudizio forse di altri elementi - come, per esempio, il taglio dei capelli, che qualche volta ritroviamo pi tardi, in Inghilterra, associato all'investtura cavalleresca - esse consistevano essenzialmente nella consegna delle armi: cerimonia gi descritta da Tacito e la cui persistenza, nell'epoca delle invasioni,  attestata da alcuni testi. La continuit tra il rituale germanico e quello della cavalleria  indubbia; ma cambiando ambiente, l'atto aveva egualmente cambiato il senso umano.
Tra i Germani, tutti gli uomini liberi erano guerrieri. Non ce n'era, quindi, nessuno che non avesse diritto all'iniziazione per mezzo della consegna delle armi: l per lo meno dove la tradizione del popolo imponeva tale usanza, che ignoriamo se fosse praticata da tutti. Invece, una delle caratteristiche della societ feudale fu, come ognun sa, la formazione d'un gruppo di combattenti di professione, costituito anzitutto dai vassalli militari e dai loro capi. L'antica cerimonia doveva naturalmente restringersi a questi guerrieri per eccellenza. In tale trasposizione, essa rischiava bens di perdere qualsiasi substrato sociale un po' stabile. Era servita da rito di accesso al popolo; ora, questo, nel senso antico del termine - la piccola citt degli uomini liberi -, non esisteva pi. La cerimonia cominciava a servire di rito d'accesso a una classe; ma questa classe era ancora priva di contorni precisi. Qua e l, l'usanza scomparve: cos sembra sia avvenuto tra gli Anglo-Sssoni. Sopravvisse invece nei paesi che avevan subito l'influsso dei costumi franchi, ma senza essere, per lungo tempo, di uso generale n, in nessun modo, obbligatorio.
Poi, via via che gli ambienti cavallereschi acquistarono pi chiara coscienza di quel che li separava dalla massa "senza armi" innalzandoli al di sopra di essa, si fece sentire sempre pi imperioso il bisogno di sanzionare, per mezzo di un atto rituale, l'ingresso nella collettivit cos definita: sia che il nuovo ammesso fosse un giovinetto che, nato di famiglia "nobile", ottenesse di essere accolto nella societ degli adulti, sia che si trattasse, molto pi di rado, di qualche fortunato parvenu che una potenza da poco acquisita, la forza o l'abilit sembrassero eguagliare ai membri delle antiche prosapie. Gi alla fine del secolo XI, in Normandia, il dire del figlio di un grande vassallo: "Non  cavaliere", equivaleva a supporlo ancora ragazzo o adolescente(289). Certo, la preoccupazione di esprimere cos, con un gesto sensibile agli occhi, qualsiasi mutamento di stato giuridico come qualsiasi contratto rispondeva a tendenze caratteristiche della societ medievale: prova ne sia il rituale, spesso assai pittoresco, dell'accesso alle corporazioni di mestiere. Ma per imporre tale formalismo, era pur necessario che il cambiamento fosse chiaramente percepito come tale. Ecco perch la generalizzazione dell'adoubement si present realmente come il sintomo d'una profonda modificazione del concetto di "cavalleria".
Nella prima et feudale, col termine "cavaliere" s'indicava, anzitutto, talora una condizione di fatto, talaltra un vincolo giuridico, ma puramente personale. Ci si diceva "cavaliere" perch si combatteva a cavallo, con l'equipaggiamento completo; e ci si diceva "cavaliere di qualcuno" quando si riceveva da quest'ultimo un feudo, che obbligasse a servirlo armato cos. Adesso, invece, n il possesso d'un feudo n il criterio, necessariamente un po' fluido, del genere di vita, bastavano pi a meritare tale nome: occorreva, inoltre, una specie di consacrazione. La trasformazione era gi avvenuta verso la met del secolo XI. Un'espressione usata ancor prima del 1100 aiuter a farne capire la portata: non si "fa" solamente un cavaliere, lo si "ordina" tale. Cos s'esprimeva, per esempio, nel 1098, il conte di Ponthieu, accingendosi ad "armare" il futuro Luigi VI(290). L'insieme dei cavalieri "armati" costituiva ormai un "ordine": ordo. Termini dotti, termini ecclesiastici, ma che risonano, sin dall'origine, su bocche laiche. Non pretendevano menomamente, almeno da principio, di suggerire un'assimilazione con gli ordini sacri: nel vocabolario che gli scrittori cristiani avevan derivato dalla antichit romana un ordo era una divisione della societ, laica altrettanto che ecclesiastica, ma una divisione regolare, nettamente delimitata, conforme al piano divino. Un'istituzione, insomma, e non semplicemente una realt di fatto.
Ma, in una societ avvezza a vivere sotto il segno del sovrannaturale, come avrebbe potuto il rito della consegna delle armi, in origine meramente profano, non ricevere un'impronta sacra? Due usanze, entrambe assai antiche, servirono di punto di partenza all'intervento della Chiesa.
Anzitutto, la benedizione della spada. In origine, nulla ebbe di speciale all'adoubement: tutto quel che era al servizio dell'uomo sembrava allora meritevole d'esser messo cos al riparo dei tranelli del Maligno. Il contadino faceva benedire i propri raccolti, la propria mandria, il pozzo; lo sposo novello, il letto nuziale; il pellegrino, il bordone. Il guerriero faceva naturalmente lo stesso con gli strumenti della sua professione. Il vecchio diritto longobardico non conosceva gi il giuramento "sulle  armi consacrate"?(291). Ma, pi di tutte le altre, quelle di cui il giovane guerriero si muniva per la prima volta sembrava esigessero siffatta santificazione. Un rito di contatto ne era l'elemento essenziale. Il futuro cavaliere deponeva un momento la spada sull'altare; alcune preghiere accompagnavano o seguivano questo gesto. Ispirate dallo schema generale della benedizione, esse assunsero ben presto una forma appropriata a una prima vestizione. Tali apparivano gi, poco dopo il 950, in un pontificale composto nell'abbazia di Sant'Albano di Magonza. Composto indubbiamente, in gran parte, da elementi attinti a fonti pi antiche, esso si diffuse rapidamente in tutta la Germania, la Francia settentrionale l'Inghilterra e financo a Roma, dove fu imposto dall'influsso della Corte degli Ottoni, propagando sino in terre lontane il modello della benedizione della spada "novamente cinta". Va rilevato, d'altronde, che tale consacrazione costituiva allora nella solennit solo una specie di prefazione. L'adoubement si svolgeva poi secondo le sue forme specifiche.
Anche qui, tuttavia, la Chiesa poteva avere la sua parte. Il compito di "armare" l'adolescente non era potuto appartenere, in origine, che a un cavaliere gi confermato tale: al padre, ad esempio, o a un signore. Ma in alcuni casi fu affidato a un prelato. Gi nell'846, papa Sergio aveva cinto il balteo al carolingio Ludovico II. Similmente, Guglielmo il Conquistatore fece pi tardi "armare" uno dei propri figli dall'arcivescovo di Canterbury. Certo, l'onore cos reso andava, pi che al sacerdote, al principe della Chiesa, capo di numerosi vassalli. Ma un papa o un vescovo potevan forse rinunziare a circondarsi di una pompa religiosa? Cos la liturgia era per cos dire sollecitata a impregnare di s tutta quanta la cerimonia.
Nel secolo XI, il processo era gi compiuto. Un pontificale di Besanon di quel secolo contiene,  vero, soltanto due benedizioni della spada, entrambe semplicissime; ma dalla seconda risulta chiaramente che il celebrante consegnava lui l'arma. Tuttavia, per trovare un vero rituale religioso dell''adoubement,  necessario spingersi pi a nord: in quella zona tra Senna e Mosa che fu la culla autentica della maggior parte delle istituzioni specificamente feudali. La pi antica testimonianza che possediamo in proposito  un pontificale della provincia di Reims, compilato verso l'inizio del secolo da un chierico, che, pur ispirandosi alla raccolta magontina, attinse copiosamente alle usanze locali. In esso la liturgia comprende, insieme con una benedizione della spada riproducente quella dell'originale renano, delle preghiere, dello stesso senso applicabili alle altre armi o insegne: bandiera, lancia, scudo, eccettuati soltanto gli speroni, la cui consegna rimase sino all'ultimo affidata mani laiche. Segue poi una benedizione dello stesso futuro cavaliere; infine, la menzione formale che la spada gli verr cinta dal vescovo. In seguito, dopo una lacuna di quasi due secoli, il cerimoniale appare pienamente sviluppato, ancora una volta in Francia, nel Pontificale del vescovo di Mende, Guglielmo Durante, composto verso il 1295, ma i cui elementi essenziali risalgono probabilmente al regno di Luigi IX il Santo. Qui la funzione consacratrice del prelato  spinta sino agli estremi limiti. Esso non si limita pi a cingere la spada; d anche la palmata; "segna" - dice il testo - il postulante "col carattere cavalleresco". Tale schema, d'origine francese, passato poi nel Pontificale romanum, era destinato a diventare il rito ufficiale della cristianit. Quanto alle pratiche accessorie - il bagno purificatore, imitato da quello dei catecumeni, la veglia d'armi - non sembra che siano state introdotte prima del secolo XII, n che siano state altro che eccezionali. Cos la veglia non era sempre consacrata a pie meditazioni: a dar retta a un poema del Beaumanoir, accadeva talvolta che venisse trascorsa, in maniera profana, al suono delle ghironde(292).
Guardiamoci dall'ingannarci: nessuno di quei gesti religiosi fu mai indispensabile all'atto. Le circostanze, d'altronde, ne avrebbero spesso impedito l'esecuzione. In ogni epoca, non vennero creati dei cavalieri sul campo di battaglia, prima o dopo il combattimento? Basti ricordare l'accollata che, dopo Marignano, Baiardo diede con la spada al suo re, Francesco I, secondo l'uso del Medioevo ormai morente. Nel 1213, Simon de Montfort aveva circondato di pia pompa l'adoubement di suo figlio, che due vescovi armarono cavaliere, al canto del Veni Creator, per il servizio del Cristo. Al monaco Pierre des Vaux-de-Cernay, il quale era presente, quella solennit strapp un grido significativo: "O nova moda di cavalleria! Moda sinora ignota!" Pi modesta, la stessa benedizione della spada, a detta di Giovanni di Salisbury(293), non era ancora un'usanza generale verso la met del secolo XII. Sembra tuttavia che allora fosse molto diffusa. In breve, la Chiesa cerc di trasformare l'antica consegna delle armi in un "sacramento" (la parola, che troviamo sotto la penna di chierici, nulla aveva di sconveniente in un'epoca in cui, essendo la teologia ancora ben lontana dalla rigidezza scolastica, si continuava volentieri a confondere sotto tal nome qualsiasi atto di consacrazione) ma vi riusc solo in parte. Per lo meno si era riservata una parte: qui pi larga, l pi ristretta. I suoi sforzi, palesando l'importanza da essa attribuita al rito di ordinazione, contribuirono grandemente a ravvivare il sentimento che la cavalleria era una societ d'iniziati. E, siccome a ogni istituzione cristiana occorreva la sanzione di fasti leggendari, le venne in aiuto l'agiografia: "Quando, a messa, si leggono le Epistole di san Paolo, - scriveva un liturgista, - i cavalieri restano in piedi per onorarlo, giacch egli fu cavaliere"(294).


2. Il codice cavalleresco.

Tuttavia, l'elemento religioso, dopo che ebbe fatto la sua comparsa, non limit i suoi effetti a rafforzare, nel mondo cavalleresco, lo spirito di corpo; esercit altres una potente azione sui suoi ideali morali. Prima che il futuro cavaliere riprendesse la spada deposta sull'altare, gli era di solito chiesto un giuramento, il quale precisava i suoi obblighi(295). Non tutti lo prestavano, perch non tutti facevano benedire le loro armi; ma gli scrittori di Chiesa eran proclivi a pensare, con Giovanni di Salisbury, che anche quelli che non lo avevano pronunziato vi fossero "tacitamente" sottoposti, per il solo fatto di aver accettato la cavalleria. A poco a poco, le regole cos formulate penetrarono in altri testi: anzitutto, nelle preghiere, spesso bellissime, che scandivano lo svolgimento della cerimonia; pi tardi, con inevitabili varianti, in vari scritti in lingua profana. Tale, poco dopo il 1180, un celebre passo del Perceval di Chrtien de Troyes. Poi, nel secolo successivo, alcune pagine del romanzo in prosa Lancelot; nel Minnesang tedesco, una lirica del "Meissner"; infine, e soprattutto, il poemetto didascalico francese intitolato L'Ordene de Chevalerie, che ebbe vivo successo. Ben presto parafrasato in una "corona" di sonetti italiani, imitato, nella Catalogna, da Raimondo Lullo, esso apr la via alla copiosa letteratura che, durante gli ultimi secoli del Medioevo, esaur sino all'estremo l'esegesi simbolica dell adoubement e, con i suoi eccessi, pales, insieme con la decadenza di un istituto decaduto dal diritto all'etichetta, il declino di quello stesso ideale che si faceva mostra di celebrare tanto altamente.
Pure, nella sua freschezza, tale ideale non era rimasto senza vita. Si era sovrapposto alle regole di condotta gi in precedenza elaborate dalla spontaneit delle coscienze di classe: codice di fedelt dei vassalli la transizione appare manifesta, verso la fine del secolo XI, nel Liber de vita Christiana di Bonizone da Sutri, per cui il cavaliere  ancora, manifestamente, soprattutto un vassallo infeudato - e, specialmente, codice di classe delle persone nobili e "cortesi". Da tali etiche mondane, il nuovo decalogo attinse i principi pi accettabili dalla coscienza religiosa: liberalit; ricerca della gloria, del los; dispregio del riposo della sofferenza e della morte: "Non vuol fare mestiere di cavaliere - dice il poeta tedesco Thomasin - colui che vuol vivere tranquillamente"(296). Ma lo fece colorando queste stesse norme di tinte cristiane; e pi ancora, epurando il bagaglio tradizionale degli elementi di natura molto profana che vi avevano tenuto e, in pratica, continuavano a tenervi cos largo posto: quelle scorie che - sulle labbra di tanti rigoristi da sant'Anselmo d'Aosta a san Bernardo di Chiaravalle - avevano dato origine al vecchio giuoco di parole, tutto intriso del disprezzo dell'uomo di Chiesa per il mondo laico: Non militia, sed malitia(297). Dopo l'annessione delle virt cavalleresche da parte della Chiesa, quale scrittore avrebbe pi osato ripeterlo? Infine, agli antichi precetti, cos purificati, altri si erano aggiunti, recanti il segno di preoccupazioni puramente spirituali.
Dal cavaliere, chierici e laici si accordano a esigere quella religiosit, senza di cui lo stesso Filippo Augusto riteneva che non esistesse vero prudhomme: esso deve andare a messa "tutti i giorni" o, quanto meno, "di buona voglia"; deve digiunare il venerd. Tuttavia, quest'eroe cristiano resta, per natura, un guerriero. Dalla benedizione delle armi, non ci si riprometteva anzitutto che le rendesse efficaci? Le preghiere esprimono chiaramente tale credenza. Ma la spada cos consacrata - sebbene nessuno si sogni di vietare di sguainarla, in caso di necessit, contro i propri nemici o quelli del signore - il cavaliere l'ha ricevuta, anzitutto, per metterla al servizio delle buone cause. Gi le vecchie benedizioni della fine del secolo X insistono su questo tema, poi largamente sviluppato dalle liturgie posteriori. Cos una discriminazione, d'interesse capitale, veniva introdotta nel vecchio ideale della guerra per la guerra o per il guadagno. Con la sua spada, il cavaliere difender la Santa Chiesa, specialmente contro i pagani; protegger la vedova, l'orfano, il povero; non dar tregua ai malvagi. I testi laici aggiungono a questi precetti generali alcune raccomandazioni pi speciali, concernenti la condotta nel combattimento (non uccidere il vinto senza difesa), la pratica dei tribunali e della vita pubblica (non compiere falso giuramento o tradimento e se non si pu impedirli - aggiunge modestamente l'Ordene de Chevalerie - andarsene via); infine, i casi della vita quotidiana: non dar cattivi consigli a una dama; aiutare, "se si pu", il prossimo in difficolt.
Perch dovremmo stupirci che la realta, intessuta d'inganni e di violenze, fosse ben lontana dal corrispondere sempre a tali aspirazioni? Si osserver, d'altro canto, che, sia sotto l'aspetto di una etica d'ispirazione "sociale" sia sotto quello di un codice pi puramente cristiano, simile tavola dei valori pu apparire un po' angusta. Ci significherebbe indulgere a giudicare, mentre il solo dovere dello storico  quello di comprendere. Pi importante  rilevare che, passando dai teorici o liturgisti della Chiesa ai volgarizzatori laici, l'elenco delle virt cavalleresche sembra abbia spesso subito un assottigliamento abbastanza preoccupante: "Il pi alto Ordine che Dio abbia creato e comandato  l'Ordine di cavalleria", dice, con la consueta solennit, Chrtien de Troyes. Ma  giocoforza riconoscere che, dopo questo sonoro preambolo, gli insegnamenti che il suo prudhomme d al giovine da lui armato appaiono di una sconcertante esiguit. Forse, a dir vero, Chrtien rappresenta piuttosto la "cortesia" delle grandi corti principesche del secolo XII che la prudhommie, impregnata di spirito religioso, quale venne concepita, nel secolo seguente, intorno a Luigi IX. E, senza dubbio, non  un mero caso se l'epoca e l'ambiente in cui visse quel santo adoub diedero origine alla nobile preghiera, che, raccolta nel Pontificale di Guglielmo Durante, ci offre quasi il commento liturgico dei cavalieri di marmo scolpiti sul portale della cattedrale di Chartres o sul rovescio della facciata di quella di Reims: "Signore santissimo, Padre onnipotente..., tu che hai permesso, sulla terra, l'uso della spada per reprimere la malizia dei malvagi e difendere la giustizia; che per la protezione del popolo hai voluto istituire l'Ordine della cavalleria, fa', predisponendo il suo cuore al bene, che il tuo servo qui presente non usi mai questa spada o altra per ledere ingiustamente chicchessia, ma che se ne serva sempre per difendere la Giustizia e il Diritto".
Cos la Chiesa, assegnandogli un compito ideale, legittimava l'esistenza di quell'"ordine" dei guerrieri che, concepito come una delle divisioni necessarie di una societ ben regolata, s'identificava sempre pi con la collettivit dei cavalieri adoubs: "O Dio, che, dopo la caduta hai costituito nell'universo tre gradi tra gli uomini", si legge in una delle preghiere della liturgia di Besanon. E, in pari tempo, forniva a tale classe la giustificazione di una supremazia sociale, da gran tempo sentita di fatto. L'ortodossissimo Ordene de Chevalerie non dice forse che i cavalieri vanno onorati al di sopra di tutti gli altri uomini, a eccezione dei sacerdoti? Pi crudamente, il romanzo di Lancelot, dopo aver esposto che essi furono istituiti "per dar sicurt ai deboli e ai pacifici", non prosegue, conforme a quel gusto del segno, familiare a tutta codesta letteratura, additando nei loro cavalli il simbolo del "popolo" che essi tengono in "retta sudditanza"? "Perch al di sopra del popolo deve assidersi il cavaliere. E, come si sprona il cavallo e colui che sta sopra lo conduce dove vuole, cos il cavaliere deve condurre il popolo a voler suo". Pi tardi, Raimondo Lullo non creder di offendere il sentimento cristiano dichiarando conforme al retto ordine che il cavaliere tragga "il suo benessere" dalle cose procurategli dalla "fatica e pena" dei suoi uomini(298). Stato d'animo nobiliare propizio quant'altri mai allo sviluppo della nobilt pi rigida!




Capitolo quarto
La trasformazione della nobilt di fatto in nobilt di diritto


1. L'ereditariet dell'"adoubement" e la nobilitazione.

Fondato, verso il 1119, per la difesa delle colonie della Terrasanta, l'Ordine del Tempio comprendeva due categorie di combattenti, distinti per costume, armi e posizione sociale: in alto, i "cavalieri"; in basso i semplici "sergenti": mantelli bianchi e mantelli bruni. Nessun dubbio che, sin dall'origine, la distinzione non rispondesse a una differenza di ordine sociale tra le reclute. Tuttavia, la pi antica Regola, composta nel 1130, non formula in proposito nessuna condizione precisa. Uno stato di fatto, determinato da una opinione comune, decideva evidentemente dell'ammissione nell'uno o nell'altro grado. La seconda Regola, posteriore di centovent'anni e pi, procede invece con rigore schiettamente giuridico. Per poter indossare il mantello bianco,  necessario anzitutto che il postulante, prima ancora del suo ingresso nell'Ordine, sia stato armato cavaliere. Non solo: dev'essere inoltre "figlio di cavaliere o discendente per parte di padre da cavalieri", ossia - com' detto in un altro passo - "gentil uomo"; giacch - precisa il testo - solo a questa condizione un uomo "deve e pu" ricevere la cavalleria. Ma v'ha di pi: se un neofito, occultando la sua qualit cavalleresca, avesse a insinuarsi tra i "sergenti", esso verr messo ai ferri(299). Financo tra monaci-soldati, verso la met del secolo XIII, l'orgoglio di casta, che considera come un reato ogni decadenza volontaria, parlava pi forte dell'umilt cristiana. Millecentotrenta, milleduecentocinquanta circa: che mai era accaduto nel frattempo?
Nei paesi in cui la tradizione legislativa non era andata sommersa o aveva ripreso vigore, testi regolamentari avevano precisato il nuovo diritto. Nel 1152, un costituto di pace di Federico Barbarossa aveva a un tempo vietato ai plebei di portare la lancia e la spada - armi cavalleresche - e riconosciuto come "legittimo cavaliere" solo colui i cui antenati fossero stati tali; un altro, del 1187, aveva vietato formalmente ai figli di contadini di farsi armare cavalieri. Nel 1140, Ruggero II re di Sicilia; nel 1234, il re Giacomo I d'Aragona; nel 1294, il conte Carlo II di Provenza ordinarono di ammettere nella cavalleria soltanto discendenti di cavalieri. In Francia, allora, non c'erano leggi; ma la giurisprudenza della corte regia, sotto Luigi il Santo, era formale e le raccolte di consuetudini anche. Salvo grazia speciale del re, nessun adoubement era valido se il padre dell'adoub o il suo avo, in linea mascolina, non fossero gi stati cavalieri (forse sin da quel tempo, comunque un po' pi tardi, le usanze provinciali di una parte almeno della Champagne accettavano volentieri che questa "nobilt" potesse trasmettersi attraverso il "ventre" materno). La stessa concezione sembra sia egualmente a fondamento di un passo, per vero meno chiaro, del grande trattato di diritto castigliano, le Siete Partidas, fatto comporre verso il 1260 dal re Alfonso il Saggio. Nulla di pi interessante della quasi coincidenza cronologica e del perfetto accordo di questi diversi testi sia tra loro sia con la Regola dei Templari, ordine internazionale. Almeno sul continente - l'Inghilterra, come vedremo, va messa a parte - l'evoluzione delle classi superiori obbed a un ritmo fondamentalmente uniforme(300).
Certo, quando innalzavano deliberatamente tale barriera, sovrani e tribunali non avevano che appena la coscienza di una innovazione. In ogni tempo, la grande maggioranza degli adoubs erano stati presi tra i discendenti di cavalieri. Agli occhi di un'opinione di gruppo sempre pi esclusiva, soltanto la nascita, "garante - come doveva dire poi Raimondo Lullo - della continuazione dell'antico onore", appariva capace di abilitare all'osservanza del codice di vita a cui impegnava la consegna delle armi. "Dio! com' mal ricompensato il buon guerriero che del figlio del villano fa un cavaliere!", esclamava, verso il 1160, il poeta di Girart de Roussillon(301). Pure, lo stesso biasimo che colpiva tali intrusioni prova che non erano eccezionali: nessuna legge, nessuna costumanza le rendeva caduche. D'altro canto, sembravano talora quasi necessarie al reclutamento degli eserciti; perch, per effetto dello stesso pregiudizio di classe, si stentava ad ammettere che il diritto di combattere a cavallo ed equipaggiato da capo a piedi fosse separabile dall'adoubement. Nel 1302, alla vigilia della battaglia di Courtrai, non si videro forse i principi fiamminghi, desiderosi di crearsi una cavalleria, dare l'accollata ad alcuni ricchi borghesi, cui la ricchezza permetteva di procurarsi la cavalcatura e l'equipaggiamento necessario(302)? Il giorno in cui quella che era stata a lungo solo una vocazione ereditaria di fatto, suscettibile di molti strappi, divenne un privilegio legale e rigoroso, fu dunque anche se i contemporanei non ne ebbero chiara coscienza, un giorno di grande importanza. I profondi mutamenti sociali che allora avvenivano sulle frontiere del mondo cavalleresco avevano certamente contribuito parecchio a ispirare provvedimenti cos draconiani.
Nel secolo XII era nata una nuova potenza: quella del patriziato urbano. In quei ricchi mercanti, che comperavan volentieri signorie e molti dei quali non avrebbero sdegnato, per s o per i figli, il "balteo di cavalleria", i guerrieri tali per origine non potevano far a meno di scorgere elementi molto pi estranei alla loro mentalit e al loro genere di vita, molto pi temibili altres, per il loro numero, dei soldati di ventura o degli ufficiali signorili, tra i quali sino allora erano stati quasi esclusivamente reclutati, al di fuori delle persone di sangue nobile, i candidati all'iniziazione per mezzo della spada e dell'accollata. Conosciamo, dal vescovo Ottone di Frisinga, le reazioni dei baroni tedeschi di fronte agli adoubements, che essi giudicavano troppo facilmente distribuiti, nell'Italia settentrionale, alla "gente meccanica"; e il Beaumanoir, in Francia, ha esposto chiaramente come l'ascesa dei nuovi ceti, bramosi di collocare i loro capitali in terre, abbia condotto i re a prendere le precauzioni necessarie a che l'acquisto di un feudo non facesse di qualsiasi arricchito l'eguale di un discendente di cavalieri. Soprattutto quando  minacciata, una classe tende a chiudersi in s.
Guardiamoci tuttavia dall'immaginare un ostacolo, per principio, insuperabile. Una classe di potenti non si pu trasformare, assolutamente, in una casta ereditaria senza condannarsi a escludere dalle sue file le potenze nuove, il cui inevitabile sorgere  la stessa legge della vita e, quindi, senza votare se stessa, come forza sociale, a un fatale intristimento. L'evoluzione dell'opinione giuridica, al termine dell'et feudale, mir insomma, pi che, a interdire rigorosamente le ammissioni nuove, ad assoggettarle a vigile controllo. In passato, qualsiasi cavaliere poteva creare un cavaliere. Cos pensavano ancora quei tre personaggi che il Beaumanoir mette in scena, verso la fine del secolo XIII: appartenenti alla classe cavalleresca, essi mancavano di una quarta comparsa, di pari dignit, la cui presenza era richiesta, dalla consuetudine, per un atto giuridico. Niente paura! essi agguantarono, cammin facendo, un contadino e gli diedero l'accollata: "Cavaliere siate!" A quell'epoca, una tale condotta rappresentava un ritardo sulla evoluzione del diritto, e una gravosa ammenda fu il giusto castigo di tale anacronismo. Infatti, l'attitudine dell'"ordinato" a conferire l'ordine non sussisteva pi, nella sua integrit, fuorch nel caso in cui il postulante appartenesse gi a una famiglia cavalleresca. In caso diverso, l'adoubement restava bens ancora possibile, ma solo a condizione di essere specificamente autorizzato dall'unico potere cui le concezioni allora comunemente diffuse riconoscessero l'esorbitante facolt di sospendere l'applicazione delle norme consuetudinarie: il potere del re, il solo dispensatore - come dice il Beaumanoir - delle "novit".
Come gi s' visto, tale era, dall'epoca di Luigi il Santo, la giurisprudenza della corte regale francese. Ben presto, nell'ambiente dei Capetingi, invalse la consuetudine di dare a tali autorizzazioni la forma di lettere di cancelleria, designate, quasi dall'inizio, col nome di lettres d'anoblissement: perch essere ammessi a ricevere la cavalleria non era forse lo stesso che essere assimilati ai "nobili" tali per origine? I primi esempi da noi posseduti di questo genere di documenti, destinato a cos grande avvenire, risalgono all'epoca di Filippo III o Filippo IV. Qualche volta, il re faceva uso del suo diritto per ricompensare sul campo di battaglia, secondo l'antica usanza, qualche gesto di valore: cos, per esempio, Filippo il Bello, a favore di un beccaio, la sera di Mons-en-Pvle(303). Pi spesso, per, ci si faceva allo scopo di ricompensare lunghi servigi o una posizione sociale eminente. L'atto non permetteva soltanto di creare un nuovo cavaliere: siccome l'attitudine all'adoubement si trasmetteva, per natura, di generazione in generazione, esso faceva sorgere, in pari tempo, una nuova prosapia cavalleresca. La legislazione e la prassi di Sicilia si ispirarono a principi analoghi. Similmente, in Ispagna. Nell'Impero, le "costituzioni" di Federico Barbarossa non prevedono, per vero, nulla di simile; ma noi sappiamo, d'altro canto, che l'imperatore si attribuiva il diritto di armar cavalieri dei semplici soldati(304); egli, dunque, non si considerava come vincolato, personalmente, dalle interdizioni, in apparenza assolute, delle sue proprie leggi. Cos, a partire dal suo successore, l'esempio siciliano non manc di esercitare la sua azione su sovrani(305) che, per pi di mezzo secolo, dovevano unire in s le due corone. A partire da Corrado IV, il quale cominci a regnare indipendentemente nel 1250, noi vediamo i sovrani tedeschi concedere, per mezzo di diplomi, a personaggi a ci non abilitati dalla nascita il permesso di ricevere il "balteo di cavalleria".
Certo, le monarchie duraron fatica ad assicurarsi tale monopolio. Ruggero II di Sicilia fece un'eccezione a favore dell'abate della Santissima Trinit di Cava. In Francia, i nobili e i prelati del siniscalcato di Beaucaire pretendevano ancora, nel 1298 - non sappiamo con quale esito -, al diritto di creare liberamente dei cavalieri, tra i borghesi(306). La resistenza fu viva specialmente da parte dei grandi feudatari. Sotto Filippo III, la corte del re dovette impegnare un'azione giudiziaria contro i conti di Fiandra e di Nevers, colpevoli di aver "armato", di loro iniziativa, dei "villani": i quali erano, di fatto, ricchi personaggi. Pi tardi, nei disordini dell'et dei Valois, i grandi principi dotati di appannaggi si arrogarono, con minor difficolt, quel privilegio. Fu, naturalmente, nell'Impero che la facolt di aprire cos a uomini nuovi l'accesso al ceto cavalleresco si divise, alla fine, tra il maggior numero di mani: principi territoriali, come, dal 1281, il vescovo di Strasburgo(307), e, in Italia, persino Comuni cittadini, come, dal 1260, Firenze. Ma, in questi casi, non si trattava pur sempre di un frazionamento dei poteri regali? Il principio che riconosceva al solo sovrano il diritto di abbassare la barriera restava salvo. Pi grave era il caso degli intrusi che, in quantit certamente considerevole, profittavano di una situazione di fatto per insinuarsi indebitamente nelle file dei cavalieri. Dacch la nobilt rimaneva, in larga misura, una classe di potenza e di genere di vita, l'opinione comune, a dispetto della legge, non rifiutava il nome di "nobile" e, quindi, l'attitudine all'adoubement al possessore d'un feudo militare, al capo di una signoria rurale, al guerriero invecchiato sotto l'armatura, qualunque ne fosse l'origine. Poi, nascendo il titolo, come al solito, dal lungo uso, a capo di alcune generazioni nessuno pensava pi a contestarlo; e la sola speranza che, in ultima analisi, restava ai governi era, offrendosi di sanzionare tale abuso, di cavare un po' di denaro da coloro che ne avessero beneficiato. Rimane tuttavia vero che la trasformazione dell'eredit di fatto in eredit giuridica, preparata durante una lunga gestazione spontanea, fu resa possibile soltanto dal consolidamento dei poteri monarchici o principeschi: i soli capaci a un tempo d'imporre una pi rigorosa polizia sociale e di regolarizzare, sanzionandoli, gli inevitabili e salutari passaggi da un ordine all'altro. Se il Parlamento di Parigi non fosse esistito o non avesse posseduto la forza necessaria a far eseguire le proprie sentenze, non ci sarebbe stato, nel reame, signorotto che non avrebbe continuato a distribuire, a suo talento, la accollata.
Non esisteva allora istituzione che, nelle mani di governi sempre a corto di denaro, non si trasformasse, poco o molto, in una macchina per far quattrini. Le autorizzazioni di adoubement non sfuggirono a questa sorte comune. Al pari delle altre missive di cancelliere, le patenti regie salvo che in rarissimi casi, non erano gratuite. Talvolta si pagava anche per esser dispensati dal provare la propria origine(308). Ma sembra che il primo sovrano a mettere apertamente in commercio la cavalleria sia stato Filippo IV il Bello: nel 1302, dopo la disfatta di Courtrai, dei commissari percorsero le province del reame, con l'incarico di sollecitare i compratori di patenti di nobilt e, in pari tempo, di vendere la loro libert ai servi del re. Non risulta per che tale pratica sia stata da quel momento, in Europa e nemmeno nella stessa Francia, molto diffusa o che abbia reso gran che. Pi tardi, i re dovevano imparare a fare della savonette  vilains(309) una delle entrate regolari della loro tesoreria, e i ricchi contribuenti un mezzo di sfuggire, con una somma versata una volta tanto, alle imposte da cui andava esente la nobilt. Ma, sin verso la met del secolo XIV, il privilegio fiscale dei nobili rimase altrettanto mal definito dell'imposta di Stato; e lo spirito di corpo, fortissimo negli ambienti cavallereschi - a cui gli stessi principi avevan coscienza di appartenere -, non avrebbe, di certo, permesso di moltiplicare favori considerati come altrettante ingiurie alla purezza del sangue. Se il gruppo dei cavalieri a titolo ereditario non si era, a rigore, chiuso in s, la porta restava tuttavia solo socchiusa, e di molto meno facile accesso di quanto fosse stata in passato o dovesse essere in futuro. Donde la violenta reazione antinobiliare che scoppi nel Trecento, per lo meno in Francia. Si pu forse sognare sintomo pi eloquente della vigorosa struttura di una classe e del suo esclusivismo dell'ardore degli attacchi di cui forma l'oggetto? "Sedizione dei non-nobili contro i nobili": l'espressione, usata quasi ufficialmente all'epoca della Jacquerie(310),  rivelatrice. N  meno tale l'inventario dei combattenti. Etienne Marcel - ricco borghese, primo magistrato della prima tra le buone citt - si atteggiava apertamente a nemico dei nobili(311). Sotto Luigi XI o Luigi XIV, sarebbe stato anche lui uno di essi. In verit, il periodo dal 1250 al 1400 fu, sul continente, quello della pi rigorosa gerarchizzazione degli strati sociali.


2. Costituzione in classe privilegiata dei discendenti di cavalieri.

Tuttavia, la restrizione dell'adoubement ai membri delle famiglie gi confermate in tale vocazione o ai beneficiari di favori eccezionali non sarebbe bastata da sola a costituire una vera nobilt, perch faceva ancora dipendere da un rito, che poteva o non essere compiuto, i privilegi che l'idea nobiliare voleva che fossero annessi alla pura nascita. Non si trattava di una questione di mero prestigio: la situazione preminente che ci si accordava a riconoscere ai cavalieri, sia come guerrieri "ordinati" che come vassalli muniti delle pi alte missioni di combattimento e di consiglio, tendeva sempre pi a concretarsi in un codice giuridico preciso. Ora, dalla fine del secolo XI ai primordi del secolo XIII, le stesse regole si fanno eco le une alle altre, attraverso l'Europa feudale. Per godere di quei vantaggi, bisogna anzitutto che l'uomo adempia effettivamente i propri doveri di vassallo, che "abbia armi e cavalli e che, salvo ne sia impedito dalla vecchiaia, prenda parte all'oste e alle cavalcate, ai placiti e alle corti", dicono gli Usatges catalani.  necessario inoltre che sia stato adoub. L'indebolimento generale dei servizi vassallatici ebbe come effetto che, a poco a poco, si cess d'insistere sulla prima condizione; i testi pi recenti non ne fanno parola. La seconda, invece, rest a lungo in vigore. Nel 1238, un accordo familiare privato - lo statuto dei pariers che possedevano in comune il castello di La Garde-Gurin nello Gvaudan - attribuiva ancora la preminenza al cadetto rispetto al primogenito, se il primo era stato fatto cavaliere e il secondo no. Se poi capitava che un figlio di cavaliere avesse omesso di piegarsi a tale cerimonia o fosse rimasto troppo a lungo semplice "scudiere" - secondo il vocabolo che, per allusione all'ufficio tradizionale del giovane nobile presso coloro che lo avevano preceduto nella carriera, ci si era assuefatti a usare per indicare tale posizione di attesa - una volta trascorsa l'et a partir dalla quale una simile negligenza non sembrava pi permessa - venticinque anni nella Fiandra e nel Hainaut, trenta in Catalogna - egli veniva rigettato brutalmente tra i "villani"(312).
Ma il sentimento della dignit della stirpe era divenuto troppo imperioso perch tali esigenze potessero durare in eterno. La loro scomparsa avvenne per fasi successive. Nella Provenza, nel 1235, nella Normandia, verso la stessa epoca, i benefic della condizione paterna erano riconosciuti ancora soltanto al figlio, al di fuori di qualsiasi obbligo di adoubement. Se questi aveva, a sua volta, un figlio, quest'ultimo - precisa il testo provenzale - doveva, ove volesse partecipare a siffatti privilegi, ricevere personalmente la cavalleria. Ancor pi eloquente in Germania, la serie delle "carte" regie concesse agli abitanti di Oppenheim: gli stessi diritti vengono elargiti nel 1226 ai cavalieri, nel 1260 ai "cavalieri e figli di cavalieri", nel 1275 "ai cavalieri, ai loro figli e nipoti"(313). Come tuttavia non ci si sarebbe stancati di contare le generazioni? Certo, la solenne consegna delle armi continuava a esser considerata come un dovere cui il giovane nobile non poteva sottrarsi senza derogare un po'. Ci si stupiva della singolare superstizione che nella dinastia dei conti di Provenza, della Casa di Barcellona, induceva a ritardare il pi possibile tale cerimonia, come un presagio di morte prossima(314). Siccome sembrava che essa garantisse la costituzione dell'equipaggiamento completo, necessario a un buon servizio, i re di Francia, da Filippo Augusto a Filippo il Bello, si sforzarono d'imporne il compimento ai loro sudditi appartenenti a famiglie cavalleresche. Non ci riuscirono: talch l'amministrazione regia, impotente financo a ricavare dalla esazione delle ammende o dalla vendita delle dispense un profitto fiscale, dovette alla fine appagarsi di prescrivere, appena una guerra si profilava all'orizzonte, il semplice possesso dell'armatura.
Negli ultimi anni del secolo XIII, l'evoluzione era quasi dovunqui compiuta. A creare il nobile non sono pi ormai i vecchi gesti d'iniziazione, ridotti a una semplice formalit, tanto meno osservata, per lo meno dalla massa, in quanto implica grosse spese; ma, venga messa o no a profitto, la capacit ereditaria di pretendere al beneficio di tale rito. "Gentil uomo" si chiama - scrive il Beaumanoir - chiunque sia "di lignaggio di cavalieri". E la pi antica autorizzazione d'adoubement concessa (poco dopo il 1284) dalla cancelleria del re di Francia a un personaggio che non apparteneva a uno di quei lignaggi, innalzava di colpo, senza porre la menoma condizione, l'intera posterit del beneficiario "ai privilegi, diritti e franchige di cui han costume di godere i nobili secondo le due linee di ascendenza"(315).


3. Il diritto nobiliare.

Comune, sin dove lo permettevano le differenze di sesso, alle "gentili donne" come ai gentiluomini, il codice nobiliare cos costituitosi variava notevolmente, nei particolari, a seconda dei paesi. D'altra parte, esso si form solo con grande lentezza e sub, nel corso del tempo, importanti modificazioni. Ci limiteremo qui a indicarne le caratteristiche pi universali, quali si delinearono nel corso del secolo XIII.
Tradizionalmente, i vincoli di vassallaggio erano la forma di dipendenza propria delle classi superiori; ma qui, come altrove, a uno stato di fatto subentr un monopolio di diritto. In passato, si veniva considerati nobili perch si era vassalli; adesso, per uno strano capovolgimento dell'ordine dei termini,  impossibile, in via di principio, essere vassalli - ossia, detenere un feudo militare o un feudo "franco" - se non si figura gi tra i nobili per nascita.  un fatto comunemente ammesso, quasi dovunque, verso la met del secolo XIII. Tuttavia, l'ascesa della borghesia ricca al pari del bisogno di denaro di cui soffrivano tanto sovente le vecchie famiglie non permettevano di osservare in tutto il suo rigore la regola. Non solo, in pratica, essa fu tutt'altro che costantemente osservata - il che apr la via a parecchie usurpazioni di nobilt - ma nello stesso diritto fu giocoforza prevedere esenzioni: talvolta generali (per esempio, a favore dei nati di madre nobile e di padre non-nobile)(316), pi spesso, particolari. Queste ultime, ancora una volta, andavano a vantaggio delle monarchie, che, sole capaci di legittimare simili strappi all'ordine sociale, non eran use a distribuire gratuitamente i loro favori. Siccome il feudo era quasi sempre una signoria, i poteri di governo sugli umili tendevano, per effetto di tali deroghe, a staccarsi dalla qualit nobiliare. Se, invece, implicava la subordinazione di vassalli minori, quando questi erano gentiluomini, non si riconosceva d'ordinario all'acquirente non-nobile il diritto di esigerne l'omaggio: esso doveva accontentarsi delle tasse e servizi, senza gesti di fedelt. Si stentava anzi ad ammettere che egli potesse a sua volta, come feudatario, compiere questo rito nei confronti del signore del grado superiore. Si riduceva la cerimonia a un giuramento di fede o, almeno, se ne eliminava il bacio, troppo egualitario. Sin nella maniera di sollecitare o di contrattare l'obbedienza, c'erano forme vietate all'uomo di nascita plebea.
Da lungo tempo, i vassalli militari erano retti da un diritto differente dalle norme comuni. Non erano giudicati dagli stessi tribunali cui sottostavano gli altri dipendenti; i loro feudi non erano ereditabili come gli altri beni; lo stesso loro statuto familiare recava il segno della loro condizione. Quando dai possessori di feudi militari fu uscita la nobilt, quel che era stato il costume connesso all'esercizio di una funzione mir a diventare quello d'un gruppo di famiglie. Su questo punto,  molto istruttivo un cambiamento di nome: dove s'era parlato un tempo di "balivo feudale" - l'istituzione  stata definita nella prima parte(317) - si disse ormai, in Francia, di "guardia nobile". Com'era naturale per una classe derivante la propria originalit dal riflesso di istituzioni antichissime, il diritto privato dei nobili conserv una struttura volentieri arcaica.
Una serie di altre caratteristiche attestavano, con pi vigore ancora, la supremazia sociale della classe in pari tempo che la sua natura di ordine guerriero. C'era da assicurare la purezza del sangue? Non c'era,  evidente, mezzo pi efficace del proibire i matrimoni misti: si arriv a ci, tuttavia, solo in una feudalit d'importazione - a Cipro - e nella gerarchica Germania. E, in quest'ultimo paese - come vedremo - per un processo di gerarchizzazione spinto assai oltre all'interno stesso della nobilt, fu solo lo strato superiore di questa, a esclusione della piccola nobilt uscita da antichi ufficiali del signore, a chiudersi cos in se stesso. Altrove, il ricordo dell'antica eguaglianza degli uomini liberi continu a esercitare, in diritto, se non in fatto, i suoi effetti sul piano matrimoniale. In compenso, dappertutto, alcune grandi comunit religiose, che sino allora avevano manifestato il loro spirito aristocratico limitandosi a scartare i postulanti di origine servile, decisero di non ammettere pi se non quelli di origine nobile(318). Dappertutto, qui prima, l pi tardi, si pot constatare inoltre che il nobile era specialmente protetto nella sua persona contro il non-nobile; che era soggetto a un diritto penale eccezionale, con ammende ordinariamente pi gravose di quelle della gente comune; che tendeva a essergli riservato il ricorso alla vendetta privata, considerata come inseparabile dal portare le armi; che le leggi suntuarie gli attribuivano un posto a parte. L'importanza annessa al lignaggio, come detentore del privilegio, si espresse nella trasformazione per cui gli antichi segni di "riconoscimento" individuale, dipinti sullo scudo del cavaliere o incisi sul suo sigillo, divennero i blasoni, talvolta trasmessi col feudo, pi spesso ereditari, pur senza i beni, di generazione in generazione. L'uso di questi simboli di continuit - nato originariamente nelle dinastie regali e principesche, in cui l'orgoglio della razza era particolarmente forte, ben presto adottato da casate molto pi modeste - fu considerato ormai come il monopolio delle famiglie classificate come nobili. Infine, sebbene l'esenzione fiscale nulla avesse ancora di rigorosamente definito, l'obbligo militare, da antico dovere vassallatico trasformatosi nel dovere nobiliare per eccellenza, aveva gi come effetto di mettere il gentiluomo al riparo degli oneri finanziari comuni, sostituiti, nei suoi confronti, dalla vocazione della spada.
Qualunque fosse la forza dei diritti acquisiti dalla nascita, essa tuttavia non era tale che tali diritti non si potessero perdere per l'esercizio di certe occupazioni considerate come incompatibili con la grandezza del rango. Certo, la nozione di deroga era ancora ben lontana dalla sua piena elaborazione. Il divieto di commerciare sembra che sia stato allora imposto ai nobili specialmente da certi statuti urbani, preoccupati di proteggere il quasi-monopolio delle borghesie mercantili pi che di servire l'orgoglio di una classe avversa. Ma i lavori agricoli erano, unanimemente, considerati come contrari all'onore delle armi. Neppure col suo consenso un cavaliere - sentenzia il Parlamento di Parigi - che abbia acquistato una tenure in vilainage potrebbe sottostare alle corves rurali. "Arare, zappare, trasportare a dorso di somaro legna o letame": tutte operazioni che, secondo un'ordinanza provenzale, producevano, automaticamente, la perdita dei privilegi cavallereschi. Nella stessa Provenza, la donna nobile era caratterizzata come colei che non andava "n al forno, n al lavatoio, n al molino"(319). La nobilt aveva cessato di definire se stessa per mezzo dell'esercizio di una funzione: quella del fedele armato; non era pi una classe di iniziati. Restava, invece, ed era destinata a restare una classe di genere di vita.


4. L'eccezione inglese.

In Inghilterra, dove le istituzioni vassallatiche e cavalleresche erano tutte quante d'importazione, l'evoluzione della nobilt di fatto segu dapprima press'a poco le stesse linee che sul continente; ma per orientarsi poi, nel secolo XII, in un senso affatto diverso.
Signori assai potenti di un regno insulare da essi considerato anzitutto come destinato a fornir loro i mezzi per perseguire ambizioni veramente imperiali, i re normanni e poi angioini s'industriarono di tendere al massimo le molle dell'obbligo militare. A tal fine, usarono due metodi, di et diverse: leva in massa di tutti gli uomini liberi; servizio specializzato da parte dei vassalli. Sin dal 1180 e '81, vediamo Enrico II costringere i suoi sudditi - prima nei suoi domini continentali, poi in Inghilterra - a munirsi ciascuno delle armi conformi alle sue condizioni. L'"assise" inglese specifica, tra le altre, quelle richieste dal detentore d'un feudo di cavaliere, senza far menzione di adoubement. Tuttavia, il rito era considerato - gi lo sappiamo - come una sicura garanzia dell'equipaggiamento. Cos, nel 1224 e nel 1234, Enrico III ritenne cosa saggia obbligare tutti i possessori d'un feudo cavalleresco a piegarsi senza ritardo a tale iniziazione: per lo meno nei casi - precis la seconda ordinanza - nei quali l'omaggio era prestato direttamente al sovrano.
Sin qui, in tali provvedimenti nulla c'era a rigore che differisse in maniera sensibile dalla legislazione capetingia della stessa epoca. Tuttavia, il governo inglese, dalle forti tradizioni amministrative, non poteva non rendersi conto della crescente inefficacia a cui era ormai condannato il vecchio sistema del servizio feudale. Molti feudi erano stati divisi; altri passavano attraverso le maglie del censimento senza essere rinnovati e sempre imperfetti; infine, il loro numero complessivo era di necessit limitato. Non era pi ragionevole fondare, risolutamente, il dovere di servire, e, quindi, di armarsi, su di una realt molto pi solida: la ricchezza fondiaria, qualunque ne fosse la natura? Tale, del resto, era gi stato il principio che nel 1180 Enrico II si era sforzato di applicare ai propri stati del continente, dove l'organizzazione feudale non era dappertutto cos regolare come in Inghilterra o nel ducato di Normandia. Lo stesso venne fatto nell'isola britannica a partire dal 1254, usando vari criteri economici, i cui particolari non hanno qui interesse. Ma, mentre Enrico II s'era limitato a parlare di armamento, fu l'adoubement, conforme alle abitudini prese, a esser richiesto da allora in poi da tutti i liberi possessori di una certa quantit di terra libera. Senza dubbio, tanto pi volentieri, in quanto le disobbedienze previste garantivano al tesoro regio la gradita prospettiva di ammende!
Pure, anche in Inghilterra, nessun meccanismo statale era allora cos bene organizzato da assicurare il rigoroso rispetto di simili provvedimenti. Sin dalla fine del secolo XII, verisimilmente, nel secolo successivo, senz'alcun dubbio, essi erano diventati quasi inefficaci. Bisogn rinunciarvi; e la cerimonia cavalleresca, sempre meno regolarmente praticata, come sul continente, fu alla fine rigettata tra gli accessori di un'etichetta arcaicizzante. Ma la politica regia - cui si era aggiunta, per un inevitabile corollario, l'assenza di qualsiasi tentativo di impedire il commercio dei feudi - aveva avuto una grave conseguenza: in Inghilterra, l'adoubement, trasformato in istituzione censitaria, non pot servire da centro alla formazione d'una classe fondata sul principio ereditario.
Una tale classe, in verit, non doveva nascer mai: l'Inghilterra medievale non ebbe nobilt, nel senso francese o tedesco della parola. Vale a dire, tra gli uomini liberi non si costitu nessun gruppo di essenza superiore, dotato di un diritto speciale trasmettentesi attraverso il sangue. Struttura, in apparenza, singolarmente egualitaria! A ben guardare, essa poggiava tuttavia sull'esistenza di una frontiera gerarchica eccezionalmente dura, se pure situata pi in basso. Infatti, nello stesso momento in cui, dovunque, la casta dei nobili si elevava al di sopra della massa sempre pi grande della popolazione qualificata come "libera", in Inghilterra, invece, la nozione di "servit" si estendeva talmente da colpire la maggioranza dei contadini. Sul suolo inglese, il semplice freeman non si distingueva in via di diritto dal gentiluomo; ma gli stessi freemen costituivano una oligarchia.
Non che, d'altro canto, al di l della Manica non esistesse una aristocrazia altrettanto potente che nel resto d'Europa, e forse ancora pi potente, perch teneva maggiormente in suo potere la terra contadina. Era una classe di possessori di signorie, di guerrieri o di capi di guerra, di ufficiali del re e di rappresentanti ordinari, presso la monarchia, delle corti di contea: tutta gente le cui maniere di vivere differivano grandemente e consapevolmente da quelle dei comuni uomini liberi. Al vertice, la cerchia ristretta dei conti e "baroni". A profitto di questo gruppo supremo, avevano cominciato bens a elaborarsi durante il secolo XIII dei privilegi precisi, ma di natura quasi esclusivamente politica e onorifica. Soprattutto, connessi quali erano al feudo di dignit, all'"onore", passavano al solo primogenito. In breve, in Inghilterra, la classe dei gentiluomini rimaneva, nel suo insieme, pi "sociale" che "giuridica"; e sebbene, com'era ben naturale, potere e redditi per lo pi fossero ereditari e, come sul continente, il privilegio del sangue fosse fortemente sentito, era una collettivit troppo mal definita per non restare largamente aperta. La ricchezza terriera era stata sufficiente, nel secolo XIII, ad autorizzare, anzi a imporre l'adoubement. Un secolo e mezzo dopo, o press'a poco, essa doveva - pur sempre limitata, secondo una norma caratteristica, alla libera tenure - abilitare ufficialmente al diritto di eleggere, nelle contee, i deputati "dei Comuni della terra". E, se da questi stessi deputati - conosciuti sotto il nome significativo di "cavalieri delle contee" e che in origine venivano scelti, infatti, tra i cavalieri adoubs - si continu a esigere, in via di principio, sino al termine del Medioevo, che fornissero la prova dei blasoni ereditari, non sembra per che, praticamente, nessuna famiglia, solidamente assisa in ricchezza e distinzione sociale, abbia mai incontrato gravi difficolt a farsi riconoscere l'uso di simili emblemi(320). Niente "lettere di nobilitazione" tra gl'Inglesi di quell'epoca (la creazione dei baronetti, da parte della monarchia bisognosa degli Stuart fu una tardiva imitazione delle usanze francesi); non ce n'era bisogno. A farne le veci, bastava la situazione di fatto.
Dall'essersi conservata a questo modo vicina alle realt che fondano il vero potere sugli uomini, sfuggendo all'anchilosi da cui son minacciate le classi troppo nettamente delimitate e troppo dipendenti dalla nascita, l'aristocrazia inglese trasse indubbiamente il meglio di una forza destinata a superare le et.
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FINE parte 3.